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Oggi è arrivato quel giorno, il giorno che teniamo fisso in mente ormai quasi da un anno. Quello che, quando per noi qui si concluderà, per una parte bella della nostra famiglia comincerà, dall’altra parte del mondo, con una nuova vita.
Per un fatto, anch’esso della vita, non ci siamo salutati “ufficialmente”. Non siamo lì, all’aeroporto, a dire arrivederci a Ilaria, Luigi, Antonio e Angelica, che vanno a vivere negli States. Però anche questo forse significa qualcosa, perché oggi, di fatto, non ci sono due strade che si dividono, ma una strada sola, grandissima, sulla quale proseguiamo a camminare insieme. E questo, lo dico, è soprattutto grazie a Ilaria, che, sempre alla ricerca caparbia di cose belle e positive, non ha rinunciato nemmeno per un attimo a costruire e a coltivare un legame bello e importante.
Ragazzi, già ci mancate sulla riva del mare, ma una parte del nostro cuore sta partendo con voi e, state sicuri, una parte del vostro resta qui con noi.
Giulia ha pensato a questa canzone per la zia. E come non essere d’accordo?
Ilaria, sono sicura che, ovunque tu andrai, troverai e continuerai a costruire cose belle.

‪#‎sisters‬(inlaw) ‪#‎sharethelove‬ ‪#‎buonviaggio‬

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asmaeQualche settimana fa ho accettato l’invito dei rappresentanti degli studenti del liceo scientifico Galilei di Ancona a palare della libertà d’espressione in assemblea di istituto. Erano da poco passati i fatti tragici di Charlie Hebdo e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le ragazze rapite in Siria, erano appena state liberate dalla loro prigionia. Sono arrivata in quella sala gremita di ragazzi, dunque, dopo una settimana di odio mediatico mai vissuta in precedenza: islamofobia mischiata a razzismo e ai peggiori insulti beceri e maschilisti contro le due ragazze. Potrei raccontare molte cose di quella mattinata passata con gli studenti e con la collega giornalista Asmae Dachan. Asmae è una giovane donna di origine siriana, la vedete nella foto accanto a me. E’ nata in Italia e parla e scrive l’italiano come molti di noi professionisti della scrittura vorrebbero fare. Ha un blog in cui quasi quotidianamente racconta del dramma siriano, una tragedia umanitaria le cui dimensioni immani per lo più sfuggono alla coscienza pubblica della nostra cultura e della nostra informazione. Un blog sul quale invito a soffermarsi, perché è uno di quelli che si strutturano per esprimere punti di vista significativi e documentati. Lo segnalo perché il web è il posto in cui le idee si nascondono con una facilità maggiore di quanto riescano ad evidenziarsi, travolte dalla mole di informazioni che circolano giustapposte. Non c’è prima pagina nel web, non c’è gerarchia delle notizie. E dunque, spesso, chi pubblica risponde all’imperativo della visibità offrendo la sensazione e l’emozione a tutti i costi, piuttosto che l’analisi pacata dei problemi e della ragione dei fatti. Non è così per Asmae.

La domenica precedente all’incontro del liceo ero andata alla Moschea della Fratellanza di Ancona, che aveva organizzato un’iniziativa a porte aperte, e in entrambe le occasioni il messaggio forte e chiaro che Asmae ha lanciato è stato che l’islam non c’entra niente con l’Isis. Anche per l’islam, come per il cristianesimo, chi uccide in nome della religione è un bestemmiatore. In moschea, poi, Asmae aveva espresso un concetto molto interessante: noi siamo cittadini e al tempo stesso ospiti.

Lo trovo importante, perché presuppone un concetto moderno e complesso di uguaglianza e di convivenza, che marca anche le differenze, quindi le distanze, e attribuisce loro un ruolo preciso. Credo che la platea giusta per prendere coscienza di ciò sia proprio quella dei più giovani, dove la differenza non è percepita in modo negativo, nonostante le spinte uniformanti dell’età, che rispondono al bisogno psicologico di sentirsi, per la prima volta  nella vita, parte di un tutto che va al di là del nucleo ristretto della famiglia. Ricordo, ad esempio, che quando aspettavo il secondo figlio la mia primogenita mi propose di chiamarlo con il nome albanese di un suo compagno della scuola materna, un nome che a me suonova singolare, ma che lei percepiva come normale perché faceva parte del suo quotidiano. E così, quando alla Moschea della Fratellanza di Ancona ha preso la parola una giovane di quindici o sedici anni, ho distolto per un attimo lo sguardo dalla sua figura e, dimenticando che indossava il velo, ho sentito le parole di una ragazza che avrebbe potuto tranquillamente essere mia figlia o una sua amica.

