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selfie papaOrmai per me è quasi una tradizione l’appuntamento con i corsi di aggiornamento-preparazione all’esame di stato organizzati all’Ifg di Urbino dall’Ordine dei giornalisti delle Marche.

Come riflettevo ieri con i colleghi presenti alla lezione-chiacchierata, che ringrazio per l’interessante scambio di idee, il mio intervento ogni volta ha bisogno di essere ripensato quasi completamente. Se per esempio riproponessi all’uditorio le riflessioni sui social media di appena quattro o cinque anni fa, ci sarebbe tanto da sorridere.

La nuova lezione si intitola: “L’ufficio stampa ai tempi dei non-proprio-media” e quest’ultima espressione l’ho mutuata da un interessante post di Mario Tedeschini Lalli. In una nota del 2012 sul blog Giornalismo d’altri Tedeschini introduce il concetto di fungibilità, traducendo un contributo dell’architetto dell’informazione belga Stijn Debrouwere, che, a proposito del ruolo del giornalismo oggi, afferma: “Le cose non resteranno uguali per sempre e un settore economico non può sopravvivere solo sul proprio capitale simbolico come i grandi discorsi sulla democrazia e il Quarto potere. Se robe che non sono giornalismo intrattengono, informano e facilitano l’azione meglio delle robe che lo sono, non scommetterei sulla prosperità del giornalismo”.

Dunque nelle quattro (!!) ore a me assegnate, dopo un excursus normativo e storico, parto dalla foto che sta in testa al post per sviluppare questo tema, che, visto dalla parte degli uffici stampa, si traduce in una domanda: con chi parliamo adesso?

Ecco i link:

La comunicazione istituzionale lezione completa

La comunicazione istituzionale-1 LEGGI

La comunicazione istituzionale-2 STORIA

La comunicazione istituzionale-3 INTERLOCUTORI

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La comunicazione pubblica in Italia nasce nel 1600, con contenuti prevalentemente giuridici e di propaganda. Il primo che in Italia utilizza la stampa per questi scopi è lo Stato Pontificio. Nel 1626 la Santa sede acquista una stamperia. L’informazione ha il suo principale strumento di trasmissione nelle Gazzette.

Nel 1854 il Regno di Sardegna affida alla Gazzetta Ufficiale il compito di “avvisare i lettori dell’avvenuto riscontro ministeriale di conformità all’originale del foglio a stampa, successivamente e contemporaneamente inserito nella costituenda Raccolta Ufficiale delle Leggi e diffuso nei pubblici uffici tramite il sistema dei fogli sparsi”. Il 4 gennaio 1860 la testata cambia denominazione in Gazzetta ufficiale del Regno e l’anno successivo diventa Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia (n. 67 del 17 marzo 1861).

Lo strumento principale della comunicazione resta tuttavia l’affissione. Nel 1865 nasce l’albo pretorio, strumento per la pubblicità normativa dell’ente locale. Nel 1865, con la legge 2248, si delineano anche i contenuti degli albi impropri: le bacheche degli uffici, utilizzate per esporre gli atti atti per i quali è interessante una pubblicità notiziale. In questi stessi anni la Destra storica gestisce, attraverso il ministero dell’Interno, fondi destinati ai giornali, affinche assolvano alle finalità informative del soggetto pubblico

Nel 1887 sono istituiti l’Ufficio stampa del ministero dell’Interno e l’ufficio di Segreteria del presidente, che agiscono da filtro per la diffusione delle notizie. Il R.D. dell’8 giugno 1893, n. 377 stabilisce che anche la Gazzetta Ufficiale sia pubblicata a cura del ministero dell’Interno.

Negli anni del governo Giolitti (1906-1909), con la diffusione della stampa socialista e cattolica e la nascita della cinematografia, diventa difficile per il governo controllare l’opinione pubblica.

