LE LACRIME DEL PRESIDENTE

Pubblicato: 23 aprile 2013 in personaggi
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napolitanoIl presidente Napolitano, con un discorso alle Camere riunite che Stefano Folli oggi sul Sole 24 Ore definisce come “uno dei più densi, potenti ed emozionanti mai ascoltati nell’aula di Montecitorio negli ultimi decenni”, ha rimproverato aspramente i partiti, definendoli inconcludenti e impotenti nei confronti di un Paese al quale da decenni non sanno più dare risposte. E gli esponenti di quegli stessi partiti lo hanno applaudito, alzandosi in piedi, con un distacco paradossale dalle parole gravi che egli stava pronunciando e per le quali sarebbe stato più appropriato un silenzio di comprensione e di riflessione. Come se non fossero loro i destinatari della sferzata del Presidente, l’unico infine possibile per l’Italia, anche se ormai quasi novantenne. 

Napolitano è ancora Presidente perché la politica non sa guardare avanti e, rivolgendosi a lui, ha ammesso apertamente di avere bisogno di un tutore. E’ una politica distaccata non solo dai cittadini, ma anche da sé stessa. E’ schizofrenica, è la politica degli impuniti, a cui ieri Napolitano si è rivolto con una ammonizione precisa: non autoassolvetevi.

E’, anche, una politica che  respinge aprioristicamente il rinnovamento, delle persone come degli stili (vedi, a suo tempo, Debora Serracchiani e oggi Matteo Renzi). A destra c’è un leader incontrastato, al quale la base e le forze di riferimento assicurano miope obbedienza. E’ la storia di sempre: in qualsiasi epoca c’è una parte dello Stato che vede nella politica lo strumento per mantenere o conseguire il proprio interesse privato, a vari livelli e con maggiore o minore successo finale. E’ il lato negativo del concetto di conservazione, ben presente e ottimamente individuabile in Italia in una buona parte di quel terzo del Paese che alle ultime elezioni ha espresso il proprio consenso nei confronti non di una idea, né di un progetto, ma di un uomo e delle sue promesse a breve termine. E’ la parte infantile, che esiste in ogni società, che forse è fisiologica, ma che, normalmente, trova il suo bilanciamento nella compensazione con altre forze più mature, che considerano lo Stato come il luogo della realizzazione dei principi fondamentali: libertà, democrazia, lavoro, sovranità popolare.

Bene, le Camere riunite per la elezione del Presidente della Repubblica hanno dimostrato che questa maturità oggi non c’è e l’epilogo sconcertante del ritorno al vecchio e generoso Giorgio Napolitano ne è la dimostrazione più chiara e inequivocabile. Se,  dunque, c’è da attribuire una responsabilità, questa è sicuramente di quelle forze politiche che della democrazia, della libertà e del progressismo hanno fatto da sempre la loro bandiera. E’ da loro che il Paese si sente deluso. Con loro sono arrabbiati. E’, in particolare, la loro deriva a non essere considerata accettabile.

Il paradosso, in tutto ciò, è che, tra le grida che invocano in modo scomposto il rinnovamento, emerge, forte e chiara, la pacatezza e la fermezza del vecchio nuovo presidente, del quale ieri abbiamo percepito anche lo sforzo di rimanere saldo sulle gambe nel momento in cui rientrava al Quirinale, per assolvere a un compito che una politica matura e responsabile avrebbe dovuto essere capace di affidare ad altri.

E le lacrime del vecchio presidente, asciugate con naturale compostezza dopo il riferimento al suo “senso antico e radicato di indentificazione con le sorti del paese”, sono il segnale più umano, più bello e più politico della novità alla quale potremmo, e dovremmo, aspirare.

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