Poi, prima di cominciare l’incontro con i ragazzi del Galilei, Asmae mi ha detto una cosa che mi ha toccato il cuore: “Mia sorella è sepolta qui, al cimitero delle Tavernelle”. E che cos’è la terra alla quale senti di appartenere se non quella in cui, alla fine, seppellisci i tuoi cari? Sono la terra e il quotidiano i segni più profondi della nostra uguaglianza. Ma lo è anche la memoria. Quasi ognuno di noi, ad esempio, ha memoria di nonni e parenti emigrati in terre straniere, dove la gente del posto spesso non li voleva, o li considerava “minori”, perché diversi. Visti da qui, però, questi antenati sono i nostri eroi, quelli che hanno permesso alle nostre famiglie di essere oggi ciò che sono, di non estinguersi quando erano troppo povere, di trovare una speranza di rinascita dopo guerre che ci avevano decimato nei corpi e nello spirito.

Poi ci sono le diversità, che non sempre e non immediatamente portano ricchezza o valore aggiunto, perché a volte sono ingombranti, spesso incomprensibili le une alle altre. E c’è anche di più. Quando succedono fatti come l’attentato a Charlie Hebdo, o le decapitazioni dell’Isis, il cui portato simbolico arriva addirittura a superare la già immane tragicità dell’accaduto in sé, la logica del terrore prende il sopravvento sulla ragione ed è facile che il diverso sia identificato con il colpevole. Non è un caso se nelle ultime settimane sui social network, che sono lo specchio dei nostri umori collettivi, è esplosa la miccia di innumerevoli fobie e intolleranze, razziali, religiose, ideologiche. Mai nella storia come in queste settimane la parola scritta, che è, per sua natura, più pensata e moderata di quella parlata, si è sbilanciata verso l’eccesso con un impatto sociale così ampio. La strategia che ci ha vinto è stata quella del clamore, che ha suscitato terrore. Credo sia fisiologico, di fronte a eventi di tale portata. E’ stato come prendere una bastonata in faccia. Dopo c’è un momento in cui sei stordito. Poi però ti devi curare, contare i danni, rimediarli fin dove è possibile e riprendere a vivere. Uscendo dalla metafora, il rischio è che, se non riprendiamo a usare la ragione dopo l’emozione, siamo pronti per la dittatura, che non sarà necessariamente di un regime, ma che sicuramente, come è sua natura, avvantaggerà pochi a scapito dei più. E certamente ci toglierà la libertà, prima quella di esprimerci, poi anche quella di pensare e quindi di vivere come vorremmo.

Nel vedere tanti ragazzi riuniti in assemblea, giovani abituati alla velocità del web, alla sintesi estrema, all’on-off del loro essere nativi digitali, all’applauso facile del “mi piace”-“non mi piace”- “condividi”, mi si è aperto il cuore quando ho capito che, tenendo alto il livello del dibattito, arrivavano domande e considerazioni sensate e di senso, che forse quando io avevo la loro età non avrei mai fatto. Li vedo un po’ persi, ogni giorno li scopro fragili, ma riconosco in loro competenze più profonde di quelle che avevamo noi e un senso civico che dovrebbe fare invidia agli adulti. Sono, ad esempio, ragazzi che amano, curano e promuovono la loro scuola, che gestiscono i loro spazi con serietà e passione, sia nei momenti impegnati, come l’incontro a cui ho partecipato io, sia in quelli più leggeri e giocosi.  In quell’assemblea mi è sembrato di vedere giovani che facevano esperimenti di “res publica”. Credo quindi di avere sulle spalle, insieme con i miei coetanei, una bella serie di responsabilità: preservare quanto è rimasto in termini di democrazia e di libertà, tornare a curare la cultura e smetterla di dire con i fatti, oltre che con le parole, che l’impegno e lo studio non sono importanti, praticare il rispetto e coltivare la bellezza, nel privato come nel pubblico, non abbandonare la memoria di ciò che siamo stati. Dovremo consegnare loro tutto questo. Pensiamo a salvare il salvabile, perché c’è qualcosa che mi dice che ne faranno un uso migliore del nostro.

