Archivio per la categoria ‘musica’

ERRANDO NASCE LA MUSICA

Pubblicato: 2 aprile 2013 in musica
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Errando è l’effetto dei miei viaggi fisici e onirici e anche dei miei errori” dice il chitarrista e compositore Giovanni Seneca parlando del suo nuovo cd. “Spesso – prosegue – i suoni sono nell’aria. Durante ogni viaggio li percepisco, lontani ma familiari. Le melodie risuonano come nenie dell’infanzia o prepotenti come un profumo. Indossando gli abiti di un detective del suono lascio il corso principale della città e mi inoltro nel dedalo di viuzze che hanno resistito per secoli alle teorie urbanistiche, mi ritrovo così seduto alla terrazza di un ristorante qualsiasi di fronte al più bel panorama del mondo, distratto dalla quiete e dalla bellezza quei suoni vanno giù tra un boccone e un altro e sembrano non lasciare traccia, dimenticati come il sapore delle pietanze, l’odore delle spezie, il colore dei tramonti. Altre volte le melodie mettono le ali e i suoni li sorvolo guardando giù: sono sempre lì insieme ai colori e al profumo di spezie esotiche. I ricordi e gli oggetti che riporto dai viaggi, lontani dal loro contesto sembrano sbiaditi e fuori posto, ma i suoni che ho percepito restano dentro di me come le molecole dei cibi profumati e cucinati diversamente che ho assaggiato. Come un’alchimista manipolo le melodie facendo vibrare le corde del ricordo. E’ questo il momento in cui comincio a suonare le mie chitarre, per cercare di rievocare quei suoni e quelle sensazioni che ho vissuto e amato. Profumi, suoni e calore allora diventano qualcosa di tangibile”.
E’ partendo da qui che Seneca crea quelli che lui stesso definisce “piccoli universi” scaturiti dalla chitarre che suona ogni giorno: “strumenti magici rapiti da luoghi conosciuti che rivendicano la propria appartenenza a popoli e culture diverse e ricordano le sonorità sepolte nella nostra memoria”.
Errando è il suo quinto album: quindici brani per chitarra sola, da lui composti ed eseguiti su tre modelli di chitarre speciali: classica (Ignatio Fleta-Barcelona – Spagna – costruita nel 1971), battente (Rosalba de Bonis-Bisignano – Italia – costruita nel 2012) e flamenca (Jesus Bellido-Granada – Spagna – costruita nel 2005).
Il cd è stato registrato negli studi “Pink House” di Monsano (An) ed è pubblicato dall’etichetta Rara.
E’ scaricabile on line all’indirizzo http://giovanniseneca.believeband.com/ mentre il supporto fisico si può chiedere alla casa discografica www.rara.it. Dal 5 aprile sarà in vendita anche alla libreria Feltrinelli di Ancona.
Info: http://www.giovanniseneca.ithttp://www.rara.it

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Lucio Dalla, la musica bella

Pubblicato: 1 marzo 2012 in musica
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tanto un giorno dovrà finire
e poi, all’eterno ci ho già pensato
è eterno anche un minuto, ogni bacio ricevuto
dalla gente che ho amato.

Di sicuro la sua era la musica bella.
Oggi è morto Lucio Dalla: 4 marzo 1943 – 1 marzo 2012.
So che non sono l’unica, ma anche a me resta un rimpianto. Quello di non averci parlato che per pochi minuti. Proprio qualche giorno fa pensavo che avrei voluto richiamarlo, perché quando l’avevo intervistato avevo chiuso il discorso troppo presto. Mi aveva messo in una specie di soggezione, non perché si desse delle arie, ma perché mi aveva affascinato con la sua voce e non riuscivo a fargli le domande.
L’ho chiamato al cellulare e Marco me l’ha passato. Avevo accettato di intervistarlo per un giornale con tante pretese e poco futuro, che di lì a poco avrebbe chiuso i battenti. Il mio progetto era: lo chiamo, ci faccio due chiacchiere e poi gli propongo di incontrarci a Urbino per un’intervista più lunga. Era marzo, o forse aprile del 2005.
Invece al suo “Buongiorno” ho perso lucidità. L’ha detto come se mi conoscesse già, con la voce che somigliava a un abbraccio sereno. E mi ha fatto cambiare programma senza volerlo. Ho esordito con qualcosa del tipo: volevo fare una chiacchierata con lei sulla città di Urbino, su come la vede e come la vive. Ha cominciato a raccontare e io mi sono distratta dietro alla melodia del suo discorso, facendo una fatica terribile a prendere appunti. Il testo dell’intervista l’ho perso tra un trasloco e l’altro. Mi ricordo però che a un certo punto mi ha parlato di Caruso. E poi di Attenti al lupo. Mi ha raccontato che la musica di questa canzone l’aveva trovata ascoltando i suoi passi mentre camminava nel bosco di Schieti e mi sono immaginata quell’omino piccolo così che andava di buona lena nella penombra, tra gli alberi, con un bastone in mano, calpestando le foglie secche. Poi ci ho ripensato spesso: la musica sta dappertutto, quelli grandi come lui la sanno trovare e poi ce la fanno ascoltare.
Alla fine di questo suo racconto ho avuto fretta di chiudere l’intervista. Mi sembrava che una parola in più, un’altra sola domanda, potessero smontare tutto, che poi non avrei più saputo raccontare quell’atmosfera. Ho detto che mi bastava e lui mi ha domandato. “Tutto qui?”. “Sì, è moltissimo”. Poi mi sono pentita. E di recente mi era tornata la voglia di ascoltare di nuovo quella voce che, come ha scritto oggi Ligabue, naturalmente era così piena di musica che tante volte era costretto a inventare linguaggi e suoni perché la lingua italiana non gli bastava.
Dicono che alla fine la sua qualità artistica avesse ceduto un po’. Non lo so. Per me era uno che comunque stava già nella storia, perchè ce lo aveva messo la gente: tutte qelle persone che in tanti anni hanno scandito i loro attimi con i suoi ritmi e hanno vestito i loro pensieri con le sue parole.
…e a me non dava fastidio che portasse il parrucchino.

