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hemingway1All’indirizzo http://linkis.com/tumblr.com/zaV7Q c’è La mia prima volta con Fabrizio De André: “una raccolta di testi, perché ognuno ha la sua storia, il suo speciale e unico ricordo di Fabrizio da raccontare. Perché Fabrizio De André fa parte del nostro immaginario collettivo, è un patrimonio storico, italiano e universale”.

Il mio ricordo è delle medie. La professoressa di musica era una ragazza piccolina con i Ray Ban da vista, i capelli lunghi e la chitarra, che aveva rinunciato ad arrivare alla cattedra, vista la completa assenza di disciplina durante le sue ore. Entrava e si sedeva in fondo all’aula, in un angolo vicino alla finestra, faceva l’appello da lì e cominciava a cantare. Tutta roba sconosciuta per la maggior parte di noi, ragazzini di periferia della classe del 1968: De André, Bertoli, De Gregori. Chi voleva faceva casino, chi aveva piacere si metteva lì ad ascoltarla.

Ero cresciuta a suon di Gianni Morandi, Celentano e Massimo Ranieri, ascoltati dai quarantacinque giri che suonavano nel mangiadischi bianco e giallo (non arancione, come ce l’avevano tutti). Poi per la festa dei tredici anni mi avevano regalato uno stereo potentissimo e l’imponenza del macchinario mi aveva spinto a fare una ricerca discografica accurata, perché il mio primo lp avrebbe dovuto essere all’altezza dello strumento. Avevo scelto Making Movies dei Dire Straits.

Quando dunque arrivò in classe la ragazzina con la chitarra, ero pronta per le “novità” e fui affascinata dalla scoperta di questi cantautori che mi sembravano dei giganti. Ad aprirmi la porta furono proprio il silenzio del pescatore e gli occhi enormi dell’assassino-bambino di De André. Mi sembrava di vedere, adagiato sulla spiaggia, quello stesso vecchio magro e scarno, che aveva rughe profonde alla nuca e cicatrici profonde alle mani, “che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti”.

Avevo cominciato a leggere seriamente con Il vecchio e il mare di Hemingway e ora arrivava il pescatore di De André. E “aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso”.

Libertà

Pubblicato: 20 febbraio 2015 in musica
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foto“Ti ricordi quando, come si chiama, quel rocker che scrisse La Marsigliese, Jean-Jacques Vattelappesca… ti ricordi quando la sua canzone cominciò a venire trasmessa sempre più spesso, nel 1792, e d’un tratto i contadini si ribellarono e sconfissero l’aristocrazia? Quella è una canzone che ha cambiato il mondo. I contadini avevano solo bisogno di un po’ di grinta. Il resto l’avevano già: schiavitù umiliante, miseria opprimente, debiti schiaccianti, condizioni di lavoro orribili. Ma senza una canzone, ragazzo, tutto questo non voleva dire niente. Lo stile sans-culotte fu quello che cambiò davvero il mondo”.

antonacciSanremo è tradizione e quindi agevola la nostalgia. L’altra sera l’amarcord ha vestito i panni di Albano e Romina, ieri si è materializzato con gli Spandau Ballet e sempre si sostanzia in quella formula fissa che in tutte le edizioni introduce le canzoni in gara: “Di questo, quell’altro e quell’altro ancora autore, dirige l’orchestra il maestro tal dei tali, canta il tal cantante“. Una specie di formula magica, alla quale attribuisco la responsabilità di quell’alone di emozione che aleggia incontrastato e porta molti dei protagonisti al limite del rincoglionimento, esaspera le gaffe, fa stonare i cantanti, rovina le esibizioni. A tal punto che uno si chiede se è veramente tutto preparato (come diceva mio nonno) o se ormai si tratta di una specie di riflesso pavloviano per cui il palco del festival (o festivàl, come ancora lo chiamano in molti) induce automaticamente alla goffaggine di vario tipo.

Sembra che questo ritorno al passato ci dia tranquillità e, visto che oggi ne abbiamo tanto bisogno, si potrebbe giustificare in questo modo il boom di ascolti che si è guadagnata questa specie di ancora gettata da Carlo Conti in un porto sicuro e riparato dalle intemperie del già molto burrascoso 2015. Tant’è che le edizioni più fresche e “scanzonate”, le più innovative, quelle che non sapevano per niente di San Remo, sono state quasi sempre considerate poco riuscite.