Una svolta significativa si ha con il D.M. 9 agosto 1923 n. 2222: il regime fascista trasferisce l’ufficio stampa dal ministero dell’Interno al Consiglio e ne amplia i poteri, con l’obiettivo di esaltare il regime, cancellando o minimizzando tutto ciò che è ad esso nocivo. Nel 1928 è istituito l’Albo dei giornalisti, accessibile solo a chi intrattiene buoni rapporti con il governo. La tenuta dell’Albo è vigilata dal ministero di Grazia e Giustizia e la moralità degli iscritti è controllata dai prefetti. Il soggetto pubblico centrale ricorre in questi anni soprattutto a manifesti e poster, nelle vie, nelle piazze e altri luoghi molto frequentati per diffondere le indicazioni su acquisto di prodotti italiani, comportamenti sociali in sintonia con il bene della nazione e argomenti simili, finalizzati a “vendere” l’Italia sui tavoli della politica internazionale. I disegni accattivanti e gli slogan efficaci divengono mezzi di comunicazione pubblica al servizio della propaganda. Durante il Congresso internazionale della pubblicità tenutosi a Roma e a Milano dal 17 al 21 settembre 1933 si concede ampio spazio alla discussione sulle problematiche inerenti la pubblicità di Stato, mentre s’infittiscono i rapporti con il Terzo Reich. Da quel momento la macchina della propaganda fascista parte a pieno ritmo verso la radicalizzazione dei controlli, la centralizzazione e gerarchizzazione del potere, la repressione totale della libera espressione.

Nel settembre 1934 l’Ufficio stampa del governo è elevato a sottosegretariato ed è contestualmente posto alle dirette dipendenze del capo del governo. La propaganda è istituzionalizzata. Quattro atti normativi (R.D. 18 settembre 1934, n. 1565; R.D.L. 28 settembre 1934, n. 1434; R.D.L. 21 novembre 1934, n. 1851; R.D.L. 1 aprile 1935, n. 327) ne definiscono ulteriormente le funzioni e le ampliano. Il sottosegretariato diventa ministero nel 1935 (R.D. 24 giugno 1935, n. 1003). Il ministero continua ad accrescere le proprie competenze e l’influenza sui media, soprattutto sulla radio. Il R.D. 27 maggio 1937 n. 752 trasforma infine il ministero della Stampa in ministero della Cultura popolare,  con funzioni ulteriormente allargate. Il ministero lavora per preparare l’opinione pubblica alla Seconda guerra mondiale, presentata come evento inevitabile, necessario all’affermazione della supremazia del popolo italiano. (Fonte: Storia e Futuro, Massmo Granchi)

Concretamente il controllo del fascismo sulla stampa si attua attraverso le veline, fogli di carta velina che riportavano tutte le disposizioni obbligatorie da seguire. Cominciarono a circolare dal 1935 e con l’istituzione del ministero della Cultura popolare, che controllava anche la Siae e l’Eiar (1 ottobre 1937) divennero ancora più pressanti verso la stampa. Furono vietate dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, ma ricomparvero nella Repubblica sociale italiana nel settembre dello stesso anno, fino al giorno prima della liberazione, il 24 aprile 1945. Circolarono comunque, in maniera minore, dal 1924 al 1935. Erano in carta velina perché, dovendo essere scritte a macchina in molte copie, più sottile era la carta e più se ne potevano scrivere con una singola battitura, ponendo la carta carbone tra l’una e l’altra.
Scorrere i testi di alcune di esse può risultare a tratti esilarante, ma può, anche, offrire alcuni interessanti spunti di riflessione:

31/5/25: Oggi mattina 31 maggio è stato rinvenuto greto Tevere cadavere bambina Berni Elisa con evidente tracce stupro strozzamento (…) Astenersi dare eccessiva pubblicità truce delitto mediante diffusione fotografia vittima (…)
31/7/25: Con riferimento disposizioni vigenti che vietano pubblicazione atti istruttori richiamo attenzione SS.LL. su grave sconcio che si verifica quotidianamente ad opera dei giornali mediante riproduzione fotografie di delinquenti arrestati sotto imputazioni gravi reati. Tutti i giorni accade di veder riprodotte fotografie di omicidi, ladri, adulteri, ecc., che sono così elevati agli onori della più biasimevole pubblicità. (…) Poiché tali fotografie sono consegnate ai giornali o dagli uffici di questura o da funzionari stessi che compiono servizi di polizia, provvedere che tale abuso cessi immediatamente vietandosi altresì ogni amplificazione di notizie che riesce a deviare opinione pubblica e a rendere più difficile compito magistrati inquirenti. Riterrò personalmente responsabili i Sigg. Questori di ogni colpevole infrazione alle norme della presente circolare.
1930: Tutte le autorità cui mi rivolgo sanno che è proibito assolutamente prendere fotografie di esecuzioni capitali, e pertanto responsabilità morale di un tale delitto contro la Patria ricade su chi per debolezza, incapacità, incomprensione dei propri doveri non sa fare rispettare ordini di così grave importanza.
1931: È un errore politico pubblicare sui giornali fotografie di ricordi socialisti, comunisti, ecc. “Il Lavoro Fascista” ha pubblicato una fotografia della testata dell’“Avanti!”, col risultato di richiamare sul giornale sovversivo anche l’attenzione dei giovani che non lo lessero e neanche lo conobbero (…)
Vanno quindi assolutamente eliminati i disegni di figure artificiosamente dimagrite e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna sterile della decadente civiltà occidentale (…)
Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere sempre esaminate dal punto di vista dell’effetto politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade, zone monumentali, ecc., scartare quelle che non danno una buona impressione di ordine di attività, di traffico, ecc. (…)
11/7/33: È stato ripreso il Popolo di Roma per aver pubblicato fotografie di donne nude in terza pagina, mentre nella prima pagina vi sono le fotografie col pontefice. L’on. Polverelli ha preso spunto da questa circolare per raccomandare nuovamente ai giornali di non pubblicare fotografie di donne nude perché costituiscono un elemento antidemografico.
21/10/33: Il Corriere della Sera e il Mattino hanno pubblicato due disegni riproducenti il Duce. Uno è piaciuto, l’altro no; vale quindi, anche per i disegni, la norma vigente per le fotografie e cioè che debbono essere precedentemente presentate all’Ufficio stampa del Capo del Governo per avere l’autorizzazione alla pubblicazione.
29/1/35: Il sottosegretario Ciano ha deplorato l’abitudine dei giornali di pubblicare fotografie, corrispondenze e titoli come questi freddo intenso a Roma, Napoli sotto la neve, La neve a Palermo. In questo modo si sviano le correnti turistiche del paese.
1/3/35: È stato deplorato Il Piccolo per avere pubblicato fotografie di donne in costume molto succinto, nel numero di ieri. Tali fotografie, ha detto il conte Ciano, sono antidemografiche.
28/6/35: Vietato pubblicare le fotografie di Carnera a terra.
11/7/35: Si fa assoluto divieto di pubblicare fotografie di carattere sentimentale e commovente di soldati in partenza, che salutano i loro cari.