Mi ricordo di Gustav Kuhn, il direttore d’orchestra, quando diceva: “Non esiste la musica nobile e la musica bassa. Esiste solo la musica brutta e la musica bella”. Di quell’idea del maestro austriaco ho sempre apprezzato l’essenzialità. E’ un po’ come quando Vasco Rossi, alla richiesta di un giornalista di esprimere un parere su Baglioni rispose: “Non so, noi qui facciamo rock”.
La musica bella è equilibrio e intensità. E’ sintesi. Ho sempre pensato che c’è musica all’interno di qualsiasi espressione perfetta. Un libro, un film, un pezzo di vita sono belli se al loro interno c’è ritmo, armonia, un qualsiasi ritmo e una qualsiasi armonia. Un collega giornalista una volta mi ha raccontato che dopo aver scritto i suoi pezzi lui li rilegge più volte, non a voce alta, ma nella sua testa. Ripete la lettura e cambia di volta in volta parole, virgole, suoni, fino a che la melodia del pezzo, dice, non scorre fluida nella sua testa. Anche questa è musica.

WISH YOU WERE HERE

Pubblicato: 6 giugno 2011 in musica

So, so you think you can tell Heaven from Hell, 
blue skies from pain. 
Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil? 
Do you think you can tell? 

And did they get you trade your heroes for ghosts? 
Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze? 
Cold comfort for change? And did you exchange 
a walk on part in the war for a lead role in a cage? 

How I wish, how I wish you were here. 
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, 
year after year, 
running over the same old ground. What have we found? 
The same old fears, 
wish you were here. 

MUSICA

Pubblicato: 1 ottobre 2010 in comunicazione, musica
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La musica è la più spirituale delle arti dello spirito e l’amore per la musica è una garanzia di ‘spiritualità’.
La musica è l’arte ‘pura’ per eccellenza: non dice nulla e non ha nulla da dire.
(P. Bourdieu, La distinzione, Parigi 1979)

