Da “abstract” a “workshop”: nessuno le può giudicare

Pubblicato: 18 aprile 2014 in comunicazione, Senza categoria
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Ho trovato in rete la lista delle trecento parole da usare in italiano, anziché in inglese. L’elenco nasce dal sito nuovoeutile.it di Annamaria Testa, pubblicitaria, consulente e docente. Una prima stesura, scritta da lei, è diventata virale, catalizzando molte condivisioni e oltre quattrocento commenti, così l’autrice l’ha rivista alla luce dei contributi ricevuti e ha raccolto trecento voci.

Interessante è la “conclusione provvisoria” che si trova qui: Testa scrive, tra l’altro, che “nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza”. Ogni parola, dunque, “è un universo mentale” e la sfida della traduzione è complessa, perché bisogna “passare di parola in parola, da una lingua all’altra, portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso”.

Questo ci dà della lingua una visione molto più modulata e, per me, affascinante. Quando penso all’invasione dell’inglese nell’italiano non sono spaventata e non sento l’impulso di proteggere né di salvare la mia lingua dallo straniero. La lingua, fin quando è parlata, e quindi anche ascoltata, si preserva da sé. Nessuno oggi ha il bisogno di sostituire la parola “film” con pellicola, o “mouse” con… con che cosa? Non esiste l’equivalente italiano di questa metafora inglese che identifica con un topolino il “dispositivo esterno per il controllo del cursore, costituito da una sorta di scatoletta variamente sagomata, libera di muoversi sul tavolo in ogni direzione, e dotata di sensori che ne percepiscono il movimento trasmettendone gli spostamenti al cursore visibile sul monitor” (Hoepli). Anzi, se si cerca la traduzione on line inglese-italiano, a parte il caso quasi isolato di cui sopra, si scopre che in prevalenza si spiega la parola con un esempio e a volte si usa solo una foto:

mouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per non parlare poi dei prestiti inglesi presenti nell’italiano che nel tempo hanno assunto significati completamente diversi rispetto alla lingua d’origine. Molti sanno, ad esempio, che l’abito maschile che in Italia si chiama smoking in inglese è il “dinner jacket” e in inglese d’america il “tuxedo”. “Smoking” nella sua lingua d’origine mantiene il significato di “fumare” o “fumante” e arriva in Italia con un’altra valenza, probabilmente in seguito alla contrazione dell’espressione inglese “smoking jacket” e al colore, nero, dell’indumento che essa indicava, per inciso per nulla mondano, poiché si trattava di una veste da camera per fumatori. Nonostante i tentativi del purismo fascista di trasformarla in “giacchetta da sera”, e a dimostrazione del fatto che la lingua persevera sempre lungo la propria strada a prescindere da qualsiasi imperativo esterno, la giacca elegante italiana ha mantenuto negli anni il nome inglese di smoking, che oggi non è sicuramente percepito come un intruso dagli italofoni, alla stregua di stop, film, file, e-mail e di numerosi altri termini. Nell’uso degli acronimi, inoltre, c’è una ben più marcata e spesso inconsapevole perdita della memoria delle origini: quasi tutti sanno, ad esempio, cosa è il PIN e, poiché ne fanno un uso quotidiano, ne percepiscono il significato, ma ignorano forse che questa sigla indica l’espressione inglese Personal identity number.

Dunque il lungo elenco dei termini inglesi che potrebbero essere sostituiti dall’italiano non desta interesse in termini protezionistici, quanto, semmai, di opportunità ed efficacia comunicativa. Scorrendo le slide (o dovremmo dire “immagini di presentazione”?), da “abstract” a “workshop”, non si può fare a meno di notare che alcune parole sono necessariamente conosciute e usate in alcuni contesti globali: “waiting list” in un aeroporto internazionale è più efficace di lista d’attesa, “size” sull’etichetta di una maglietta prodotta per essere esportata in tutto il mondo evita che la stessa targhetta debba essere, per amore di traduzione, lunga come la maglia alla quale è attaccata.