schermo2Ho scritto un libro su Ancona, usando le interviste che si trovano anche in questo blog, nel capitolo “Gente della città”, e alcuni altri post degli ultimi anni (storie sulla grande frana di Ancona, sul terremoto del ’72, sulla Mole Vanvitelliana…). Poi ne ho parlato con Corrado Maggi, un amico fotografo, che mi ha regalato alcune foto, che abbiamo abbinato a ciascun personaggio intervistato. Ora, questo libro ha anche vinto un premio e avrei la possibilità di pubblicarlo on line anche subito, però ci sto pensando un po’ su, per capire quale sia la soluzione migliore per darlo alle stampe, o al web. Nel frattempo, visto che il testo è nato da “segmenti” di vita, di racconti e di città, alcune foto io e Corrado le stiamo già diffondendo, in modo frammentario e spezzettato, in particolare sui social network.

Oggi, inoltre, Paola Ciccioli, una delle amiche che lo hanno rivisto prima della conclusione, con un post su facebook in ricordo di suo padre mi dà l’occasione di pubblicare un altro segmento del mio libro: una parte della postfazione, che è inedita, ed è scritta da lei.

“Cara Margherita, eccomi.
A mano a mano che leggevo le interviste, mi veniva in testa la parola “glocal” e alla fine è il buon Milzi che la pronuncia. Questa è, secondo me, la prima qualità del tuo lavoro: dà cioè il senso di una città geografica e umana, la prima con confini definiti, la seconda che si estende – seguendo il movimento del mondo – oltre ogni delimitazione amministrativa.
La storia che mi è piaciuta di più, Barbara a parte, è quella della parrucchiera libraia, che alla fine chiude un po’ frettolosamentesulle proprie osservazioni critiche.
La parte iniziale, quella della ricostruzione del carattere della città attraverso i resoconti molto dettagliati delle due grandi ferite di Ancona, ha provocato in me piccole (piccole?) scosse e qualche frana emotiva. E, come in un flashback, mi ha riportato all’interno della scuola elementare di Maestà di Urbisaglia dove – non so come, quando e con chi – mi aggiravo bambina tra le brandine che ospitavano gli sfollati.
La parola e l’evento frana, invece, più che ai processi relativi che ho lungamente seguito, mi ha fatto sedere di nuovo su una determinata sedia della Cronaca del Corriere Adriatico dalla quale, al di là del monumentale computer, fissavo notte e dì una finestra che dava sull’unico elemento di vita raggiungibile da quella postazione: “un grumo” di terra eternamente indeciso se rimanere lì sospeso, oltre quella finestra e i neon che la illuminavano. Ose invece staccarsi rovinosamente, seguita da grumi sempre più grossi, seppellendo me, la Cronaca, il Corriere Adriatico e quella specie di deposito polveroso da cui raccontavamo le sorti del capoluogo e della Regione Marche tutta. Sapessi quanto ho temuto quel “grumo”…
Poi. C’è un poi importante. Leggere un qualcosa di così “amorevole” nei confronti di un luogo, di una città, mi ha fatto venire non in testa ma nel cuore un ricordo legato a mio padre. Quando è iniziata la sua fine, l’ho portato a farlo visitare in un ambulatorio vicino all’ospedale di Torrette. Poi gli ho detto: «Dai, prima di tornare a casa, ti faccio vedere una cosa». Mi preparavo a separarmi da lui e volevo regalargli l’immagine di Ancona che è Ancona per me: i traghetti illuminati che sembrano voler abbandonare l’acqua per farsi una passeggiata in centro. Questi condomini viaggianti che, specie in un punto preciso – la strada di fianco alla sede Rai che è di accesso al porto – mettono il muso sulla piazzetta lì di fronte, in una confusione di stati, liquido e terreno, che mi ha sempre destato un moto di stupore e deliziata meraviglia. La stessa meraviglia che ha provato mio padre”.

Questo signore che sorride nella foto non l’ho conosciuto di persona, anzi, a dire il vero conosco anche Paola da poco tempo. Ma da qualche mese mi accompagna questa immagine di meraviglia. Mario per me è il papà delle navi del porto.