17/7/35: Il Messaggero è stato sequestrato per una foto che si risolveva in propaganda pro Etiopia.
7/12/35: Non pubblicare, nelle corrispondenze, notizie dei bombardamanti dei nostri aerei nell’Africa Orientale.
4/1/36: Non pubblicare fotografie sul genere di quella pubblicata questa mattina dal Messaggero, che dimostrino intimità dei nostri soldati con abissini. (…)
Si dia l’impressione di benevolenza da parte dei nostri soldati verso gli indigeni ma non di cordialità, di protezione ma non di affetto.
26/8/36: Non pubblicare fotografie in cui il Duce è riprodotto insieme ai frati, fotografie fatte oggi durante la visita al Santuario di Montevergine.
5/6/36: Ricordiamo che Africa si scrive con una sola “f” e non con due. Addis Abeba deve essere scritta e pronunciata senza l’accento sull’ultima “a”.
18/6/36: Pubblicare un articolo consigliante un limitato consumo della carne durante l’estate.
14/8/37: Il Duce ha fatto un viaggio in Sicilia. Vietato pubblicare le foto che lo ritraggono mentre danza.
9/5/38: Non pubblicare la fotografia Luce sul saluto del Sovrano e del Duce alla stazione di Termini, pubblicata in prima pagina dal Giornale d’Italia.
1/7/38: Tutti i giornali debbono riprendere le fotografie Luce pubblicate stamane dal Popolo di Roma in prima pagina “il Duce si prepara a salire sulla trebbiatrice”. Si fa presente che un giornale è stato sequestrato perché ha pubblicato fotografie del Duce alla manifestazione dell’Agro Pontino non autorizzate.
18/7/38: Giornalisti e fotografi si astengano dall’avvicinare i duchi di Windsor.
22/11/36: Ricordarsi che le fotografie del Duce non debbono essere pubblicate se non sono state autorizzate.
26/12/36: Non interessarsi mai di nessuna cosa che riguardi Einstein.
26/8/38: I giornali eseguano una costante revisione di tutte le fotografie di parate militari, passo romano, presentazione alle armi, sfilate giovanili e premilitari, pubblicando esclusivamente quelle dalle quali risultano allineamenti impeccabili.
31/10/38: Si precisa che domani la prima pagina dei giornali deve essere impostata sulla rivista di Gaeta e sull’inaugurazione del Centro Prato Smeraldo. Dare molte fotografie e tenere presente che le parole pronunziate dal Duce a Prato Smeraldo non vanno pubblicate nel testo integrale, ma nel sunto che darà la “Stefani”.
3/11/38: La notizia dello scoprimento di una statua del Duce a Tripoli va data nella cronaca, senza alcun sottotitolo. Non definire monumento la nuova statua. Non pubblicare fotografie della suddetta statua.
4/11/38: Entro domani o dopodomani pubblicare qualche bella fotografia di funzionari in uniforme. Non scrivere sotto le fotografie a quale Ministero appartengono.
6/1/39: Nelle cronache delle partite di calcio e nei commenti sul Campionato non “sfottere” gli arbitri
13/6/39: Ignorare la Francia. Non scrivere nulla su questo paese. Criticare invece sempre e comunque l’Inghilterra. Non prendere per buono nulla che ci venga da quel paese.
13/7/39: Vietato pubblicare foto di donne in costume da bagno.
14/6/40: Usare la parola “tedeschi” e la parola “germanici” nella proporzione del 70 e del 30 per cento: cioè dire più spesso “tedeschi”.
7/12/40: Sensibilizzare con fotografie, interviste, ecc. i viaggi delle coppie prolifiche per essere ricevute a Roma dal Duce.
18/6/41: Nessun trafiletto e tanto meno nessuna condanna contro le donne senza calze.
26/5/43: Si rinnova ai giornali il divieto d’inserzione di pubblicità ebraica, anche se mortuaria
(Fonte: Wikipedia)

