I ragazzi della prima

Pubblicato: 14 settembre 2010 in donne, luoghi
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IMG_5210[1]Il mio compagno di banco della prima elementare si chiamava Danilo, aveva il grembiule a quadretti e il fiocco blu. Era piccolo piccolo, ma scriveva sul quaderno delle lettere grandissime. La maestra ci ha detto che non ci avrebbe mai chiamato bambini, ma ragazzi.
Ero onorata di essere chiamata ragazza a sei anni e oggi chiamo così i miei figli, che poi tanto grandi ancora non sono. Chiamandomi così, quella donnina minuscola che assomigliava di più a una nonna che a una mamma, avvolta perennemente nel suo grembiule celeste e con le mani sempre sporche di gesso bianco mi ha detto, a modo suo, che bisognava volare alto.
E’ stata la prima a dirmelo, dentro un’auletta del prefabbricato di emergenza post terremoto dove noi andavamo a scuola, sopra la vecchia chiesa del Pinocchio di Ancona. Dalle finestre di quell’aula abbiamo visto cadere le foglie degli alberi e poi siamo andati a raccoglierle per ripassarne i contorni su un foglio e dare ai nostri disegni i colori dell’autunno. Ma abbiamo visto anche, un giorno, cadere demolita la chiesa terremotata. E dopo abbiamo visto montare una gru sulla quale ho sempre immaginato che stesse lavorando l’omino di Gianni Rodari, che la meastra Adriana proprio in quell’occasione ci fece conoscere leggendoci la sua poesia.
I colori della mia prima elementare sono il verde, il rosso e il grigio. Il verde chiaro chiaro dei banchi, che avevano ancora il buco per il calamaio, il rosso intenso della mia cartella nuova di cuoio e il grigio del cielo autunnale.
L’autunno è stata la prima cosa che ho studiato in vita mia. Tenuta per mano dalla maestra, ho conosciuto le foglie cadute, le loro forme e i loro colori, i chicchi d’uva, il loro sapore e il lavoro dei contadini che facevano il vino, ho imparato a disegnare gli alberi spogli e a rincorrere con la matita e con il colore marrone i ghirigori dei loro rami sottili, ho raccolto e aperto ricci di castagne, malli di noce, ho imparato a indurire le g scrivendo gheriglio. E poi, a casa, ho intrecciato con la nonna i colori delle sciarpe e dei cappelli che lei lavorava ai ferri per l’inverno, ho aperto con papà i suoi vecchi libri di agraria e ho imparato a leggere conoscendo i segreti della vendemmia.
Ho capito poi che questo voleva dire studiare: toccare, gustare, chiedere, ascoltare, provare a costruire, sbagliare, cancellare e rifare, colorare e mischiare i colori, sporcarsi, emozionarsi, farsi contagiare e, soprattutto, guardare tutto di sotto in su, come fanno i bambini (anche se noi li chiamiamo ragazzi).
Qualche tempo fa mio figlio, che tra qualche giorno andrà in seconda, ha detto a un amico di un anno più piccolo: “Non è difficile leggere e scrivere, anche se all’inizio ti sembra impossibile: quando scrivi, le letterine le metti tu. Quando leggi, le hanno già messe gli altri”.

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commenti
  1. inpuntadipenna ha detto:

    leggo questo tuo scritto e ci rivedo, come avrai immaginato, molto della mia maestra. di quel modo di fare scuola di una volta con cui siamo cresciuti dalla prima alla quinta elementare. meglio o peggio di oggi non lo so. ho, però, la sensazione che se un bambino…ops RAGAZZO come tuo figlio a 7 anni riesce a dare una risposta di una verità assoluta e di una schiacciante franchezza come quella fornita al suo amichetto, forse l'evoluzione della specie – PER FORTUNA! – va avanti lo stesso. anche senza le “nostre” adorate maestre. 🙂

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