 

un saccodivitaDonare un sacco a pelo a un barbone, quando fuori fa freddo, è come guardarlo negli occhi e chiamarlo per nome. Un gesto elementare, che però può salvare la vita. www.unsaccodivita.org

Allora è così che muore un barbone…

“Il freddo è così forte che passa attraversa i golf e la maglietta, l’aria è così gelata che mi scuote tutto il corpo. Ho le calze umide, per colpa della pioggia, e non sento quasi più i piedi. Il cappello di lana mi copre la fronte e le orecchie, la coperta e la sciarpa il resto del viso. Quel filo di aria che passa è più tagliente di un rasoio. Dovrei alzarmi, uscire dal sacco, saltellare, fare due passi; l’ideale sarebbe rifugiarmi dentro a un bar, bere qualcosa di caldo. A quest’ora non dovrei avere problemi, e nella tasca dei pantaloni ho ancora qualche spicciolo. Dovrei chiamare Nocciolina, dire a Dario: “Non resisto, me ne vado”. Dovrei darmi da fare, chiedere aiuto. Ma non riesco, non mi va, non questa volta. Sono stanco, stufo, sfinito. Non ho più la forza di lottare, di darmi una speranza, di farmi del male: “Hai perso”, mi dico, “questa volta è finita”. I sogni, le speranze: non contano più niente; gli errori, le cadute: non contano più niente. Forse non sono mai contati. Forse, alla fine, il senso è proprio questo: tu brighi, sbrighi, disfi, sfai, e alla fine non ti rimane più niente. Provi a mettere un cappello alle cose, a darci un nome, una spiegazione, ma loro sono avanti, sono già accadute”.

“Funziona così, vale per tutti, vale per me. Sono le regole del gioco, ci ho provato, ho rischiato, ho perduto. Tutto qui.  Non ho rimpianti, non ho rimorsi: quello che ho fatto è quello che ho scelto, quello che ho scelto è quello che ho voluto, quello che ho voluto è quello che sono. Scegliere, volere, essere, non ci sono alternative. C’è solo una cosa che mi dà fastidio: il modo. Voglio dire, tra tutte le morti possibili quella per congelamento è una delle più assurde. A Milano, almeno. Nel duemila. Se fossi in montagna, immerso nel bianco e perso nella neve, o in Scandinavia, in mezzo ai boschi, capirei. Ma sono nel cuore della city, attorno a me ci sono i cinema, i Mac Donalds, i tabacchi, i baracchini delle caldarroste, i venditori ambulanti, i negozi di scarpe e di vestiti. C’è il Duomo, la Madonnina. Ci sono le luci, i suoni, i colori. (Ci siete voi). Non voglio morire in questo modo, non voglio scomparire sullo sfondo, e domani, magari, diventare un caso, una fotografia, una breve biografia, un articolo di giornale, un dato statistico, un oggetto sociologico, un discorso da bar, la lacrima di un benpensante, la preghiera di un prete, il comizio di un politico. Non voglio finire così, al bordo di una strada”.

Wainer Molteni, Io sono nessuno

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Serena Mercanti in Oman

Serena Mercanti in Oman

Per lavoro ho incontrato qualche settimana fa i giovani discendendenti degli emigrati marchigiani all’estero: un gruppo di una ventina di ragazzi, tra i quali, tra l’altro, ho trovato anche Fabio, venezuelano, mio lontano cugino, pronipote, credo, del fratello o della sorella di un mio bisnonno. Poi qualche giorno fa Fabio, che ora lavora in Messico, mi ha scritto una bella mail. Leggetela qui sotto (ne riporto alcune parti) e vedrete con che occhi e con che cuore ha guardato le Marche:

“E’ stato un viaggio che non dimenticherò mai. In realtà è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita: ritrovarmi con le mie radici é ciò a cui attribuisco più valore. Non riesco a smettere di pensare all’Italia, soprattutto alla possibilità di ritornare nelle Marche, questa volta con la mia ragazza. Per farla breve, e senza esagerare neanche un po’, sono tornato in Messico, ma il mio cuore è rimasto in Italia. Mi sono innamorato, soprattutto, della sua cultura e del suo carattere: castelli, paesaggi da sogno, prodotti locali deliziosi, arte della pittura in ogni chiesa e museo, calore e buonumore ovunque. E poi l´impegno con cui si adopera il marchigiano in tutto quello che fa, la voglia e il gusto per la qualitá… Mi ha colpito anche l’ultimo ristorante, che però serve pizza di alta qualità e ne sono (giustamente) orgogliosi, e la piu piccola fabbrica, che fa prodotti esclusivi e raffinati come raramente se ne possono vedere qui in Messico o nel Venezuela.
Questo é quello che ho visto in ogni museo, chiesa e trattoria, per quanto piccoli potessero essere. Tutto ciò che ho vissuto é stato sublime, magico. Soprattutto mi ha fatto ricollegare con le mie radici marchigiane… con l’eredità spirituale di mio Nonno, con un ritorno alla casa di famiglia.
La mia compagna ed io stiamo da quasi due anni in Messico e non ci piace per niente. Abbiamo voluto scappare da un paese comunista quasi dittatoriale, il Venezuela, dove c’è carenza di cibo e di prodotti per l’igiene (per non parlare del fatto che è uno dei cinque paesi più violenti del mondo),  per finire in un paese di abbondanza materiale, dove si sfruttano i lavoratori come in nessun altro posto al mondo (nel 2011 il Messico è diventato il paese con gli orari di lavoro più lunghi e meno pagati). Ci sembra che ci rubino il tempo, con un lavoro di dieci ore o più al giorno, ogni giorno, dove i fine settimana sono come un mercoledì. Tutti qui vivono per lavorare, e non molto altro. Faccio tre lavori, ma é sufficiente solo per vivere, il risparmio è un sogno. Siamo schiavi con una laurea universitaria. Il contrasto con le Marche è stato travolgente.
Le Marche mi sono piaciute e la frase che mi ha convinto è stata: “qui tutto è fatto a misura d’uomo”. Preferirei vivere una vita non segnata da eccessiva avidità, una vita a misura d’uomo, alla misura di quella italiana”.
Ovviamente Fabio vorrebbe tornare ed è difficile spiegare, di fronte a così tanto entusiasmo, che qui le cose vanno male, che l’economia è al tracollo. E’ come fermare una speranza, che noi non abbiamo più, ma che si riaccende dentro occhi lontani, non appena si avvicinano alla nostra terra.
Questa mail mi ha ricordato le riflessioni di un’amica lette qualche tempo fa su Facebook. Serena, la protagonista del post fino a oggi più letto di questo blog, di recente ha partecipato come responsabile del reparto trucco e parrucco all’allestimento della Traviata degli Specchi, portata in scena in Oman dallo Sferisterio di Macerata.
“Sono tornata da qualche giorno – scrive Serena – da quella che è stata un’esperienza incredibile sia dal punto di vista personale che professionale.
Personale, per aver conosciuto un paese molto diverso da quello che mi aspettavo di trovare. E sicuramente lavorare a stretto contatto con chi ci vive mi ha dato un punto di vista estremamente affascinante e privilegiato.
Sul piano professionale sono tornata con una forte consapevolezza del valore della nostra cultura Artigiana. Tutto quello che davo per scontato come arte acquisita, lì diventava una fonte preziosa di osservazione e di apprendimento, gesti per noi consueti di Parrucco, Trucco e Sartoria venivano ammirati come estremamente preziosi per chi dentro al teatro dell’Opera comincia a muovere i primi passi.
Torno in Italia e mi godo questa piacevole sensazione di orgoglio e mi sento parte del nostro infinito patrimonio culturale.
A volte basta allontanarsi, guardarsi da fuori e riflettere…”
E’ vero Serena. L’ho già scritto, ma lo ripeto: il panorama qui è meraviglioso. Bisogna che ce ne innamoriamo. Di nuovo.
Fabio Romanelli nelle Marche

Fabio Romanelli nelle Marche

Ludoteka 3La ragazza della foto avrà più o meno 18 anni. Sono i tempi della Ludoteka, al Cardeto di Ancona. E Alice Ricci, che, tra parentesi, anche dopo un po’ di anni (non moltissimi) è rimasta tale e quale a questa foto, è una di quegli studenti del liceo scientifico Savoia che hanno dato vita a una parte della storia recente della città, completamente underground, nata per gioco, ma immediatamente travolgente per moltissimi ragazzi.