Sanremo 2015 sta senz’altro nel solco della tradizione più pura. L’altra sera pensavo, non volendo, a una serie di parallelismi: Carlo Conti con Pippo Baudo, Tiziano Ferro con Massimo Ranieri, Antonacci forse con nessuno, ma sicuramente con un bell’uomo d’altri tempi (pure se privo di calzini) che alla fine dell’esibizione accenna un nostalgico passo a due.

Anche il presunto eccesso di Conchita ha radici antiche. Lo fa notare Rudy Zerby nel suo blog: “A chi vorrebbe far apparire il popolo italiano così retrogrado da scandalizzarsi per un’esibizione di questo tipo, vorrei ricordare che milioni di adolescenti (io tra quelli) avevano trent’anni fa il poster di Boy George in cameretta”.

Foto da: http://www.lastampa.it/2015/02/12/spettacoli/festival-di-sanremo/2015/da-antonacci-a-zilli-il-festival-va-senza-stress-lacrime-e-sangue-LPidra2Nvs9aPVFM2j4XNK/pagina.html

IMG_5374[1]“L’esperienza del concerto non la puoi scaricare: è tutto quello che c’è prima, durante e dopo”. Esserci o non esserci fa la differenza ed è da questo che nasce il mestiere di Eric Bagnarelli.

Come lo chiameresti, questo mestiere?

“E’ un mestiere senza nome, ma un mestiere a tutti gli effetti. Promoter, organizzatore, agente di artisti… le definizioni possono essere molte, ma una cosa è certa: ci vogliono competenza e specializzazione”. La storia professionale di Eric si sviluppa proprio sulla base di questo bisogno. Si laurea nel 2004 in Scienze della comunicazione all’Università di Macerata, ma ancor prima di laurearsi è impegnato con i primi eventi: organizza concerti piccoli e contest tra band al Santa Monica del Palarossini di Ancona e poi lavora come tuttofare al Barfly. Nel 2004 si occupa di produzione e organizzazione con l’agenzia di spettacolo e di animazione Anno Zero, sempre con sede nel capoluogo marchigiano, e poi acquisisce un ruolo più importante al Barfly. Sempre in questo anno porta ad Ancona i Negramaro in piazza Roma, per la notte bianca. Poi si trasferisce in Inghilterra, per lavorare al Forum di Londra, “per entrare a contatto con una realtà immensa, per avere un’idea di come funziona a livelli importanti, per specializzarmi, perché in questo mestiere non si può essere tuttologi”.

L’esperienza si traduce subito in concreto, perché poi nel 2005 apri Comcerto

“Sì, con un’attività che all’inizio si sviluppa su due livelli: la rappresentanza di artisti stranieri in Italia da un lato e dall’altro, le collaborazioni locali. Il mio progetto però era più quello di strutturare un’agenzia, così gradualmente sono diminuite le produzioni locali. Ma non per snobismo. Solo perché quello dell’agenzia è un lavoro che ti assorbe più del cento per cento. Ogni tanto mi tolgo lo sfizio di fare qualcosa per Ancona, ma il mio lavoro oggi è diverso: vivo e vivrò del lavoro di agente, dove ho investito tempo e passione”.

Comcerto su Facebook in questo preciso momento piace a me e ad altre 5.551 persone. Nasce il 2 aprile 2005 e collabora negli anni con le più importanti agenzie di spettacolo in Italia e all’estero. Tra gli artisti internazionali rappresentati in Italia ci sono Mumford & Sons, The Lumineers, Pulp, Of Monsters and Men, Tame Impala, Local Natives, Noah and the Whale, Anna Calvi, Richard Ashcroft, Iggy and The Stooges, Badly Drawn Boy, The Divine Comedy, Mystery Jets, Patrick Wolf, Frank Turner, Angus & Julia Stone, The Charlatans, The Cribs, The Tallest Man On Earth, Billy Bragg, Echo and The Bunnymen e molti altri, che potete trovare qui.

C’è poi una parentesi, conclusa, che vede Bagnarelli a fianco di Morgan.

