A TRIPOLI SUD DOVE TUTTI CERCANO IL RAISS IN FUGA

Pubblicato: 26 agosto 2011 in comunicazione
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Di Mimmo Candito
La Stampa del 26 agosto 2011

TRIPOLI
Due cose in alternativa: o che io e i quattro colleghi acquattati col cuore in gola sotto quel pick-up siamo più sfigati d’una civetta, per essere finiti in una trappola solitaria, oppure che quell’infernale incrocio di tiri di razzi e di cannonate dentro cui eravamo finiti senza nemmeno volerlo, nella piazza principale del quartiere di Abu Salim, diceva che la battaglia di Tripoli non è affatto terminata. Propenderei per la seconda ipotesi, e non per il cuore in gola: ma a Tripoli si fanno ancora ammazzare, sparandosi di brutto, e di brutto assai, gli uni e gli altri, anche se la guerra di Libia è ormai finita. Non è che i giornalisti vogliano sfidare la morte per fare gli eroi, ma in guerra si raccontano tante montagne di balle che, alla fine, se vuoi dare un senso alla tua presenza quaggiù (o a Baghdad, o a Kabul, o in un altro qualsiasi dannato posto dove si ammazzano e ti riempiono di falsità), allora ti tocca andare a vedere le cose con il tuo naso e i tuoi occhi.
E siccome ieri a Tripoli c’era un’aria assai più tranquilla dell’altro giorno, con assai meno cannonate nell’aria e meno scambi e sequele di sparatorie, allora era circolata l’informazione che la guerra «è over», che la città è tornata alla tranquillità d’ogni lontano giorno, e che resta soltanto il problema d’acchiappare Gheddafi ma è ormai questione di ore. Balle, appunto. Tutte balle, dove poi la colpa della tv è gigantesca: la televisione non è interessata alla «informazione» ma soltanto allo «spettacolo». E allora può accadere che, se in guerra pare scoppiare la pace, la tv ne dà subito la notizia, che è «in opposizione», perché colpisce d’impatto, di sorpresa; oppure al contrario: se non sta accadendo nulla di particolarmente significativo, ma ci sono alcuni scambi a fuoco, più che altro con l’aria vuota, per la presenza presunta di un cecchino, presenza che accende subito lo spirito guerriero dei combattenti, ecco che cameraman e fotografi si tuffano a pesce dentro lo show che gli si sta svolgendo davanti, e tutto quell’inutile cinema di sparatorie e di fughe per pararsi la pelle diventa lo «spettacolo della guerra».
Ed è quanto andava accadendo ieri: prima, per tutta la mattinata, con la «notizia» della pace, e poi, verso le due del pomeriggio, con le immagini della «guerra in tv», quando il presunto colpo di un cecchino da uno dei grattacieli che circondano l’albergo dei giornalisti ha scatenato le televisioni di mezzo mondo, che si sono trovate «la guerra» servita davanti agli occhi, senza nemmeno lasciare l’hotel, e hanno montato un cinema di telecamere impazzite, di appostamenti dietro muri e ripari improvvisati, e di inquadrature di soldati che sparano e risparano (ma all’aria vuota), che nemmeno Francis Ford Coppola con la sua apocalisse hollywoodiana.
La giornata era cominciata, come dicevo, con raffiche e cannonate sporadiche, assai rare. Ed ero allora tornato nel bunker di Gheddafi, a Bab al Aziziya, dove – in una autentica roccaforte di cemento – era rimasto asserragliato, almeno fino alla notte di ieri, l’ultimo grosso nucleo di militari gheddafiani. Però, quando ci sono arrivato, il compound era assolutamente muto sotto il sole infuocato del mezzogiorno, con fogliacei sparsi che folate di vento sollevavano nell’aria immobile e solo qualche guerrigliero che pareva andare a spasso con il suo pick-up gridando a tutta voce Allah u-Akbar!». Degli eroi gheddafiani, nemmeno un’ombra. Ne ho approfittato, allora, per arrivare fino al centro di quell’enorme complesso di bunker e casermoni, e ho trovato, nel piazzale circondato da bunker bassi e compatti, segnati soltanto dall’apertura di feritoie piccole e strette, l’ingresso di un tunnel, che cominciava con una discesa lenta e poi si perdeva sottoterra.
Ci sono entrato, era alto due metri che quasi lo toccavo con la testa, protetto da pareti di cemento e con il camminamento che poi tagliava ad angolo; per terra, tappeti coperti da polvere e ammassati in disordine, e qualche segno d’abbandono, come d’una fuga improvvisa. Ne ho seguito un lungo pezzo, poi, dopo una curva ad angolo retto che bloccava la poca luce che ancora filtrava dall’esterno alle mie spalle, mi sono trovato davanti a un lungo tratto di buio pesto con una lievissima lama di luce sullo sfondo. Non avevo con me la lampada; ho tentato qualche passo, ma toccavo con la scarpa forme e oggetti che non riuscivo a decifrare bene, e ho preferito piantarla lì, per paura di qualche trappola esplosiva. Non so davvero se Gheddafi fosse scappato lungo quel tunnel, ieri o in uno di questi giorni; comunque la resistenza di Bab al Aziziya era finita davvero, e ormai la battaglia s’era spostata altrove. Ci sono capitato, appunto, senza nemmeno volerlo, quando ho provato a traversare il quartiere di Abu Salim, un quartiere molto popolare, di case basse e di larghi vialoni che si distende nella periferia meridionale di Tripoli, a ridosso del muraglione del primo anello di Bab al Aziziya.
E lì ho dovuto vedere che la battaglia di questi giorni non era affatto finita: arrivato nella piazza del quartiere, dove una ventina di cadaveri stavano stesi sul prato, ma con le mani legate dietro la schiena, giustiziati con inutile ferocia, stavo guardando con qualche stupore i grandi stendardi verdi – quelli di Gheddafi – che ancora sventolavano indisturbati nell’aria lenta dei 40 gradi all’ombra, quando è cominciato il tiro al piccione su noi cinque poveri sventurati senza bandiera. Ci è andata bene, e che fortuna abbiamo avuto. Ma quello che conta è che dunque la battaglia andava avanti, e anzi cominciava a rivelare un suo chiaro impianto tattico: che le forze del Colonnello si vanno muovendo con una linea volta a Sud, ritirandosi progressivamente lungo una dorsale che da Tripoli – e dal bunker e da Abu Simbel – finisce nella lontana oasi di Sabha, altro territorio interamente lealista. Come finirà, nessuno può dirlo.
La resistenza del Colonnello (che ieri ha di nuovo incitato i suoi alla lotta, con un durissimo radiomessaggio) gli fornisce ulteriore peso negoziale, nella trattativa clandestina che incrocia i morti inutili e innocenti di questa guerra. Tutte le guerre si fanno sulla pelle di chi ci muore e sulle fortune di chi ci costruisce traffici e affari. Quella di Libia, che è finita anche se va avanti, è come tutte le altre. «Speriamo che la libertà ci aiuti», diceva uno dei tanti tripolini che ieri pomeriggio, finalmente, dopo 42 anni di silenzio, era tornato in strada a far festa. Aveva non solo parole ma anche occhi, di speranza. Vorrei incontrarlo di nuovo tra un paio d’anni, e chiedergli com’è andata.

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