Andiamo per ordine. Alice nasce a Chiaravalle un po’ per caso, però è anconetana al cento per cento. Frequenta il Savoia negli anni ’90 e poi si diploma all’istituto Fermi. Completa gli studi a Bologna, dove frequenta il Dams, indirizzo cinema. Prova subito a  lavorare a Roma, ma senza fortuna: “Si faceva la fila per lavorare gratis – racconta – e quindi ho deciso di fare un passo indietro e di tornare ad Ancona. Ho ricominciato, sette-otto anni fa, con uno stage all’Inteatro di Polverigi, poi, grazie ai contatti nati lì, ho lavorato cinque anni per il Summer Jamoboree di Senigallia e, in seguito, all’Ufficio stampa del teatro Sferisterio di Macerata. Ma non solo: ho fatto il capogruppo (il coordinatore delle comparse n.d.r.) per la fiction Gomorra, l’assistente di produzione del film Alma e anche di alcuni spot pubblicitari a Bologna (la Wind con Aldo, Giovanni e Giacomo, per esempio), ho seguito i casting per L’ispettore Coliandro, sono impegnata da quattro anni con il Festival Adriatico Mediterraneo di Ancona, dove svolgo il ruolo di assistente di produzione e responsabile della promozione e che seguo in tutti i suoi progetti, facendo parte della relativa associazione”. Alice lo scorso anno ha lavorato anche al festival Gender Bender di Bologna e nei giorni in cui ci sentiamo per questa chiacchierata sta concludendo un contratto con l’Amat, dove si è occupata di organizzazione, produzione, ospitalità e anche di amministrazione.

Prima di tutto questo, prima ancora dell’università, c’è stata la Ludoteka, scritta con una k al posto della c, che ha il suo perché, e oggi, con il senno di poi, sembra il preludio di un trending topic degli adolescenti di oggi.

Cos’era? Un gruppo di giovani, un capannone occupato e autogestito al Cardeto, all’epoca parco totalmente abbandonato, un centro sociale “sicuramente diverso dagli altri”, come scriveva la stampa locale dell’inizio degli anni 2000. Le pagine dei giornali, alcune delle quali sono riportate qui sotto, raccontano di feste con centinaia di ragazzi, a ingresso gratuito o al prezzo politico di un paio di mila lire, del bar “pirata”, specializzato in Tequila Bum Bum, della non sempre facile convivenza con i residenti, dei problemi giuridico-amministrativi determinati dall’occupazione e delle inevitabili polemiche politiche nate in città su questa iniziativa.

(continua a leggere la storia sotto gli articoli)

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Alice la racconta così: “Avevamo diciassette anni e non trovavamo un posto dove divertirci, così abbiamo occupato il capannone accanto alla Polveriera al parco del Cardeto. Siamo entrati in questo posto che era abbandonato e sono stati i quattro anni più belli della mia vita. Il giorno che siamo entrati il mio amico Luca mi telefona e mi dice: prendi una scopa. E’ cominciata così. Eravamo in dieci, anche con quelli più grandi”. “Poi abbiamo finito le superiori – prosegue – e a ogni week end tornavamo dall’università per la Ludoteka”.

“Si facevano concerti punk e serate con i dj. Abbiamo organizzato anche un bar e tieni conto che questo posto non aveva elettricità, acqua, bagni. Andavamo avanti col generatore. Ma la cosa veramente bellissima era che era sempre pieno di gente. Venivano i ragazzi di tutte le tipologie. Era come se ad Ancona ce ne fosse bisogno. Ci vedevamo lì tutti i pomeriggi, finita la scuola, finiti i compiti. Durante la settimana eravamo circa  venti persone”. “Tutti i gruppi, che tra loro di solito si odiano, ad Ancona, alla Ludoteka, erano tutti insieme: rasta, punk, bykers e gente di piazza Diaz… gente colorata, di tutti i colori. Una cosa però ci tengo a dirla: non eravamo politicizzati, non ci fregava della politica”. Ecco perché era un centro sociale diverso da tutti gli altri.

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Ma come è venuta l’idea di andare al Cardeto? E’ stata una specie di passaggio del testimone, dai centri sociali della generazione precedente, da quelli dell’Asilo (che a loro tempo avevano occupato una ex scuola materna alla Baraccola, vicino alla vecchia Motorizzazione), “che già da un po’ avevano il pallino di quel posto”. “Veramente – prosegue Alice – l’idea di quella che poi sarebbe stata la Ludoteka mi era cominciata a balenare quando ero andata a una festa di quelli dell’Asilo: questa non è Ancona, avevo pensato!”.

