NELLA RETE C’E’ L’ARMA FINALE DELLA DEMOCRAZIA. CHI TACE NON SI SENTE

Pubblicato: 7 luglio 2010 in comunicazione
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Non tacere, ma superinformare 

L’informazione, vera medicina anti corruzione 

di Arianna Ciccone*
Franco Siddi ritiene che la lotta per la libertà d’espressione sia un treno. In prima classe c’è la Fnsi e i giornalisti “veri”, che fanno le cose sul serio e organizzano il movimento contro il bavaglio. Poi c’è la rete: che fa chiasso, si fa sentire, ma insomma, sono ragazzi, vanno bene per i cortei e per mettere un link.
Con l’argomento che la “rete non è il mondo”, Siddi liquida l’idea che i giornalisti informino di più, invece che meno, nella giornata di lotta del 9 luglio contro la legge Bavaglio. Quello di Siddi è un autogol clamoroso. Vediamo perché.
Possiamo partire dal dato, recentissimo, che la diffusione e vendita dei giornali in Italia si avvii ad essere oggi ai livelli del 1939. Il dissanguamento non si ferma, ormai siamo sotto i 6 milioni. Dite che siamo fuori tema? Al contrario: l’attacco contenuto nella legge Bavaglio arriva perché mai come in questo momento la libertà di stampa è un potere vulnerabile. Berlusconi sa di avere delle chance di vittoria e lavora ogni giorno per dividere i giornali dalla loro “gente”. E gli editori cui si minacciano multe non hanno soldi da buttar via. Perché i lettori, lentamente, li abbandonano. Non è un mistero per nessuno che su questo dato, a livello mondiale, si sia innescata una crisi di autorevolezza e credibilità dei giornali e dei giornalisti, crisi non ancora conclusa. Oggi in Italia c’è chi vuole dare il colpo di grazia. E Siddi rifiuta l’unica via di salvezza che ha davanti.
Si potrebbero fare discorsi ormai scontati – ma forse non per la Fnsi – su come Obama abbia vinto la sua battaglia elettorale e su come, giorno dopo giorno, combatta la battaglia per un consenso sempre più difficile. Si potrebbero citare i nuovi casi di giornalismo libero americano, che ormai pesano e vengono interpellati dal potere e dal resto dei media, su una base di parità con i giornali “mainstream” (crisi di autorevolezza, Siddi).
Ma serve davvero rifare questa discussione? Qualcuno pensa davvero, nel paese in cui la rete ha messo in piazza centinaia di migliaia di persone in poche ore, che la rete sia solo una camera di scoppio, una cassa di risonanza dell’informazione dei giornali? O anche solo uno strumento di mobilitazione? La rete non è il sindacato del 2000.
La sostanza dei fatti è che non c’è un mondo senza la rete, una realtà virtuale e una realtà “reale”. La rete è ovunque, anche nel cuore del potere. Altrimenti non si capisce perché, per esempio, si attaccano i blog insieme ai giornali. Se c’è un Bavaglio unico, anche le lotte dovrebbero essere uniche e unitarie. Giornali e cittadini insieme.
Nella rete vivono migliaia di persone che non intendono essere messe a tacere. La loro maggioranza è fatta da giovani, per i quali il linguaggio dello sciopero, come minimo, è antiquato. I giovani che in altre generazioni compravano i giornali. Tacciono i giornali con uno sciopero? Parlerà il potere e lo farà con i suoi canali, abituato com’è ad aggirare la mediazione giornalistica col suo fiuto eversivo. Ma parlerà anche il popolo della rete, che ai giornali chiede non di sparire ma di far bene il loro mestiere. Di informare, scoprire, denunciare, analizzare. Di essere la democrazia che la gente della rete è. I giornali non vogliono capirla? Si ostinano ad avere con il potere un dialogo che li vede soli? Perderanno e saranno aggirati.
Nella rete c’è l’arma finale della democrazia. È fatta delle parole dell’informazione. Chi tace non si sente.

* Animatrice del gruppo di internauti Valigia Blu











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