Durante la caduta del fascismo il ministero della Cultura popolare cerca di ricostruire le fila del sostegno popolare alle politiche di governo. Nel cosiddetto Regno del Sud, con il R.L. 28 dicembre 1943, n. 283, le competenze del ministero vengono attribuite momentaneamente al sottosegretariato all’Interno. Il D. Lgt. 3 luglio 1994, n. 163 sopprime il ministero e ne attribuisce le funzioni ad un sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni, presso la presidenza del Consiglio. Il D. Lgt. 12 dicembre 1944, n. 607 cambia la denominazione in sottosegretariato per la Stampa, lo Spettacolo ed il Turismo.Solo il governo Parri, nel 1945, sopprime la struttura e trasferisce funzioni e competenze al sottosegretariato alla presidenza del Consiglio. (Fonte: Storia e Futuro, Massimo Granchi)

numero-civico-150Tutto ha inizio con il concetto di trasparenza amministrativa, introdotto nell’ordinamento italiano negli anni ’90 del ventesimo secolo. E’ da questo momento che cominciano a prendere forma l’idea, e la possibilità, che il mestiere del giornalista possa essere svolto all’interno delle pubbliche amministrazioni con una pratica di pari dignità rispetto a quella delle redazioni.
Poi, nel 2000, arriva la Legge 150, con una serie di premesse, e promesse, che potenzialmente potrebbero creare un sistema all’avanguardia e di grande garanzia democratica per i cittadini.
Ma tutto sembra fermarsi lì e oggi, a più di dieci anni di distanza, sembra che l’informazione e la comunicazione istituzionale stiano per ingranare la retromarcia.
Cos’è che non è andato nell’applicazione di questa legge? Forse molte risposte sono contenute nello stesso testo.
La domanda oggi è: chi mai e, eventualmente, quando, sarà in grado di sbloccare il meccanismo e di far ripartire la macchina in modo virtuoso?
Le considerazioni che seguono sono il risultato di una riflessione sulla Legge e sull’attività dell’addetto stampa, condotta nel corso degli anni e sperimentata ogni giorno sul campo, operando in un Comune capoluogo che tra il 2009 e il 2 013 ha attraversato periodi di grande attività, ma anche di profonda crisi politica e amministrativa.
Garantire la trasparenza all’interno di una Pubblica amministrazione significa assicurare la massima circolazione possibile delle informazioni, sia all’interno del sistema, sia tra quest’ultimo e l’esterno. In base alla Legge 241/90 (modificata e integrata dalla L 15/2005), infatti, “l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di pubblicità e di trasparenza” (art. 1).
Sempre secondo la legge, dunque, i cittadini hanno il diritto a una informazione qualificata, ad accedere ai documenti amministrativi, a conoscere lo stato dei procedimenti amministrativi che li riguardano. Per questo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio si sente l’esigenza di codificare la presenza di organismi che all’interno della Pubblica amministrazione garantiscano la trasparenza nei confronti dei cittadini anche e in modo particolare attraverso le attività di informazione e comunicazione. Se il diritto di accesso agli atti dipende dall’iniziativa personale di ogni singolo cittadino, il diritto all’informazione viene, con la 150 del 2000 grantito sia in modo passivo, che in modo attivo, prevedendo organi di informazione, ma anche di comunicazione, che recepiscono le segnalazioni dei cittadini, trasformandole in indicazioni operative per l’ente. Il cittadino, dunque, non è più solo il destinatario passivo dei provvedimenti della pubblica amministrazione, non è più ospite dell’ente, ma diventa il padrone di casa, il soggetto e fruitore dei servizi, al qualei vengono forniti gli strumenti per partecipare consapevolmente ai processi decisionali.