Dalla primavera del 2011, inoltre, la Comcerto cura i live del duo comico I Soliti Idioti. “E’ – spiega Eric –una parentesi parallela alla musica”, una scommessa, aggiungo io, non giocata a caso. “Da anni – racconta Bagnarelli – conosco Francesco Mandelli per la sua attività musicale come voce e chitarra degli Orange, poi ho conosciuto Fabrizio Biggio. Li ho spronati a passare dalla tv alle piazze perché secondo me il progetto poteva funzionare dal vivo. E’ una cosa che piace o non piace, ma era ed è un fenomeno sociale sulla rete. E l’esperienza è ancora in corso: abbiamo cominciato con quattro date prova alla Salumeria della musica a Milano, all’Estragon di Bologna, al Circolo degli Artisti di Roma, a Piazza del Papa in Ancona. Quattro date per dare loro l’idea del rapporto diretto con il pubblico. Quattro date che poi sono diventate quarantuno e che hanno toccato piazze importanti, come, per esempio, il teatro Arcimboldi di Milano. L’ultimo spettacolo è previsto l’8 agosto a Forte dei Marmi”.

E’ bello leggere come l’agenzia si presenta sul sito: “Il comune denominatore di ogni produzione targata Comcerto è lo STILE: dalle produzioni all’interno dei club più famosi d’Italia, alle piazze, ai teatri sino ad arrivare ai palasport e ai festival con le performance di artisti internazionali e non. Comcerto, con la sua professionalità e la passione che la contraddistinguono, si attiva per dare sempre di più; il suo lavoro è tutto quello che c’è dietro, ciò che il pubblico non si immagina, tutto ciò che permette ad un artista di esibirsi davanti ad un pubblico ed al pubblico di godere di un concerto”.

Di fatto come hai cominciato?

“Con gruppi da 50 paganti, fino a raggiungere l’apice a marzo nei palasport con i Mumford & Sons, che è stata una band fondamentale per la Comcerto. Abbiamo un rapporto bello, perché abbiamo avuto una crescita parallela: abbiamo cominciato insieme a Bologna in un locale da 280 posti. E’ significativa questa crescita dell’agenzia in parallelo con la crescita dell’artista. Il mio compito è quello di evidenziare il valore dell’artista nel mio stato. Ho un margine di potenziale, ma se il progetto di per sé non va, non posso svoltare la carriera di un altro”.

Mumford & Sons sono passati anche per Ancona, con Spilla 2012. Parliamo di Ancona e di Spilla?

“Spilla è un festival, una rassegna di concerti unici nel centro storico di Ancona, che dal 2007 in estate ospita i migliori artisti della scena internazionale. Il concerto dei Mumford & Sons ha più che mai dimostrato i limiti di questa città. A Venezia abbiano fatto il tutto esaurito in tre giorni. Ad Ancona abbiamo impiegato più tempo e solo il dieci per cento della gente che era a piazza del Papa per il concerto aveva acquistato i biglietti in città. Il novanta per cento veniva da fuori. Ci sono limiti geografici, di strutture e di continuità. La continuità è importante, altrimenti il pubblico si disaffeziona e si allontana. Ancona non è paragonabile con Milano, Bologna, Roma, Firenze o Torino, ma con le altre città sì. E ce ne sono moltissime più attente all’arte e alla cultura. E’ un dato di fatto, evidente per tutti. Ci sono lacune nella gestione amministrativa, non solo politica. Appena solo cinque anni fa non eravamo nella stessa condizione di adesso, in tutti i settori”.

Però Eric Bagnarelli non è un detrattore di Ancona e degli anconetani e lo dimostrano i fatti: “se Ancona fosse stata migliore – spiega – io comunque non sarei rimasto qui, perché le mie piazze sono altrove”, eppure, anche se la sua attività è di livello metropolitano, resta ad Ancona, anzi, precisa lui, a brecce Bianche, il quartier generale di Comcerto: uno staff di quattro persone, cui si aggiungono di volta in volta i free lance specializzati.

Non è una scelta logistica un po’ pericolosa quella di restare ad Ancona?