Ma non si può, parimenti, fare a meno di sentire le stonature: vi sono termini che, non essendo entrati nell’uso comune, disturbano il flusso della comunicazione in quanto il loro significato non è immediatamente percepibile. Dopo aver premesso che al concetto di percezione va attribuita qui una valenza soggettiva (per me sono abbastanza marziani, ad esempio, termini come “body copy” e “cash flow”, che per altri, con esperienza differente dalla mia, potrebbero risultare chiarissimi), si nota che il gruppo di parole potenzialmente “aliene” può essere usato sia per esprimere il loro significato proprio, sia per trasmettere metasignificati, quali la competenza tecnica del soggetto che le usa o una determinata sua volontà di diversificarsi dalla pluralità dei parlanti.

Ognuna di queste parole, dunque, a modo suo, parla e comunica e quindi, come si dice, nessuno le può giudicare. Non si sa quali entreranno nel grande gruppo del linguaggio comune, ma la lista di Annamaria Testa è interessante perché, a ben vedere, è l’istantanea di una strada, lungo la quale corrono le parole, avvicinandosi o allontanandosi dal comune sentire della lingua.

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commenti
  1. Ivan Pirani ha detto:

    Gentilissima Margherita Rinaldi,

    sono Ivan Pirani, lo studente che ieri è intervenuto durante l’incontro tenutosi a Macerata, desideroso di conoscere la sua opinione in merito alla presenza massiccia d’anglicismi nella nostra lingua. Purtroppo, non m’è stato possibile replicare al suo intervento, ché il tempo era risicato. Mi farebbe piacere se il dibattito potesse proseguire qui. Senza tante ambagi, esplicito subito il mio pensiero: le lingue s’evolvono purché vi siano scambio e condivisione di idee, concetti. Se un popolo A inventa un oggetto —e con esso la nuova parola che designa l’oggetto creato, il cui rapporto sarà necessariamente mediato dal significato—, il popolo B, che non è ancora a conoscenza di questo nuovo oggetto, sarà costretto ad adottarlo, pena il fallimento della comunicazione. Nello specifico, se gli americani (piú che gl’inglesi) creano un nuovo oggetto, gl’italiani dovranno accogliere e adottare il nuovo. Non è questo il problema. Come ho già detto, è un bene per le lingue, e per i popoli stessi, il fatto che vi siano (stati) scambi culturali. Ma, se decidiamo d’adottare il nuovo, non possiamo prescindere dall’adattamento. Se si adotta, si adatta. Ogni lingua ha una propria storia e un proprio modo di vedere le cose, di segmentare la realtà (quello che, giustamente, sostiene Lei). Ora, se decidiamo d’adottare l’idea del «blog» —e dunque, in sostanza, la struttura profonda, il suo significato— non possiamo però introdurre la parola cosí com’è, senza apportare cambiamenti alla struttura superficiale. Ogni lingua possiede un ritmo che non dev’essere sconvolto, pena lo snaturamento della lingua stessa. Ogni lingua possiede anche delle regole ben precise, millenarie fondamenta che reggono in piedi l’intera struttura d’una favella e ne garantiscono l’esistenza. Per ciò che concerne l’italiano, sappiamo per esempio che una parola, per definirsi italiana, non deve terminare in consonante, fatta eccezione per -l, -m, -n, -r (caval, andiam, vengon, amar), nonostante soltanto l’ultima sia veramente «produttiva», gli altri tre troncamenti esistendo solo in poesia. Stando a queste considerazioni, una parola come «blog» si presenta come metèco sintattico, per citare Migliorini. Esso stravolge il ritmo naturale della lingua. Di qui la necessità dell’adattamento o d’una neoformazione. Oggigiorno, molti degli adattamenti proposti vengono sentiti come popolari. Eppure, se nel passato non avessimo adattato cosí tante parole, oggi ci ritroveremmo a parlare una lingua che non avrebbe piú identità propria (citazione di Marco Grosso). Pensiamo a una parola come albicocca. Quanti di noi sanno che deriva dall’arabo «al barquq»? Pochi, presumo. Ora, immaginiamoci per un momento cosa sarebbe accaduto se non avessimo adattato la parola araba: «Hai fame? Sí, penso proprio che mangerò un al barquq!». Non istona forse? Ancora, un esempio d’una parola adattata recentemente (circa un secolo fa, se non erro): bistecca deriva, appunto, dall’inglese «beefsteak». I nostri antenati non ci pensarono due volte ad adattare il termine in questione. Per secoli s’è sempre adattato tutto. Perché oggi dovremmo opporci a questa tendenza e lasciare che la pigrizia e il lassismo intorpidiscano i nostri cerebri? I francesi adattano «computer» in «ordinateur». Gli spagnoli fanno altrettanto e propongono «ordenador». Perché noi italiani non dovremmo seguire il loro esempio? Cosa hanno di cosí speciale gli anglicismi? Ieri lei ha detto, mi corregga se sbaglio, che l’uso di termini inglesi è giustificato quando il significato di quest’ultimi sia subito comprensibile. Le chiedo: il fatto che spesso si usi l’inglese per chiosare l’italiano, non è preoccupante? Dietro il fragore dell’anglicismo, non si cela forse il vuoto lasciatoci dal livellamento e dalla conseguente dozzinalità della cultura?

