Quando un sacco a pelo è un sacco di vita

Pubblicato: 29 novembre 2013 in luoghi, personaggi, Senza categoria
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un saccodivitaDonare un sacco a pelo a un barbone, quando fuori fa freddo, è come guardarlo negli occhi e chiamarlo per nome. Un gesto elementare, che però può salvare la vita. www.unsaccodivita.org

Allora è così che muore un barbone…

“Il freddo è così forte che passa attraversa i golf e la maglietta, l’aria è così gelata che mi scuote tutto il corpo. Ho le calze umide, per colpa della pioggia, e non sento quasi più i piedi. Il cappello di lana mi copre la fronte e le orecchie, la coperta e la sciarpa il resto del viso. Quel filo di aria che passa è più tagliente di un rasoio. Dovrei alzarmi, uscire dal sacco, saltellare, fare due passi; l’ideale sarebbe rifugiarmi dentro a un bar, bere qualcosa di caldo. A quest’ora non dovrei avere problemi, e nella tasca dei pantaloni ho ancora qualche spicciolo. Dovrei chiamare Nocciolina, dire a Dario: “Non resisto, me ne vado”. Dovrei darmi da fare, chiedere aiuto. Ma non riesco, non mi va, non questa volta. Sono stanco, stufo, sfinito. Non ho più la forza di lottare, di darmi una speranza, di farmi del male: “Hai perso”, mi dico, “questa volta è finita”. I sogni, le speranze: non contano più niente; gli errori, le cadute: non contano più niente. Forse non sono mai contati. Forse, alla fine, il senso è proprio questo: tu brighi, sbrighi, disfi, sfai, e alla fine non ti rimane più niente. Provi a mettere un cappello alle cose, a darci un nome, una spiegazione, ma loro sono avanti, sono già accadute”.

“Funziona così, vale per tutti, vale per me. Sono le regole del gioco, ci ho provato, ho rischiato, ho perduto. Tutto qui.  Non ho rimpianti, non ho rimorsi: quello che ho fatto è quello che ho scelto, quello che ho scelto è quello che ho voluto, quello che ho voluto è quello che sono. Scegliere, volere, essere, non ci sono alternative. C’è solo una cosa che mi dà fastidio: il modo. Voglio dire, tra tutte le morti possibili quella per congelamento è una delle più assurde. A Milano, almeno. Nel duemila. Se fossi in montagna, immerso nel bianco e perso nella neve, o in Scandinavia, in mezzo ai boschi, capirei. Ma sono nel cuore della city, attorno a me ci sono i cinema, i Mac Donalds, i tabacchi, i baracchini delle caldarroste, i venditori ambulanti, i negozi di scarpe e di vestiti. C’è il Duomo, la Madonnina. Ci sono le luci, i suoni, i colori. (Ci siete voi). Non voglio morire in questo modo, non voglio scomparire sullo sfondo, e domani, magari, diventare un caso, una fotografia, una breve biografia, un articolo di giornale, un dato statistico, un oggetto sociologico, un discorso da bar, la lacrima di un benpensante, la preghiera di un prete, il comizio di un politico. Non voglio finire così, al bordo di una strada”.

Wainer Molteni, Io sono nessuno

www.unsaccodivita.org

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