No, oggi è l’on line che conta. Ogni dieci mesi sono a Londra per gli incontri fondamentali per la pianificazione dell’anno e questo va bene per il lavoro. Non vorrei vivere solo in funzione del mio lavoro e questo accadrebbe cambiando città. Serve lo stacco”. Ancona, dunque, serve a rimanere sé stessi, a “coltivare la propria riservatezza”, a ritrovarsi nei luoghi che le grandi città nemmeno sognano di avere. Questo lavoro senza nome ti fa girare, come in una giostra: “Ma io –conclude il nostro amico – sono attento a salire e poi a scendere, tra una data e l’altra”. Una regola da ricordare, secondo me.

tweetseatsLa Fondazione Arena di Verona, in occasione dei 100 anni del festival lirico, porta in Italia una novità, che negli Usa, a dire il vero, è già realtà da qualche tempo: i tweet seats. Sono posti riservati a chi vuole raccontare lo spettacolo in tempo reale via Twitter, sono offerti al prezzo speciale di 10 euro e collocati in una posizione speciale, per vedere bene e per non infastidire gli altri con la luce prodotta da smartphone e tablets. Il tutto, racchiuso in un hashtag: #arenadiverona100.

“L’iniziativa – si legge all’indirizzo ufficiale di riferimento tweetseats.arena.it – punta ad allargare il pubblico dell’Arena e a diffondere la cultura dell’Opera attraverso i social media”. I device dovranno comunque essere usati in modalità. silenziosa. Per candidarsi ad occupare il posto bisogna compilare il form presente sul sito inserendo tutti i dati e la condizione imprescindibile è, ovviamente, avere un account Twitter attivo: “un account pubblico, con almeno 1 mese di vita, almeno 1 tweet pubblicato nell’ultimo mese e più di 50 tweet pubblicati in totale”. I candidati sono di volta in volta contattati via e-mail (entro 24 ore dalla richiesta) in base alla disponibilità di posti in Arena.  L’obiettivo – spiega l’ente culturale – è fare del passaparola uno strumento di marketing, un mezzo per arrivare a chi non è ancora stato all’Arena di Verona: il pubblico piu’ giovane, digitale e iperconnesso.

La novità, dunque, sta nell’istituzionalizzazione del mezzo (Twitter per la musica), nel luogo, oltre che, forse, nel contenuto (musica lirica, e non più solo pop o rock, anche se non ho avuto tempo di controllare se questa è davvero la prima volta per la lirica). Ma Twitter e la musica, invero, collaborano già da un po’ e ogni artista adotta, di fatto, una modalità diversa di utilizzo. Infatti, come dice Jovanotti, Twitter è convesso: si parte da lì (dal mezzo), ma le possibilità di sviluppo sono infinite.

Lui (@lorenzojova), ad esempio, ne fa un uso molto narrativo e molto “artista-centrico”: penso al live per ringraziare il milione e mezzo di utenti che lo seguono sul social network , ma anche ai continui aggiornamenti prima dei concerti, soprattutto in fase di preparazione, in cui coinvolge i fan e le città ospiti, come con la sua recente richiesta ai followers di fotografare nei diversi luoghi, e poi twittare, i manifesti del tour 2013 negli stadi. Mi resta però un dubbio: al concerto di Ancona non sono riuscita a far partire neanche un tweet dagli spalti: sarà stata solo una questione di campo?

Perché penso anche al fatto che la convessità del mezzo è un’arma a doppio taglio e su Mashable (dietro segnalazione di daily wired) trovo infatti il caso di un utente di Twitter bandito da un concerto per aver criticato via Twitter uno degli artisti sul palco. La cosa è andata più o meno così: lui scrive una cosa sgradevole, poi si va a bere qualcosa. Si sente chiamare dal palco, si fa riconoscere e riceve, sempre dal palco, la notizia che sarà accompagnato fuori dalla security per aver scritto “shit on Twitter”. Così accade. Seguono, nei giorni successivi, scuse bilaterali e prese di posizione pro e contro, secondo le dinamiche social che ormai sono ben note a tutti gli utenti.