E quando è finita? “Intorno al 2000, siamo andati via per una serie di motivi, tra cui la morte di uno dei ragazzi del nucleo storico. E’ stata la fine di un ciclo. Molti anni dopo il 2000, poi, circa cinque anni fa, sono tornata da Bologna con il mio ragazzo e, memore dell’esperienza precedente, ho fatto parte del gruppo delle cinque persone promotrici dell’occupazione di un locale in via Cupa, fondando di fatto l’omonimo centro sociale, che si trova vicino al Tambroni. Poi ho mollato, per visioni diverse con gli altri sulla cosa e, forse, per sopraggiunti limiti di età…”.

Ora Alice divide la sua vita, un po’ per lavoro e un po’ per scelta, tra Ancona e Bologna. “Se potessi scegliere, sceglierei Bologna, perché è più aperta mentalmente e questa è una differenza che si sente. Ancona però è migliore per qualità della vita. Salverei la città, ma non la gente. In ogni caso nel mio piccolo io ad Ancona ci ho provato: ci sono delle realtà che, comunque, sono esistite”.

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serena mercantiLa prima cosa che mi ha colpito quando ho conosciuto Serena è stata che nel suo salone c’è una piccola biblioteca. Cioè: mentre ti fai i capelli puoi leggere un libro. Oppure puoi sfogliare gli album di foto dei suoi viaggi, o il catalogo di qualche mostra importante: arte, architettura, cinema… I libri li prendi, li cominci, poi se vuoi prosegui la lettura la volta successiva. Come ho fatto io con Eva Luna della Allende. Eva Luna, che poi è anche il nome (e cognome) della bimba di Serena. Per tutto questo ti viene voglia di farle un po’ di domande. E scopri una bella storia, quella di una ragazza che voleva fare la parrucchiera e che con questo mestiere è cresciuta, fino a coniugarlo con la moda, con l’arte, con lo spettacolo, con l’amore per la città dalla quale ha deciso di farsi adottare.

“La mia storia, Margherita, comincia dove ho passato la mia infanzia, in una casa sulle colline tra Jesi e Santa Maria Nuova. Cosa volevo fare da grande? La parrucchiera, nessun dubbio.  Avevo una buona manualità così iniziai a fare i primi esperimenti casalinghi con cugini e parenti. I primi risultati furono imbarazzanti e ancora dopo anni spesso ci ridiamo su. Capii presto che dovevo studiare la tecnica prima di fare pratica. Durante le vacanze estive e il sabato pomeriggio iniziai ad “andare a bottega” da un parrucchiere che aveva anche un’accademia interna. Finite le medie firmai il mio primo contratto da apprendista parrucchiera. All’epoca la mia professione non era compatibile con lo studio, quindi presi il diploma anni dopo con una scuola serale. A soli vent’anni arrivò l’opportunità di rilevare una piccola parrucchieria ad Ancona, davanti a quella che sarebbe diventata la nuova facoltà di Economia. Supportata dal mio titolare di allora, mi lanciai in quell’avventura. Il primo anno fu veramente difficile perché mi dovevo far conoscere e trovai un secondo lavoro come cameriera per pagare le spese dell’attività. Le clienti che entravano in salone, nonostante l’arredamento estroso e i miei capelli tinti di rosa, uscivano molto soddisfatte. Con il passaparola dopo tre anni avevo assunto quattro dipendenti e mi apprestavo ad inaugurare un nuovo salone, che oggi gestisco con l’aiuto di Azzurra, mia collaboratrice che da quasi due anni é diventata socia. L’attività oggi si snoda in vari settori: servizi nelle case di cura, trucco e capelli nella moda, nel teatro e nel cinema e per ultimo, ma non meno importante, l’innovazione, con l’invenzione di nuovi strumenti di lavoro che hanno portato a due brevetti e a una nuova spazzola commercializzata da Wella”.

Serena Mercanti è anche una viaggiatrice, una donna curiosa ed entusiasta. Che rapporto hai con Ancona?