In quest’ottica il cittadino ha il diritto di essere informato e la legge stabilisce tre canali attraverso i quali, secondo modalità diverse, deve passare questa informazione: l’Ufficio per le relazioni con il pubblico, l’Ufficio stampa e il Portavoce.

Ma vediamo nel dettaglio la Legge 150:

All’art. 6 la Legge 150 stabilisce che “le attività di informazione si realizzano attraverso il portavoce e l’ufficio stampa e quelle di comunicazione attraverso gli uffici per le relazioni con il pubblico nonché attraverso analoghe strutture quali gli sportelli per il cittadino, gli sportelli unici della pubblica amministrazione, gli sportelli polifunzionali e gli sportelli per le imprese”.
Il primo elemento che si rende evidente è il diverso peso che la legge assegna a questi canali, stabilendo che l’Urp si configura come obbligatorio mentre l’ufficio stampa e il portavoce sono facoltativi.
Di fatto la legge attribuisce la centralità all’Ufficio per le relazioni con il pubblico, definendo i criteri con l’articolo 8:
a) garantire l’esercizio dei diritti di informazione, di accesso e di partecipazione di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni;
b) agevolare l’utilizzazione dei servizi offerti ai cittadini, anche attraverso l’illustrazione delle disposizioni normative e amministrative, e l’informazione sulle strutture e sui compiti delle amministrazioni medesime;
c) promuovere l’adozione di sistemi di interconnessione telematica e coordinare le reti civiche;
d) attuare, mediante l’ascolto dei cittadini e la comunicazione interna, i processi di verifica della qualità dei servizi e di gradimento degli stessi da parte degli utenti;
e) garantire la reciproca informazione fra l’ufficio per le relazioni con il pubblico e le altre strutture operanti nell’amministrazione, nonché fra gli uffici per le relazioni con il pubblico delle varie amministrazioni”.
L’Urp è, di fatto, l’ufficio qualità dell’azienda ente pubblico. E’ il luogo fisico dell’incontro tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione, che serve ai primi per conoscere concretamente l’attività dell’Ente e i riflessi sulla propria vita e attività quotidiana, e all’Amministrazione per registrare e analizzare pregi e criticità, al fine di meglio sviluppare i primi e di correggere le seconde.
L’Urp è il laboratorio della qualità, il luogo del confronto, dell’incrocio dei dati, il crocevia di tutte le informazioni. E serve per migliorare e per rendere sempre più aderente ai bisogni dei cittadini il “prodotto” dell’attività amministrativa.
In quest’ottica la comunicazione interna assume un ruolo fondamentale e l’innovazione è al centro di questo processo, poiché in una macchina complessa quale è qualsiasi pubblica amministrazione, è fondamentale disporre di strumenti efficaci per la condivisione e l’implementazione dei contenuti.
In questo costante scambio di informazioni tra il cittadino e gli uffici in cui l’Urp funge da interfaccia, un ruolo particolare è ricoperto dall’Ufficio stampa, che tratta le notizie di rilievo pubblico, trasmettendo ai media una informazione completa ed esaustiva riguardo ai singoli temi.