Leggo poi su daily.wired.it che già nel 2008 i R.E.M. aprirono, per quello che sarebbe stato il loro ultimo tour, un sito che aggregava e organizzava automaticamente tutti i materiali postati dai fan su YouTube, Flickr, Twitter, organizzati automaticamente per ogni singola data a partire dai tag: “La band fu tra le prime a intuire il potere del live tweeting musicale, con un account utilizzato per raccontare le scalette in diretta (esiste ancora: @remroaddog). Oggi è una pratica comune: gli artisti – e il loro staff – twittano dal palco, i festival pubblicizzano direttamente gli hashtag da usare per raccontare quello che succede. Si va da SongKick, popolare sito/app con calendari di concerti geolocalizzabili e personalizzabili in base ai propri gusti, a Setlist.fm, wiki di scalette di concerti, acquistato da Live Nation, il più grande promoter mondiale, che ha appena aperto i suoi Live Nation Labs, sezione di analisi dei big data e di sviluppo prodotti e servizi legati al mondo della musica live, che sta conducendo un’aggressiva campagna di acquisizioni di startup musicali, da Big Champagne a Rexly (@rexly n.d.r.)”.

Poi c’ è il caso delle twitter questions. Da una veloce navigazione su Google mi sembra che i più inclini a questa pratica siano gli One Direction. Ecco qua cosa succede ai concerti (che io, ovviamente, non frequento per motivi anagrafici). Ma c’è un’alchimia: non si tratta di puro Twitter. Surfando surfando scopro la domanda di una ragazza su forum.teamworld.it:

“Buonsalve.. 
Parlavo con una mia amica quando ci è sorta una domanda..
i twit che vengono letti durante i concerti, a cui i ragazzi rispondono, come fanno ad essere inviati? Il dubbio ci è sorto perchè oltre alla domanda e al nome del mittente c’è anche il posto occupato al concerto e volevamo sapere come si faceva.
Se riuscite a rispondere ve ne siamo molto grate.
Ali”.

E questa è la risposta: c’è un form da compilare su sonymusicemail.com (Sony Music), dove va indicato anche l’account Twitter se uno ce l’ha. Nello stesso form si chiede anche di registrarsi e il consenso per la ricezione di newsletter tematiche.

Mi viene da fare, a questo punto, una piccola notazione: il mezzo ormai è chiaro, il fine non sempre lo è.

Chiudo con il concerto di Bruce Springsteen (@Brucespringsteen), San Siro 2012: su rollingstonemagazine.it Paolo Madeddu ha raccolto le sensazioni social del live, con qualche commento ironico. Ci sono concerti più recenti di Springsteen, ma quello dell’anno scorso segna una data storica: per la prima volta “l’evento poteva essere socialcondiviso: la possibilità di passare da “Io c’ero” (1985) a “Io twittavo” (2012)”.

milziCominciamo dai soprannomi: il più recente è Indiana Milzi. Il motivo lo trovate qui e se non avete quaranta minuti per guardare questo speciale di E’Tv Marche, trovateli, perché in questa intervista di Maurizio Socci a Giampaolo Milzi, direttore del mensile Urlo, del webzine Fatto & Diritto e collaboratore del Messaggero, c’è molto di Ancona. Anzi, di più. Giampaolo Milzi è un profondo conoscitore della città, soprattutto della città coperta: sotterranei, monumenti sepolti dagli sterpi, tracce storiche sommerse dall’erba. Ascolta, studia, scopre, ritrova, ricostruisce le storie e la storia. Sentirlo parlare di tutto questo è un piacere. Ma chi non lo conosce e legge fino a qui può farsi un’idea sbagliata, quindi è bene introdurre subito il suo soprannome storico: Giamburraska, che è anche la sua firma per gli editoriali di Urlo.