Amo molto viaggiare e nei miei viaggi mi capita spesso di pensare alla città dove vivo e che mi ha adottata diciotto anni fa. Ancona è come una bella donna che non si cura di sé e che vive di quello che la natura le ha donato ma niente di  più. Possiede delle grandi potenzialità, che sono assopite ma anche pronte ad essere risvegliate. É circondata dal mare e certe mattine girando per il centro si sente l’odore. Lo senti ma non lo vedi, perché sono pochi i punti dove c’è  la vista o l’accesso al mare. In altri paesi, dove valorizzano al massimo anche ciò che non esiste, avrebbero sfruttato questa dote in ogni modo possibile. Le opportunità per cambiare città mi si sono presentate più volte. L’ultima due anni fa, quando mio marito Gian Marco vinse il tanto sospirato posto da ricercatore al CNR di Venezia. Eva, nostra figlia, aveva pochi mesi e abbiamo valutato per un po’  la possibilità di trasferirci. Per il mio lavoro nel settore spettacolo c’erano diverse possibilità. Ma è stato proprio lì che abbiamo capito. Lentamente, senza quasi accorgercene, ci eravamo innamorati di Ancona ed era decisamente il posto dove volevamo vivere. Abbiamo trovato la casa dei nostri sogni vicino al Passetto e Gian Marco fa il pendolare e torna il fine settimana.

Il tuo lavoro ti fa conoscere persone e idee. Secondo te in questa città le persone sono felici?

È la parte più affascinante e che amo di più. Le persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro sono una fonte inesauribile di informazioni e di stimoli. Felici? Chi viene da noi certo! Coccoliamo le nostre clienti e le facciamo più belle mentre ascoltano buona musica o leggono un libro dalla nostra libreria sorseggiando un buon caffè. Battute a parte, le persone qui sono felici perché nonostante le difficoltá dovute alla cattiva amministrazione della città negli ultimi anni, si vive ancora bene. Puoi fare cose che ti svoltano e spezzano una giornata stressante e quando lo racconto a chi vive fuori stenta a crederci. Le possibilità sono tante, soprattutto d’estate. Puoi fare il bagno e la colazione la mattina presto al Passetto, prima di andare al lavoro, la pausa pranzo al parco del Cardeto oppure al tramonto l’aperitivo con i moscioli a Portonovo.

E qui, ad Ancona, è nato anche un tuo particolare rapporto con l’arte, passando per il teatro delle Muse, fino ad arrivare allo Sferisterio di Macerata e, tra pochissimi giorni, molto, molto più lontano… 

Lavorare allo Sferisterio era nella mia scatola dei desideri. L’opportunità arrivò con una serie di combinazioni. Accettai un’offerta di lavoro con il team tecnico dello Sferisterio per uno spettacolo con la regia del maestro Pier Luigi Pizzi al teatro Arcimboldi di Milano. Il mio lavoro fu molto apprezzato e visto che anche il reparto delle Muse che io coordinavo era un’esempio virtuoso, come veniva definito dagli addetti ai lavori, dopo pochi mesi arrivò la proposta di gestire come vice responsabile il reparto parrucco di  Macerata. Quest’anno sono stata promossa da vice a responsabile e coordino il lavoro di cinque preziosi collaboratori. Come parrucchieri teatrali lavoriamo alla caratterizzazione dei personaggi, siamo esperti di acconciature d’epoca e trattiamo le parrucche in maniera quasi sartoriale. Ogni sera vanno in scena fino a cento persone, che devono essere preparate in poche ore. L’atmosfera del dietro le quinte è emozione pura e lo Sferisterio è un luogo speciale. Questa bellissima esperienza a ottobre mi porterà fino in Oman, dove andrà in scena, nel teatro di Muscat, la bellissima Traviata degli specchi.

E che cos’è, per te, il teatro delle Muse?

Il teatro delle Muse  di Ancona é stato l’inizio, dove la mia passione é nata e cresciuta. Le opere che sono state allestite e che ho avuto la fortuna di vedere sono state una più bella dell’altra e hanno vinto premi e riconoscimenti importanti sia in Italia che all’estero. Il pubblico era internazionale e arrivava perfino dal Giappone. Dopo le rappresentazioni ricordo che, mentre sfilavo le ultime forcine, li potevo scorgere, in fila, fuori del camerino dei protagonisti per un’autografo. È stato stampato recentemente un libro fotografico molto bello per festeggiare i dieci anni delle Muse e con grande soddisfazione ho scoperto che tutte le acconciature fotografate erano state realizzate da me. Tutti i reparti alle Muse lavorano in maniera eccellente e chi ha cantato qui ci ha sempre riempito di complimenti. Il problema é che, ancora una volta, tutto viene offuscato e strumentalizzato. Spero con tutto il cuore che non sia un’altra ottima occasione persa.