NON STARO’ PECCANDO D’IMMAGINAZIONE, COME SEMPRE?

Pubblicato: 2 settembre 2010 in comunicazione, personaggi
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C’è un filone lettarario abbastanza recente che riporta in auge gli antichi epistolari, anche se il topos della lettera scritta a mano ha ormai lasciato il posto a quello della comunicazione informatica.

Nel “Viaggiatore del secolo” di Andrés Neuman, pure se il romanzo è ambientato all’inizio del diciannovesimo secolo, gli scambi epistolari tra i protagonisti restituiscono al lettore un’idea di velocità e di urgenza comunicativa che è propria dei nostri giorni.
Essendo io stessa una curiosa e affezionata degli scambi epistolari (preferibilmente elettronici), apprezzo in particolare il fatto che qui l’autore mostri il gioco affascinante che si crea nell’interpretare la scelta delle parole, la loro disposizione, il gioco del detto e del non detto, che ci fanno comprendere, o credere di comprendere, la disposizione d’animo dichiarata e anche quella nascosta di chi scrive.

Carissimo amico,
(carissimo, si esaltò Hans),
Carissimo amico, ricambio la poesia di Novalis con una delle mie poesie preferite della Mereau, non so se la conosci. L’ho scelta perché si rivolge a noi lettrici, a tutte le donne che sognano un’altra vita in questa vita.
(un’altra vita? si fermò Hans, allora quella che ha, quella che sta per avere, la vita che l’attende dopo l’estate, non è quella che spera? allora forse no? Basta, leggi!)
…….
E benché tu sia un lettore in questo ti considero un mio pari. Perciò qui sotto ti copio alcuni versi, quelli che a me sembrano più belli, sperando che oggi o domani tu abbia voglia di rispondermi con un’altra poesia.
(A-ah. Mi invita a risponderle. Questa è una novità. Cioè mi lascia l’ultima parola. Non sarà un’offerta? Un modo di darsi? Non starò peccando d’immaginazione, come sempre?)
Affettuosamente tua,
SOPHIE


(Mmm, Affettuosamente. Non sembra un gran… No, decisamente no. Però il nome è al completo. Cioè, non è un po’ come se me  lo consegnasse? Come se mi dicesse: sono tutta tua. Sono Sophie, sono, ma dai! che stupidaggine! Vado a farmi il bagno. No, è troppo tardi. Il vecchio mi aspetta. Improvvisamente qui dentro fa caldo, mi pare. Va bene, vediamo questa poesia. Le rispondo domani. Però accidenti. O cerco qualcosa adesso? Meglio domani.)

**********



Questo di Neuman è stato definito un “romanzo totale”, un dialogo tra il grande romanzo ottocentesco e le avanguardie moderne, ponte tra la storia e i temi del nostro presente. E se, tra i grandi temi del nostro presente trattati nel testo si ritrovano quello delle migrazioni, dei nuovi nazionalismi, dell’emancipazione della donna, a me sembra che altrettanto attuale sia questa modernissima concezione della comunicazione scritta, che, a nostra insaputa, è tornata a essere centrale nei nostri comportamenti quotidiani e che, come per i due innamorati clandestini della storia, veste oggi i panni della massima informalità, della “personalizzazione” estrema e si spoglia di qualsiasi ridondanza verbale e sintattica (si spoglia persino dei due punti, delle virgolette e di molti segni di interpunzione), per rispondere alla sempre più diffusa voglia di immediatezza.

Credo che, mentre le generazioni successive alla mia (che ho da poco superato i 40) avevano quasi completamente dimenticato l’uso della scrittura a favore di una oralità prevalente (la tv, bla bla bla…), oggi i ragazzi l’abbiano recuperato in maniera netta anche se con regole e consuetudini completamente diverse rispetto al passato: scompare quasi del tutto la dimensione descrittiva per dare spazio ai dialoghi, che sono l’espressione dell’interattività, del qui e ora. Scompaiono, come detto, molte regole formali e soprattutto tornano gli ideogrammi, che oggi si chiamano, per esempio, emoticon e che si fondono con i segni grafici più astratti del nostro alfabeto tradizionale.

Si trasferisce  invece in sede grafica la ridondanza, che prima era verbale: punti esclamativi, interrogativi e puntini di sospensione ripetuti in modo sovrabbondante come un googol, ripetizione delle lettere all’interno di una parola (beeeeeeeeeeeneeeeeeee!!!!!!!  siiiiiiiiiiiiii!!!!!! nooooo!!!!! …) o delle stesse parole (sisi, nono…).

Non scompare, infine, anzi torna in auge, il potere dell’interpretazione. Anche le menti più giovani e semplici traggono emozioni da questa nuova scrittura: da un’icona che più o meno inaspettatamente compare nei loro schermi ridendo o piangendo, dall’attesa che si crea osservando i puntini di sospensione nella nuvoletta di una chat, dal senso dell’assenza creato da un post che rimane appeso lì senza nessuna risposta.
Che dire poi degli “appostamenti” sui social network? Ogni adolescente contemporaneo sa che dalle pagine delle persone che ci interessano, ma che magari non vogliamo o non possiamo contattare direttamente, si può trarre una quantità immensa di informazioni. In questi casi, in assenza delle parole dette, dei gesti e degli sguardi, in assenza, cioè, della compresenza fisica, ci si deve ancorare saldamente ai testi, ai particolari delle fotografie. Loro, gli adolescenti, non lo sanno forse, ma questo significa interpretare i testi e, nel farlo, esercitare anche l’immaginazione accanto alla conoscenza razionale delle persone e dei fatti.
Essi si comportano, dunque, come il lontanissimo (nel tempo) protagonista del “Viaggiatore del secolo”, costretto, fino all’incontro con la sua Sophie e tra un incontro e il successivo, a nutrirsi delle parole che lei scrive, esercitandosi, da parte sua e reciprocamente, in un uso del linguaggio altrettanto calibrato, personalizzato e significativo, nella consapevolezza che, in assenza di gesti e parole concrete, questo può essere il suo unico messaggero (Messenger? Msn?). Si potrebbe, a questo punto, aggiungere una ulteriore riflessione, indotta dal romanzo, e cioè che tanto maggiore è il peso dell’assenza colmato dalle parole e dall’immaginazione, tanto più potenti sono, a loro volta, la fisicità e la passione degli incontri.

La speranza è dunque che questo ritorno  potente e pesante della parola scritta non si diriga verso una dimensione totalmente virtuale, ma riconduca a una realtà sempre più “vissuta”, nella consapevolezza, anche inconscia, del diverso ma ugualmente necessario potere di ciascuna delle numerose possibilità di comunicazione di cui disponiamo. E, anche, che scompaia la paura di peccare d’immaginazione. Immaginare non è peccato. Immaginando si rischia di sbagliare o, meglio, di scostarsi dalla realtà, ma si ha anche l’opportunità di andare avanti, innovando e creando opportunità migliori.

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