L’Uffficio stampa istituzionale non è un obbligo, ma una scelta della Pubblica amministrazione. Lo dice la legge. Si può fare o non fare, ma nel momento in cui si decide per il sì, è obbligatorio seguire alcune regole.
L’art. 9 della Legge stabilisce infatti che:
1 – le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, possono dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in via prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di massa.
2. Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti. Tale dotazione di personale è costituita da dipendenti delle amministrazioni pubbliche, anche in posizione di comando o fuori ruolo, o da personale estraneo alla pubblica amministrazione in possesso dei titoli individuati dal regolamento di cui all’articolo 5, utilizzato con le modalità di cui all’articolo 7, comma 6, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni, nei limiti delle risorse disponibili nei bilanci di ciascuna amministrazione per le medesime finalità.
3. L’ufficio stampa è diretto da un coordinatore, che assume la qualifica di capo ufficio stampa, il quale, sulla base delle direttive impartite dall’organo di vertice dell’amministrazione, cura i collegamenti con gli organi di informazione, assicurando il massimo grado di trasparenza, chiarezza e tempestività delle comunicazioni da fornire nelle materie di interesse dell’amministrazione.
4. I coordinatori e i componenti dell’ufficio stampa non possono esercitare, per tutta la durata dei relativi incarichi, attività professionali nei settori radiotelevisivo, del giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche. Eventuali deroghe possono essere previste dalla contrattazione collettiva di cui al comma 5.
5. Negli uffici stampa l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali sono affidate alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione, con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti. Dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Ciò che, in primo luogo, emerge dall’esame di questo articolo è il carattere facoltativo dell’ufficio stampa. Al comma 1 è infatti scritto che le Amministrazioni “possono” dotarsene, anche in forma associata. L’Ufficio stampa viene dunque considerato come l’opportunità, il valore aggiunto nell’attività di una pubblica amministrazione che sceglie di garantire pienamente la trasparenza ai cittadini amministrati. Il fatto però, che l’utilizzo di un ufficio stampa sia facoltativo, non esime le pubbliche istruzioni dal seguire alcune regole precise nel momento in cui decidano di dotarsene. E queste regole, previste nei commi successivi, obbligano a utilizzare “personale iscritto all’albo nazionale dei giornalisti”, a nominare un capo ufficio stampa e, tramite quest’ultimo, a “curare i collegamenti con gli organi di informazione, assicurando il massimo grado di trasparenza, chiarezza e tempestività delle comunicazioni da fornire nelle materie di interesse dell’amministrazione”.
Sempre al comma 1 l’articolo 9 della Legge 150 stabilisce che l’attività dell’ufficio stampa è indirizzata in via prioritaria agli organi di informazione, non escludendo, dunque, altri target.
Di norma gli uffici stampa istituzionali svolgono la propria attività raggiungendo il destinatario finale, cioè il cittadino, sia atteraverso la mediazione degli organi di informazione (stampa, radio, tv, web, social network), sia direttamente, attraverso prodotti informativi autonomi degli enti.
Nelle redazioni è cambiato il modo di fare notizia. Con la velocità di difffusione della rete, lo scoop praticamente non esiste più. Il valore aggiunto, oggi, è il “making sense“: dare senso alle informazioni mettendo a sistema ciò che proviene dalle diverse fonti, a partire da quelle istituzionali e ufficiali (come gli uffici stampa), fino a quelle private e personali.
E’ estremamente importante, dunque, nel lavoro di un ufficio stampa istituzionale, curare la precisione del punto di vista. L’addetto stampa deve avere la consapevolezza del suo ruolo di fonte ufficiale e deve quindi porre massima attenzione all’attendibilità e alla completezza dei suoi contenuti. Il comunicato stampa che arriva in redazione è un pezzo della notizia, è il punto di vista dell’ente. E’ una parte del tutto, ma, anche se parte, deve essere perfettamente autonoma. Come un ingranaggio, la cui perfezione formale e sostanziale permette il funzionamento dell’intera macchina, che al contrario, in assenza di questa perfezione, si inceppa, si ferma o lavora male. In quanto fonte, inoltre, l’addetto stampa è in costante confronto e colloquio con i colleghi delle redazioni: per fare bene la sua parte ha infatti bisogno di conoscere con precisione il contesto in cui opera e in cui si muove la sua notizia.
In virtù del fatto che il principale compito dell’informazione istituzionale è quello di garantire la trasparenza nei confronti dei cittadini, il giornalista dell’ufficio stampa ha però anche un altro target, che si identifica con lo stesso cittadino, al quale in alcuni casi ci si deve rivolgere direttamente, senza la mediazione degli organi di informazione. Per ragioni di spazio e di vocazione, infatti, i media operano necessariamente delle scelte, tagliando la notizia in base alle loro esigenze comunicative e quindi non si può pretendere da loro che forniscano notizie fotocopia dei comunicati, né notizie esaustive relativamente ad alcuni aspetti (esatti riferimenti normativi, schede, mappe, modulistica, link…).
Nessun giornale ad esempio, pubblicherà integralmente le regole di un nuovo piano regolatore, ma si soffermerà, invece, sui suoi principi ispiratori, sugli elementi innovativi, sulle criticità, sulle reazioni delle parti sociali e degli stake holders. Notizie complete e dettagliate al riguardo, però, sono di estremo interesse per la cittadinanza, che ha la necessità di conoscere alcuni argomenti, o parte di essi, nei minimi dettagli.
Rispetto a scelte determinanti che modificano radicalmente le abitudini dei cittadini (una pedonalizzazione, un cambiamento consistente nella raccolta dei rifiuti, l’apertura o la chiusura di zone della città…) c’è bisogno di una informazione verticale, che vada dalle motivazioni amministrative e politiche che hanno spinto l’amministrazione a compiere determinate scelte fino ai dettagli tecnici dei provvedimenti adottati. In questo risiede la specificità della comunicazione istituzionale di tipo diretto, parte della quale è affidata anche all’Ufficio stampa, a completamento e a supporto dell’attività curata dall’Ufficio comunicazione.
Anche in questo non si esclude il rapporto con i media, che possono attingere a queste informazioni sia per elaborare i dati forniti, sia, semplicemente, per rimandare ad esse i cittadini segnalando link e indirizzi.
Questa seconda attività dell’ufficio stampa è possibile oggi più di ieri grazie alla forza della rete, ma anche il supporto cartaceo gioca un ruolo fondamentale, soprattutto nei confronti di quelle fasce della cittadinanza, ancora discretamente consistenti, che non sanno usare il web o non possono usarlo a causa del digital divide.

