Appunti di comunicazione istituzionale/Introduzione – Il peso dell’assenza

Pubblicato: 6 settembre 2013 in comunicazione, personaggi
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Silvano Rizza fonte (http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/silvano_rizza/notizie/322311.shtml)

Silvano Rizza
fonte (http://www.ilmessaggero.it)

Da qualche anno mi capita di raccontare in qualche lezione, agli studenti universitari, ai colleghi più giovani e a quelli di altri Paesi, il mestiere dell’addetto stampa e quello del comunicatore. Li ho imparati a scuola e sul campo, contemporaneamente, perché ho avuto la fortuna, frequentando la Scuola di giornalismo di Urbino, di avere tra i mei maestri Silvano Rizza, che oggi ricordo con affetto, due giorni dopo la sua morte, nel momento in cui, per motivi di lavoro, mi trovo a rimettere mano ai miei apunti sulla comunicazione pubblica. A Urbino facevamo un giornale, il Ducato, che era distribuito gratuitamente, quattromila copie all’epoca, in tutte le edicole della città, ed era molto letto. “Io parto dall’idea – diceva Rizza, e lo ripeté anche in una recente intervista – che il giornalismo si impara facendolo e che il giornalismo da cui si parte è la cronaca. Perciò il giornale di Urbino, un quindicinale, era fatto di cronaca».

Quando pochi anni fa venne a mancare l’altra colonna portante della Scuola di giornalismo di Urbino, Giovanni Mantovani, riflettei sul fatto che nella vita ti capita di avere uno, o, al massimo, un paio di maestri importanti: per me sono stati questi due, Mantovani e Rizza, diversi, complementari e per questo entrambi preziosi per la crescita culturale di molti giovani e di molti colleghi. 

Rizza ai giornalisti negli uffici stampa non ci credeva per niente. Mantovani, di una generazione diversa, aveva fatto alcuni tentativi di avvicinamento, ma io, che di questo mestiere ho fatto da subito la mia professione, li ho sentiti sempre entrambi molto diffidenti: come si fa a essere indipendenti dal potere in questa posizione? Come si passa dalle veline al giornalismo con la G maiuscola? Come è possibile essere di una parte e dire la verità? Io uso queste tre domande come cartina al tornasole del mio mestiere.

Gli uffici stampa istituzionali sono i primi controllori dei poteri. Non vendono notizie. Sono i primi a cui il potere deve delle spiegazioni, perché quando la notizia esce dall’ente con il marchio dell’ufficio stampa, questa deve essere doc, controllata, verificata e, soprattutto, completa in tutte le sue parti. Sono i primi a fare tutte le domande, ad accertare che tutto funzioni e, se da loro esce qualcosa che non corrisponde a verità, loro ne sono responsabili.
La garanzia di questa responsabilità sta nel fatto che, come giornalisti, rispondono a leggi e regole precise, oltre che a una serie di normative etiche e deontologiche da rispettare, pena la sanzione, non solo dell’ordine professionale, ma anche della legge.

Le regole professionali, il dovere di oggettività, di verifica, di controllo delle fonti, sono gli alter ego del concetto di trasparenza che ormai da quasi due decenni è uno degli indirizzi fondamentali della Pubblica amministrazione italiana.
Sembrava, fino a questo momento, un teorema inattaccabile: la Pubblica Amministrazione chiede trasparenza nei confronti dei cittadini e i giornalisti degli uffici stampa sono lì per quello, per garantire la conoscibilità e l’accessibilità rispetto a tutte le azioni della Pubblica amministrazione.

La Legge 150 del 2000 ha posto basi fondamentali in questo campo, non solo perché ha istituito ufficialmente un canale diretto di comunicazione con i cittadini, ma perché, distinguendo in maniera netta la figura dell’Ufficio stampa (che fa l’informazione istituzionale) da quella del portavoce (che fa la comunicazione politica ed è strettamente legato non all’organo, ma alla persona che svolge la funzione di vertice), ha, di fatto, sdoganato dal rischio di propaganda politica i giornalisti dell’Ufficio stampa.

In virtù di questa legge si può ritenere che il lavoro dei giornalisti degli uffici stampa comporti una seria responsabilità, che si basa sul confronto quotidiano con il concetto di oggettività. Quando una notizia esce dall’Ufficio stampa, deve essere pacifico per tutti che è pulita da qualsiasi posizione politica strumentale, anche se è, ovviamente, il risultato di una determinata progettualità politica.

Questo lavoro, che deve necessariamente implicare un rapporto di profonda fiducia professionale dell’addetto stampa con i colleghi degli organi di informazione, si basa sul presupposto che i cittadini hanno il diritto di conoscere gli sviluppi e la riuscita di quel progetto politico che essi al momento delle elezioni hanno giudicato positivamente o negativamente attraverso l’esercizio democratico del voto. Ma non solo: essi hanno anche il diritto di influire attraverso una comunicazione biunivoca sulle scelte degli enti che li governano. La conoscenza è, chiaramente, il presupposto base di questa prtecipazione.

La forza della progettualità politica e amministrativa è da ritenersi alla base delle corrette dinamiche dell’informazione istituzionale, che entra in crisi quando il target di chi governa non è più la polis. E’ la polis, cioè sono i cittadini che giustificano la centralità dei criteri dell’oggettività e della trasparenza. E’ quando il governo distoglie lo sguardo dai cittadini che va in crisi il sistema, è qui che si comincia a pensare che un Ufficio stampa in un ente può anche non servire, è qui che nessuno si scandalizzerà se l’Ufficio stampa non sarà più l’unica fonte delle notizie istituzionali, o se non sarà gestito da professionisti dell’informazione. Di solito si dice che la 150 non funziona perché non comprende l’elemento sanzionatorio. Questo non è esatto. Non si può obbligare un sistema di informazione alla trasparenza. Un sistema di informazione è tale perché è trasparente, altrimenti non è un sistema di informazione, è altro. E’ propaganda, è pubblicità, è make up, è strategia difensiva. E allora occorre girare il discorso. Se la 150 non funziona deve scattare l’allarme. Se i ruoli si mescolano, se il peso dell’informazione oggettiva, corretta e trasparente, cioè istituzionale, diminuisce, significa che il sistema si è rotto, cioè che non si governa più per i cittadini.

Si pone un problema di democrazia. E allora i cittadini, ma gli organi di informazione prima di tutti, devono sentire il peso di questa assenza, che non è significativa di per sé, ma va letta come un serio campanello d’allarme rispetto a una situazione più generale. E, si sa, di fronte agli allarmi gli organi di informazione hanno un solo ed unico compito: avvertire tutti, subito, rendendoli consapevoli del pericolo che stanno correndo.

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