Appunti di comunicazione istituzionale/3 – Articolo 21

Pubblicato: 17 settembre 2013 in comunicazione
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ARTICOLO21Dopo la caduta del fascismo il governo Parri, nel 1945, sopprime il sottosegretariato per la Stampa, lo Spettacolo ed il Turismo, erede del ministero della Cultura popolare, il principale strumento istituzionale della propaganda del ventennio. Le funzioni e le competenze della comunicazione sono trasferite a un sottosegretariato alla presidenza del Consiglio. A questo punto ha inizio un periodo di transizione, reso complesso dal fatto che, nonostante l’esigenza di individuare un organismo che si occupi della materia, si teme di proporre strumenti riconducibili all’esperienza fascista, che limitino la libertà di espressione e favoriscano il controllo dell’opinione pubblica**.

I principi base della libertà di stampa sono contenuti nell’articolo 21 della Costituzione, che oggi, nel linguaggio comune, non indica solo uno degli articoli del dettato costituzionale, ma, per antonomasia, la libertà di espressione e di informazione:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’inciazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’Autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

Si noti a questo proposito l’accuratezza con cui la Costituzione garantisce la libertà di stampa in Italia. Si tratta di un articolo oggettivamente rivoluzionario, poiché reimposta completamente il concetto di informazione, che, come visto nel post precedente, in Italia nasce e si sviluppa prevalentemente nel senso della propaganda governativa, conferendo una importanza sempre marginale (o nessuna importanza) al cittadino e alla sua necessità di conoscenza del funzionamento dello Stato che lo governa. Si confronti questo articolo con il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che descrive e presuppone una storia e una società radicalmente diverse da quelle italiane: “Congress shall make no law respecting an establishmento of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peacebly to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances”*.

Nel periodo repubblicano italiano ricompaiono anche i giornali di partito, mentre la radio rimane ente pubblico e quindi monopolio del governo. Radio e cinema arrivano solo in questa fase, con un certo ritardo, nelle zone periferiche della penisola. Ricompaiono i comizi, i discorsi di piazza, gli incontri pubblici con gli elettori, che facilitano la comunicazione rivolta alle masse, ma la maggior parte della popolazione è analfabeta.

Nel 1948 Alcide de Gasperi, presidente del Consiglio, recupera gli organi del disciolto ministero della Cultura popolare e demanda a due organi preposti, appositamente costituiti (il servizio delle Informazioni e l’ufficio della Proprietà letteraria), le funzioni relative rispettivamente all’informazione pubblica e al diritto d’autore. Nonostante le polemiche che ne derivano (di fatto, nel nuovo ordinamento repubblicano sono inserite strutture e mezzi risalenti al periodo fascista), gli organismi si rivelano molto utili. In un ambiente, quello della presidenza del Consiglio, dove le funzioni esercitate sono principalmente quelle per il coordinamento dell’esecutivo, i due uffici lavorano per generare servizi e prodotti rivolti al cittadino attraverso riviste e libri.

La televisione: nei primi anni Cinquanta, quasi il 40% dei lavoratori è nel settore agricolo, più del 32% è nell’industria e più del 28% è nel terziario. Il reddito pro-capite è tornato ai livelli del 1938. Solo 1/5 della popolazione parla correntemente l’italiano (quasi il 13% continua ad essere analfabeta). In tale contesto socio-economico, il 3 gennaio 1954, con qualche anno di ritardo rispetto agli altri paesi europei, fa la sua comparsa in Italia la televisione . Inizialmente la Tv è vista solo in Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio. Già alla fine del ’54, la quota di popolazione servita supera il 48%. Nonostante la sua diffusione sia piuttosto rapida, il consumo di massa inizia solo negli anni ’60, quando i comunicatori, soprattutto politici, ricorrendo sempre maggiormente a tale medium , si accorgono delle sue potenzialità diffusive e persuasive. Sino al 1960 nessun leader politico è mai apparso in Tv. La Tv come servizio pubblico viene pensata non solo come occasione di intrattenimento, ma anche come strumento di educazione e informazione. Infatti si pensa che essa possa aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. In tal senso, essa contribuisce a creare una lingua nazionale molto più della scuola, in quanto istituzione preposta. Negli altri paesi europei, invece, la Tv può già contare su di un livello medio di scolarizzazione più elevato .

Nel ’57 viene introdotta la pubblicità con Carosello, la cui caratteristica è la prevalenza dello spettacolo sullo spot. In un anno vengono trasmessi 1312 spot (circa 4 ogni giorno), per una durata di 49 ore (in media 9 minuti ogni giorno).

Nel ’58, per la prima volta, si decide di organizzare un corso di avviamento professionale per studenti residenti in località prive di scuole: per combattere l’analfabetismo nasce, nel 1960, Non è mai troppo tardi.

Con legge 31 luglio 1959, n. 617, il legislatore lascia gli apparati informativi pubblici alla presidenza del Consiglio. All’art. 7 si legge che il Servizio delle informazioni e l’Ufficio della proprietà letteraria, artistica e scientifica restano, mantenendo le proprie attribuzioni, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. La legge 21 gennaio 1963 istituisce un unico direttore generale per le due strutture. L’informazione pubblica cresce e non si limita più alle rassegne stampa, oppure alla diramazione di comunicati ai media. I disposti normativi, anche se con una certa difficoltà per la mancanza di un definito testo normativo, hanno avallato, nella sostanza, l’autoregolamentazione amministrativa della presidenza del Consiglio (legge 29 gennaio 1975, n. 5 istituzione del ministero per i Beni culturali e ambientali; legge 6 giugno 1975, n. 172 istituzione di un registro nazionale per la stampa; legge 5 agosto 1981, n. 416 istituzione del servizio per l’Editoria nell’ambito della direzione generale, divenuta poi dell’informazione, dell’editoria e della proprietà letteraria, artistica e scientifica).

Il Dpcm 3 novembre 1981 ha adeguato le strutture alla legislazione sopravvenuta e ha istituito tre apposite divisioni, la prima per la tenuta del Registro nazionale della stampa, la seconda per le incombenze in materia di agevolazione per il credito, la terza per il calcolo delle provvidenze. I Dpcm 19 settembre 1986 e 22 dicembre 1986, hanno poi potenziato ulteriormente le strutture addette alla comunicazione istituzionale.  La legge 25 febbraio 1987, n. 67, ha disposto l’istituzione di un apposito capitolo di spesa della presidenza del Consiglio dal 1986 al 1988, dotandolo di un miliardo l’anno per potenziare la struttura, anche attraverso l’aumento del 10% del ruolo del personale**.

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* “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

Fonti:

** Storia e Futuro (Massimo Granchi)

Wikipedia

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