Gente della città/1 – Orgogliosamente matte

Pubblicato: 8 maggio 2013 in comunicazione, donne, luoghi, mare, personaggi, Senza categoria
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silvia1“Quando rientravo dalle trasferte e vedevo il mare pensavo sono a casa. Oggi è rimasto solo il mare”. Ma non ha mica detto tutta la verità Silvia Mondaini in questo twit! L’abbiamo pubblicato io e lei l’altro ieri con l’hashtag #twitancona e doveva descrivere il suo rapporto con la sua città. Non può averla detta. Altrimenti non mi spiego la scelta di abitare e di dare sede alla sua attività agli Archi, quartiere cuore e storia di Ancona, dove il mare si vede, si sente e si respira e dove ormai da anni si parlano, insieme con l’italiano, molte delle lingue delle circa novanta etnie presenti nel capoluogo.

Dopo 32 anni di basket, fra serie A e nazionale, vent’anni a fare comunicazione con Alceo Moretti (a partire dell’86) e poi l’avventura in proprio con la In3Comunicazione, il 9 dicembre 2012 Silvia inaugura, agli Archi, Bobeche, uno spazio creativo che gestisce insieme con Graziella Dariozzi, in cui fonde passato e presente della propria attività, e investe sul futuro. Di fatto è un negozio: ha le vetrine, espone lampadari e oggetti vintage, regolarmente in vendita. Le poltrone che si vedono da fuori, però, non hanno il cartellino del prezzo. Servono per sedersi e, magari, fare due chiacchiere, come è successo con me. Poi, al bancone della cassa, c’è anche un ufficio, perché da Bobeche è emigrata l’attività di comunicazione di Silvia, che continua, per ora, a essere lo zoccolo duro dell’intera avventura. Se, infine,  giri l’angolo dietro il bancone, ti ritrovi nel laboratorio, dove si modificano vecchi chandeliers degli anni sessanta (i lampadari a goccia, per intenderci) e si assemblano lampade anni ’70, rendendoli pezzi di design. Perché? “Per venticinque anni ho venduto idee, e a questo punto mi era venuta voglia di usare le mani per concretizzarle personalmente”. Da qui nasce un progetto di upcycling, di riciclo creativo, e la scelta, per una passione personale, cade sull’illuminazione. Il campo è ristretto: lampade, lampadari e pochi altri oggetti di design, perché – spiega Silvia – “non siamo tuttologhe e ci occupiamo solo di ciò che conosciamo bene”. Da qui anche il nome: bobeche è il piattino che regge la luce degli chandeliers.Così nel retrobottega i vecchi lampadari con le gocce perdono o acquistano bracci, cambiano forma e colore, si arricchiscono di particolari: orologi pendenti da taschino, ciliegie rosse di porcellana, catene e catenine. E le lampade anni settanta vengono assemblate in grappoli e gruppi.

io, a sin., con Silvia Mondaini

A lavoro finito tutto passa in negozio. E si vede dalla vetrina, e fa effetto, perché la gente stampa sul vetro i nasi e le mani, curiosa, ma, come sempre in questa città, un po’ diffidente. Chi non conosce il quartiere degli Archi forse fa un po’ fatica a capire come possa risutare strano un negozio di design e di modernariato in questo contesto, ma Silvia descrive benissimo le facce dei primi giorni dopo l’apertura: facce da “checavoloè, checifaqui?”. Ma anche, grazie a Dio, qualche faccia da “bisognacheripasso”. “La maggior parte delle persone che sono entrate qui da quando abbiamo aperto – racconta – si erano incuriosite passando in macchina o col bus”. E questo è un buon inizio. Ma quanta fatica per aprire le porte delle proprie idee in questa città. “Siete matte? ci hanno chiesto”. E voi come vi sentite? “Orgogliosamente matte. Ci rendiamo conto che Ancona non è la piazza ideale per questa attività. Alcuni clienti ci chiedono se siamo di fuori. Altri ci dicono che una idea del genere dovevamo concretizzarla altrove, ma noi siamo qui”. Siamo qui e rilanciamo, sembra dire Silvia quando mi mostra le foto di una festa di compleanno con ottanta invitati che si è svolta proprio da Bobeche, con i tavolini, le poltrone e una illuminazione rigorosamente anni Settanta sul maricapiede, a fianco del ristorante Tartaruga e, sicuramente, altre facce di passanti da “checavolorisuccedeadesso”. E’ stata una prova generale per vedere se può funzionare la formula della microristorazione. E’ una sfida?  “Ovvio che sì” risponde la sua anima sportiva. “Del resto il viaggio inizia quando cominci a pensarlo”. Questo è cominciato con un click. Ora la luce è accesa.

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