KEEP IT TOGETHER

Pubblicato: 20 settembre 2010 in musica
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IMG_5211[1]E’ possibile che, a forza di dare di Ancona giudizi poco lusinghieri, siano cresciute generazioni e generazioni di persone che questa città non la amano. Se non si ama il posto in cui si vive, se non si sente questo luogo come la propria casa, se non si vede l’ora di scappare via, per il fine settimana, per le vacanze, per studiare, per andare a vivere altrove, nessuno, o quasi nessuno, avrà a cuore il futuro, e tanto meno il presente di questo luogo, che sarà solo di passaggio, come la sala di attesa di una stazione.
Forse ad Ancona è successo proprio questo e, se è così, allora si spiegano tante cose: le impasse di tanti governi, la paralisi di tante attività, la poca cura con cui i cittadini trattano le cose di tutti, le piazze, le strade, i monumenti, e anche quella ostinazione atavica a lasciare deserti questi luoghi, per ritrovarsi nelle proprie case, nei propri circoli, dentro e quasi mai fuori dai muri delle case. Un architetto, non ricordo di preciso chi, ha detto che Ancona è tanto poco interessante nei suoi esterni, quanto è affascinante, invece, nelle abitazioni private, costruite e arredate con gusto, con competenza, interessanti dal punto di vista estetico e architettonico.
Questa città è stata a lungo off limits: i suoi luoghi e i suoi monumenti più belli le sono stati negati nei secoli. Il Cardeto, per esempio. Chi ce li ha, oltre a noi, quarantacinque ettari di verde dentro il centro storico? Pieni di storia, oltre che di natura, dai riti dionisiaci a Napoleone Bonaparte. Il parco del Cardeto, con i suoi affacci sul mare mozzafiato, è proprietà degli Anconetani solo dal 2000, cioè solo da dieci anni.
La Mole Vanvitelliana è un monumento con un fascino unico, sospeso tra terra e acqua, anima peculiare di questa città che unisce nel suo carattere la vertigine della montagna (il Cònero che sta dietro di noi) con l’odore e il sapore del mare. Ma è, al tempo stesso, un simbolo centenario di  negazione, di malattia e di morte.
Succede anche alle persone: chi vive una vita di negazioni prima o poi si convince che la negazione è il suo destino e la rende uno stile di vita, fatto di rassegnazione e di rinuncia. Si chiude, come gli anconetani chiudono le porte di casa, rifiutando di vivere fuori, rinunciando e temendo le novità, di qualsiasi genere esse siano. Noi rifuggiamo dalla città. Amiamo invece, di un amore profondo e naturale, il nostro mare.
Ora, non è detto che da questo male non si possa guarire, anche se è molto difficile. Certo è che quest’estate qualcosa di nuovo è successo. La Mole Vanvitelliana non si è solo riaperta al pubblico, ma è diventata una piazza, dove centinaia di persone hanno accettato di incontrarsi ogni sera.
E’ stata una specie di porto franco: non identificandosi con i luoghi tradizionali di incontro di una città, così galleggiante sul nostro amato mare, ci ha dato fiducia, ci ha reso confidenti, direbbero gli inglesi. Alla Mole, dove è andato in scena il primo cartellone culturale estivo anconetano di tutti i tempi, per tutta l’estate abbiamo potuto trascorrere le serate, chiacchierare, prendere un aperitivo, andare al cinema o a teatro, ascoltare musica, incontrare i grandi della cultura e dello spettacolo.
Chi ha partecipato all’inaugurazione della mostra di Milo Manara, ad esempio, ricorderà sicuramente l’artista seduto a un tavolino del Raval, di fronte allo storico tempietto, che disegnava le sue mitiche illustrazioni sui fogli, sui libri e persino sulle braccia di tanta gente arrivata lì per salutarlo di persona, per farsi una foto con lui, oltre che per vedere le sue opere. E se in un venerdì sera ventoso di fine luglio attorno al grande palco della Corte il miracolo della danza di Virgilio Sieni è riuscito a creare un’atmosfera sacra tra il pubblico, la sera successiva sono stati gli stessi cittadini a salire sul palco e ad accogliere, numerosissimi e calorosissimi, l’Ancona dance festival, di cui molti ragazzi anconetani sono stati protagonisti.
La Mole si è trasformata nel luogo in cui la cultura diventa viva e incontra la gente e dove la gente incontra la cultura. E’ questa la voce più significativa del bilancio di un contenitore culturale che ha funzionato bene perché è stato costruito dalle braccia di tutti coloro che ad Ancona hanno fatto della cultura e dello spettacolo la propria missione o il proprio mestiere.
E questo è un secondo aspetto interessante: ad Ancona ci sono persone che fanno cultura sul serio, che fanno cultura contemporanea, di grande qualità. Tutte queste persone le abbiamo viste all’opera quest’estate. Le ragazze di Mac, come le chiamo io, sono un gruppo di giovani e competenti professioniste che hanno fatto diventare questa città un punto di riferimento internazionale per la Pop art. Qui da noi ormai lavorano abitualmente artisti come Ericailcane, Ozmo e molti altri. La galleria Quattrocentometriquadri, nata da pochissimo, ha il merito di aver trattenuto in città il mito di Gino De Dominicis, dopo che il filosofo Antonio Luccarini ce l’aveva riportato adagiando la sua Calamita cosmica proprio dentro la Mole Vanvitelliana. Eric Bagnarelli, con il suo festival Spilla ci regala da anni le anteprime illustri di musicisti e gruppi che poi, puntualmente, diventano famosi. Giovanni Seneca non è solo un musicista e compositore di ottimo livello, ma dirige da anni un festival, l’Adriatico Mediterraneo, che ha fatto di questa città la capitale culturale del Mare Nostrum. E questi sono gli esempi che io tocco con mano ogni giorno nel mio lavoro, ma le citazioni non esauriscono la ricchezza che c’è qui.
Ora c’è da augurarsi che la terapia estiva abbia funzionato, che dai nostri palazzi più belli, come dalle nostre periferie, si sia aperta qualche finestra. Che qualche portone cominci, parimenti, ad aprirsi.
Il panorama qui è meraviglioso.
Bisogna che ce ne innamoriamo.