    La ringrazio dell’attenzione.

    Cordialmente,

    Ivan Pirani.

    • Margherita Rinaldi ha detto:

      Buongiorno Ivan, scusa ma vedo solo adesso la tua nota e ti ringrazio di averla scritta.
      Hai ragione quando dici che dietro il fragore dell’anglicismo si cela il più delle volte un vuoto culturale.
      Io penso che si possa provare a dare questo tipo di lettura. Da un lato il dato di fatto incontrovertibile è che la lingua cambia in base agli “impulsi” che riceve dai suoi parlanti e il filtro per l’ingresso al suo interno di nuovi termini è la fluidità della comprensione. Su questo e sui cambiamenti non credo sia possibile esprimere un giudizio di valore. La lingua è strumento e, semplicemente, vive finché funziona.
      D’altro canto però, uscendo dalla dimensione della pura osservazione del cambiamento, possiamo avere un approccio a questo tema che tiene conto del tuo punto di vista, più sociologico, sul quale io concordo. Credo infatti che l’evoluzione possa trasformarsi in deriva in modo direttamente proporzionale al vuoto culturale dei parlanti.
      La soluzione, a questo punto, non può stare però nella limitazione “per decreto” dell’uso di certe parole a vantaggio di altre. La manipolazione dell’uso della lingua è, tra l’altro, uno dei mezzi preferiti dai regimi totalitari (vedi le veline del fascismo, per esempio, se vuoi anche in questo mio post: https://segmentiblog.wordpress.com/2013/09/17/informazione-istituzionale3-veline-vecchie/). Credo che la deriva si possa limitare con interventi a monte di tipo educativo che curino l’autoconsapevolezza culturale e anche la memoria storica dei parlanti. Blog, per esempio, è un termine inglese, ma esprime un concetto molto radicato nella nostra cultura. Leopardi lo chiamava Zibaldone. E’ solo che noi ce ne siamo dimenticati.
      Spero di averti dato qualche spunto, come tu ne hai dati a me.
      Margherita