Urlo, appunto: quest’anno compie vent’anni. “Il numero zero – racconta Milzi – è del febbraio 1993 e da marzo ’93 a oggi sono usciti 202 numeri”. Così il giornale è diventato, a suo modo, un pezzo di città, direi il regalo di Milzi alla città, con una identità netta, sia nel vestito sia nei contenuti. E’ in controtendenza già per il formato: dodici o quattordici pagine “grandi” per dare spazio alle immagini e ai contenuti, per contenere le inchieste e gli approfondimenti, che sono la sua vocazione, in una sola pagina. E’ in bianco e nero, con la prima e l’ultima in bianco, nero e magenta: ha un suo carattere, si riconosce, ci mette la faccia. Infatti si caratterizza anche per la scelta precisa dei contenuti: “Non scriviamo le cose di cui già parlano gli altri, a meno che non siano da approfondire. Il taglio è glocal, il non locale collegato al locale, da sempre, da prima ancora che questo concetto diventasse di dominio comune”. In particolare colpiscono gli articoli, lunghi direi per scelta, di quelli che non offrono scorciatoie al lettore e che li leggi solo se ti interessa il contenuto: una storia mai sentita prima, una scoperta, una denuncia, una causa da sostenere. Si direbbe che, in quanto giornale di parte (perché sceglie i suoi argomenti e conduce le sue battaglie), corre il rischio di non essere imparziale, se non fosse poi che da questa palestra sono usciti finora alcuni tra i migliori giornalisti della città. Al momento ci sono almeno tre o quattro bravi colleghi impegnati nelle pagine politiche e culturali dei quotidiani locali. “Bisognerebbe chiedere a loro – butta là Milzi – un’opinione su Urlo”. Già, cosa direbbero?

Giamburraska, dunque, forse nasce ufficialmente nel 1993 e qui posso raccontare solo una piccola parte della sua storia. Per il resto ci vorrebbe più di un post, perché dovrei dire delle sue serate nei locali, nei circoli, al mare, come dj, con la musica, vintage come la sua Vespa TS del ’75 bianca e verde di nome Wispy. E anche di quando, tra l’85 e il ’90, metteva su il rock a Radio Marche Ancona e poi di Radio Studio 24 e Radio Punto 2, ma anche del suo continuo impegno a fianco dell’associazionismo e del volontariato della città, dell’incursione giornalistica al G8 di Genova, dove ha raccolto una delle primissime testimonianze (di un’infermiera volontaria) sulle cause della morte di Carlo Giuliani, “poi trasmessa la sera stessa da Bruno Vespa”, e anche delle sue numerosissime querele, la maggior parte per diffamazione a mezzo stampa, “quasi tutte risolte bene, altrimenti non starei qui a parlare con te”.

Ma torniamo al 1993. “Il ’93 – dice Milzi – è l’anno che segna l’inizio della fine nella qualità dell’informazione. Finisce l’onda lunga degli anni ’80, in cui si ristrutturarono le Tv private e si aprirono nuovi quotidiani. Io ho cominciato come vittima collaterale della Tangentopoli locale: nel gennaio del ’93 ci fu il fallimento delle Edizioni locali di Edoardo Longarini, che portò, tra l’altro, alla chiusura della Gazzetta di Ancona, dove ero diventato professionista, e di Galassia Tv. Di lì la mia scelta di vita: continuare a vivere di questo lavoro facendo il freelance. Così a trent’anni fondai Urlo. Dopo il ’93, con l’era di Internet, al boom della quantità di notizie non ha corrisposto il boom della qualità. Internet, però, ha portato alla rivoluzione della realizzazione del prodotto mediatico di carta stampata, con due aspetti positivi: l’utente a poteva interagire e diventare attore dell’informazione e diventava concreta la possibilità di realizzare prodotti di informazione in autonomia. Nasce qui, infatti, la free press”.  E’ seguendo queste tendenze che Urlo afferma, negli anni, sul campo, la capacità di influenzare l’opinione pubblica: “I nostri temi sono la cultura, il disagio, le devianze, l’ambiente, la sostenibilità e le nuove fonti energetiche, le problematiche giovanili, ma anche la memoria storica e la riappropriazione degli spazi, la democrazia partecipata. Spesso le questioni che poniamo diventano oggetto di dibattito”. E sempre più di frequente l’ideatore di Urlo è interpellato come esperto sulle singole questioni, soprattutto per la conoscenza della città, che da vent’anni racconta nelle pagine del suo giornale.

Come racconteresti la classe politica di Ancona? “La classe politico-istituzionale è stata progressivamente sempre meno all’altezza della situazione. Non abbiamo avuto, fortunatamente, gravi questioni morali, ma inadeguatezza nella capacità amministrativa sì. La carenza di capacità politica è trasversale: l’opposizione non è virtuosa e non c’è la capacità di andare al governo. C’è una carenza di approccio rispetto alla gestione della città, c’è un pensiero chiuso rispetto a questo. Il dibattito sulla vocazione turistica di Ancona, per esempio, è diventato una barzelletta che fa piangere”.

