Valanga ti guardo, e ti aspetto all’arrivo

Pubblicato: 9 marzo 2012 in donne, Senza categoria
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Intanto voglio fare una proposta ufficiale: anticipare l’età dell’adolescenza a dodici anni. Almeno per le ragazze. Le teen ager cominciano ad essere -teen già quando la loro età finisce per -elwe, e forse anche per -even.
Detto ciò, guardo le foto di queste adolescenti, delle mie adolescenti, che sono bellissime, nella loro imperfezione, nelle facce strane, nelle smorfie, nel loro essere a volte larghe, a volte lunghe, con il viso disegnato dai brufoli, mentre il nostro comincia a esserlo dalle rughe. Vedo i sorrisi da bambine, i vezzi da ragazze, gli sguardi perplessi.
Sono eleganti come non lo saranno mai più. Si vestono tutte uguali, ma se le guardi bene ti accorgi che non resistono all’originalità. La trovi negli accostamenti di colori: imperfetti, audaci, direi sperimentali. Ma anche nei capelli, o negli accessori: un ricciolo sistemato così, tra l’orecchio e il viso, uno chignon disordinato che non è uguale a quello di nessun’altra, una catenina stonata che sta lì per ricordo o per scaramanzia, un paio di scarpe inguardabili che restano sempre le più belle. E sono uniche, soprattutto, negli occhi, che ridono, oppure piangono, ognuno a modo suo, con un taglio e un’intensità che te li farebbero ritrovare tra mille e mille.
Spesso ti ingannano, perché le vedi grandi e ti aspetti comportamenti conseguenti. E ti scordi della tempesta che sta dietro a tutta quell’ostentazione zoppa di maturità. Sono allegre e improvvisamente tristissime. Quando ti aspetti un abbraccio o un bacio non è escluso che ti arrivi un rimbrotto. E ho pure il sospetto che spesso la vera causa del loro malumore sia ben celata sotto strati di falsi motivi. Ho come l’impressione, a volte, mentre mi arrabbio e dunque quando ormai è troppo tardi, che una provocazione o una semplice marachella siano un modo, anche questo un po’ sperimentale, per chiederti un po’ di attenzione discreta, di rassicurarle, che sei ancora la mamma, anche se adesso loro non ti possono tanto ascoltare perché devono correre, dietro a un sacco di cose. Per noi amore è ciò che è solido e vicino, ma per loro ancora no. Forse è il contrario. Amore è ciò che è flessibile.
Forse si aspettano proprio questo: che noi siamo giunco rispetto al vento della loro mutevolezza. Giunco: ben saldo a terra e capace di ondeggiare tanto, ballando insieme con il vento. Anche noi ci abbiamo ballato con il vento, ancora prima di diventare giunchi. E se non ci ha portato via, forse è stato perché abbiamo potuto tenerci strette, a un certo punto, a un ramo flessibile, che ci dava un po’ di sicurezza, ma allo stesso tempo ci lasciava libere di danzare, o di volare.
A volte il vento si fa potente e ti sembra di averle perse, di non vederle più attorno a te. Fa così male che ti sembra di partorire, per l’ennesima volta. Ma è perché non sono più congruenti a te. Come fa, del resto, una figura in movimento a essere congruente a qualcosa o a qualcuno? Non può. Dovrebbe fermarsi. E loro non lo faranno, nonostante gli stop, i divieti, le regole.
Hai notato? Hanno accelerato pure il modo di parlare. A volte fanno scivolare così rapidamente le frasi fuori dalle labbra, che percepisci a malapena due o tre parole. E devi ricostruire il senso.
Chiacchierano, chiacchierano, raccontano fiumi di cose, incamerano esperienze, episodi, nuovi amici. Non restano ferme nello stesso posto che per qualche minuto. Poi si stancano, si annoiano, vogliono cambiare, ti chiedono in continuazione che ore sono, come se avessero un appuntamento dopo l’altro. Rincorrono il tempo.
E poi rotolano, rotolano, rotolano. E in questo rotolare a volte si divertono, a volte si feriscono. Come le valanghe, scendono a valle, sempre più ricche, sempre più consistenti, più travolgenti. Le guardi e non sai dove vanno. E hai imparato che non c’è scritto da nessuna parte come si fa a seguirle.
Le uniche tracce credo che tu le possa cercare negli occhi e negli sguardi. Da lì, a volte, puoi capire i gesti e le parole, che loro adesso mascherano, trasformano, plasmano con forme sempre nuove.
Se non fossi la loro mamma, sarebbe bellissimo stare lì a gardare come rotolano giù: chi e che cosa incontrano lungo la strada, come cambiano, come crescono. Provare a immaginare, dalla loro traiettoria, dove arriveranno. Farsi fermare il cuore per un attimo ogni volta che c’è un ostacolo che sembra troppo grande e poi riprendere a respirare quando il pericolo è scampato.
Forse bisognerebbe provarci di più, a stare a vedere. Tanto adesso non le fermi. Ma mentre scendono, se si girano verso di te, devono essere sicure che le stai guardando. E che ci sarai, ad aspettarle al traguardo.

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