  2. Ivan Pirani ha detto:

    La ringrazio infinitamente della risposta. Non chieda venia, ché l’attesa, come si sa, rende tutto piú piacevole! Veniamo subito al dunque. Il cambiamento è sicuramente insito nella natura stessa d’ogni cosa, e ciò vale anche —e soprattutto— per le lingue. Ma non si confonda il cambiamento collo stravolgimento. Se una ventata d’aria nuova fa sempre bene, non altrettanto si può dire d’una tempesta. Alla prima non si opporrà resistenza, anzi ci si farà cullare dagli afflati e ci si crogiolerà nel tepore della brezza. Alla seconda, però, bisognerà correre ai ripari. E quando vengono stravolte le regole fonetiche —e conseguentemente ortografiche— d’una lingua, ritengo sia doveroso erigere qualche argine e non contemplare inebetiti ciò che viene spacciato per mero cambiamento. Per esempio, da tempo è invalsa la pronuncia /blog’gista/ per «bloggista». In italiano, la sequenza «gi» deve per forza di cose leggersi /ʤi/ e non /gi/. Per render velare la consonante è necessario l’inserimento d’una «h». Ovviamente, se si adattassero i termini stranieri, il problema non si presenterebbe neppure. Ma se proprio non si può fare a meno di questo metèco, si abbia l’accortezza d’inserire una «h», ché «bloggista», scritta cosí, si legge /bloʤ’ʤista/. La lingua è senz’altro uno strumento, e funziona bene se vi è, come dice Lei, fluidità di comprensione. Ma è solamente questo? Un mero strumento e nulla piú? Ho l’impressione che non le si dia la giusta importanza e che si contempli solo una minima parte dell’universo «LINGUA». È triste pensare che, per esser considerata tale, essa debba obbedire esclusivamente a principi pragmatico-funzionalistici. Io credo che la lingua sia prima di tutto il patrimonio d’ogni popolo, senza il quale si perderebbe la propria identità (storica, culturale, chi piú ne ha piú ne metta). È un bene prezioso che necessita di cure e premure costanti. Le dobbiamo riconoscenza, ché ci accompagna da quando si muovevano i primi passi e si cercava d’emettere i primi suoni. Detto questo, vorrei soffermarmi sulla caducità di alcuni termini di matrice anglo-americana. La cultura a stelle e strisce sforna quotidianamente vocaboli dal carattere effimero, perituro, destinati al consueto e inevitabile usa e getta. Non mi riferisco, ovviamente, a termini come «computer» e compagnia bella. Parlo di quelle parole che infarciscono i discorsi dei giovani e meno giovani, sempre pronti a seguire le mode del momento e i venti piú propizi. Per esempio, che bisogno c’è di usare il vituperevole «selfie» in luogo del semplice autoscatto? Sono veramente due cose distinte? Ontologicamente parlando, «selfie» è migliore d’autoscatto? Mi tocca tirare in ballo anche la filosofia, ché non so piú cosa pensare a questo punto. Concludo con questo episodio. Pochi giorni fa, mio nonno s’è recato in banca per ritirare qualche soldo, presumo. A causa di qualche problema, non ha potuto prelevare la somma richiesta e desiderata. Il motivo? È tuttora un mistero! È tornato a casa senza sapere cosa gli avessero detto! Hanno parlato di «austerity», «spending review» e di tante altre amenità di questo genere. Mi domando se non sia questo il vero fascismo linguistico. Prendersi gioco d’un povero vecchio, parlando una lingua virtuale, fittizia, avulsa da qualsiasi contesto. Grazie ancora della disponibilità!

    Cordialmente,

    Ivan Pirani.

    • Margherita Rinaldi ha detto:

      Buongiorno Ivan,
      la lingua è anche, sicuramente, quella specie di “mamma” o “migliore amica” che dici tu. Secondo me lo è nella misura in cui ci permette di comunicare, come un genitore ci ha insegnato a parlare o un amico ci ascolta, ci comprende, ci chiede ascolto e risposte. Diventa ostile quando per qualche motivo ci risulta incomprensibile o inutilizzabile. E qui veniamo al concetto di avulso: avulso è l’inglese usato a sproposito, ma anche l’arcaismo non più condiviso. Non sempre la sicurezza si trova nel passato.
      Per quanto riguarda l’aneddoto che segnali alla fine della tua nota, questa è la mia esperienza: https://segmentiblog.wordpress.com/2010/10/04/quando-i-lettori-ti-chiamano-per-nome/ .
      Un’ultima osservazione: la lingua evolve. Che noi lo vogliamo o no, lo fa. Niente nella lingua può mai succedere “per forza”. Ti segnalo, a questo proposito, oltre al dibattito molto attuale sulla necessità o meno di salvare la lingua italiana dall’invasione straniera (di cui ti ho già dato traccia in una precedente risposta), un contributo di Serianni sul sito dell’Accademia della Crusca che a me sembra molto interessante: http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese .
      Buona giornata

      P.S. E’ uscita la Storia linguistica dell’Italia repubblicana di De Mauro – trovi qualche notizia qui: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/De_Mauro/mainSpeciale.html

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