Qui ci sta bene il twit per Ancona, che chiedo a tutti e che veramente non ho chiesto a Milzi, ma  la frase che ho scelto per Twitter è questa: “La bellissima addormentata, narcotizzata, sul golfo, aspetta il principe azzurro”. “Di Ancona ti innamori. Si corre il rischio di generalizzare, però l’anconetano medio è conservatore, poco curioso, tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto e per questo ha paura di mettersi in gioco”. Gli anconetani buoni però ci sono, e sono quelli che hanno creato “situazioni interessantissime, ma, secondo il principio base del nemo profeta in patria, rischiano l’isolamento”. E poi, c’è “molto piagnucolio, che deriva dalla disinformazione. L’anconetano spesso si dimentica della possibilità di riempire l’altra metà del bicchiere”.

Cosa c’è in quest’altra metà, quella buona? “C’è la vivacità dell’associazionismo, c’è uno dei rapporti più alti in Italia verde/abitante e, quindi, c’è il Cardeto, che l’ha fatto crescere e che ancora ha molto da valorizzare, c’è la Casa delle Culture, nata dal coordinamento di tante realtà dell’associazionismo locale all’interno di un ex Mattatoio, che però è anche il bicchiere mezzo vuoto, perché è una struttura abbandonata al 90%, c’è una Mole che è rinata ma per la quale ora occorre affrontare la problematica di un utilizzo adeguato, c’è Porta Pia, che ha un destino simile in quanto a destinazione d’uso. Ci sono buon senso dell’accoglienza e una buona qualità della vita, nonostante la carenza nel campo delle manutenzioni”.

E nel bicchiere mezzo vuoto? “Dopo il minimo storico del 1972 (con il terremoto e le sue conseguenze n.d.r.), la città è migliorata sempre, ma bisogna stigmatizzare e denunciare nel contempo la lentezza dei processi. I tempi si allungano in maniera incredibile per qualsiasi tipo di situazione. Ancona è sospesa nel tempo. Sembra che tutto sia immutabile. Per vedere il cambiamento bisogna avere un colpo d’occhio lungo almeno dieci anni. Manca lo spirito del cogliere le opportunità. Siamo all’anno zero per il turismo, per la valorizzazione dei beni culturali e architettonici, per gli incentivi alla ricerca, per le sinergie tra gli enti istituzionali. Ancona è la città degli spazi negati. Nonostante ci sia stata una progressiva riacquisizione, ci sono alcuni illustri caduti sul campo, tipo il parco della Cittadella, dove non si fa più nulla da anni. Ricordo Cittadella Live, con la musica nel parco a partire dal ’94: è sopravvissuta alcuni anni, poi nulla”.

Certo: la musica, Giamburraska e questa città. Che dire? “La musica continua a essere la colonna sonora della mia vita, nonostante il regolamento acustico ad Ancona sia da Medioevo. A Piazza del Papa si impedisce ai locali di fare musica percepita fuori, quando il rumore della gente che chiacchiera nello stesso luogo produce più decibel. E la gente comincia le feste sulla spiaggia di Palombina, per poi terminarle a Falconara, dove si può suonare più a lungo nella notte”.

Non solo, dunque, la Bella addormentata. Abbiamo anche la sindrome di Cenerentola.

Conversazione con André Martinet

imagesWhat is your opinion about the formal approach to the analysis of language?

Formal means the elimination of a number of things which are not to be relevant, but from what standpoint? They don’t tell us from what standpoint.

I tell you that we have to choose the same point, which is communication. This is not the only point possible, because you can approach the language from the point of view of art, for example. You can say Italian is a very nice language for singers, opera singers, which is true, because Italian is that sort of thing. It is another approach, but not the fundamental approach of linguistics. The fundamental approach of linguistics is not the language as it is used by opera singers, it is the problem of communication in general. I’m afraid those people start from philosophy…

Leggi gli altri post dell’intervista:

André Martinet/1 Communication is our basic relevancy

André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items

André Martinet/3 How to describe a language

André Martinet/4 Choosing words

André Martinet/5 Amalgamations

André Martinet/6 Semiotics

André Martinet/7 Economy

André Martinet/8 La Societé Internationale de Linguistique fonctionnelle

André Martinet/9 We don’t care about deep structures