Riferimenti normativi fondamentali

Silvano Rizza fonte (http://www.ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/silvano_rizza/notizie/322311.shtml)

Silvano Rizza
fonte (http://www.ilmessaggero.it)

Da qualche anno mi capita di raccontare in qualche lezione, agli studenti universitari, ai colleghi più giovani e a quelli di altri Paesi, il mestiere dell’addetto stampa e quello del comunicatore. Li ho imparati a scuola e sul campo, contemporaneamente, perché ho avuto la fortuna, frequentando la Scuola di giornalismo di Urbino, di avere tra i mei maestri Silvano Rizza, che oggi ricordo con affetto, due giorni dopo la sua morte, nel momento in cui, per motivi di lavoro, mi trovo a rimettere mano ai miei apunti sulla comunicazione pubblica. A Urbino facevamo un giornale, il Ducato, che era distribuito gratuitamente, quattromila copie all’epoca, in tutte le edicole della città, ed era molto letto. “Io parto dall’idea – diceva Rizza, e lo ripeté anche in una recente intervista – che il giornalismo si impara facendolo e che il giornalismo da cui si parte è la cronaca. Perciò il giornale di Urbino, un quindicinale, era fatto di cronaca».

Quando pochi anni fa venne a mancare l’altra colonna portante della Scuola di giornalismo di Urbino, Giovanni Mantovani, riflettei sul fatto che nella vita ti capita di avere uno, o, al massimo, un paio di maestri importanti: per me sono stati questi due, Mantovani e Rizza, diversi, complementari e per questo entrambi preziosi per la crescita culturale di molti giovani e di molti colleghi. 

Rizza ai giornalisti negli uffici stampa non ci credeva per niente. Mantovani, di una generazione diversa, aveva fatto alcuni tentativi di avvicinamento, ma io, che di questo mestiere ho fatto da subito la mia professione, li ho sentiti sempre entrambi molto diffidenti: come si fa a essere indipendenti dal potere in questa posizione? Come si passa dalle veline al giornalismo con la G maiuscola? Come è possibile essere di una parte e dire la verità? Io uso queste tre domande come cartina al tornasole del mio mestiere.

Gli uffici stampa istituzionali sono i primi controllori dei poteri. Non vendono notizie. Sono i primi a cui il potere deve delle spiegazioni, perché quando la notizia esce dall’ente con il marchio dell’ufficio stampa, questa deve essere doc, controllata, verificata e, soprattutto, completa in tutte le sue parti. Sono i primi a fare tutte le domande, ad accertare che tutto funzioni e, se da loro esce qualcosa che non corrisponde a verità, loro ne sono responsabili.
La garanzia di questa responsabilità sta nel fatto che, come giornalisti, rispondono a leggi e regole precise, oltre che a una serie di normative etiche e deontologiche da rispettare, pena la sanzione, non solo dell’ordine professionale, ma anche della legge.

Le regole professionali, il dovere di oggettività, di verifica, di controllo delle fonti, sono gli alter ego del concetto di trasparenza che ormai da quasi due decenni è uno degli indirizzi fondamentali della Pubblica amministrazione italiana.
Sembrava, fino a questo momento, un teorema inattaccabile: la Pubblica Amministrazione chiede trasparenza nei confronti dei cittadini e i giornalisti degli uffici stampa sono lì per quello, per garantire la conoscibilità e l’accessibilità rispetto a tutte le azioni della Pubblica amministrazione.

La Legge 150 del 2000 ha posto basi fondamentali in questo campo, non solo perché ha istituito ufficialmente un canale diretto di comunicazione con i cittadini, ma perché, distinguendo in maniera netta la figura dell’Ufficio stampa (che fa l’informazione istituzionale) da quella del portavoce (che fa la comunicazione politica ed è strettamente legato non all’organo, ma alla persona che svolge la funzione di vertice), ha, di fatto, sdoganato dal rischio di propaganda politica i giornalisti dell’Ufficio stampa.

In virtù di questa legge si può ritenere che il lavoro dei giornalisti degli uffici stampa comporti una seria responsabilità, che si basa sul confronto quotidiano con il concetto di oggettività. Quando una notizia esce dall’Ufficio stampa, deve essere pacifico per tutti che è pulita da qualsiasi posizione politica strumentale, anche se è, ovviamente, il risultato di una determinata progettualità politica.

Questo lavoro, che deve necessariamente implicare un rapporto di profonda fiducia professionale dell’addetto stampa con i colleghi degli organi di informazione, si basa sul presupposto che i cittadini hanno il diritto di conoscere gli sviluppi e la riuscita di quel progetto politico che essi al momento delle elezioni hanno giudicato positivamente o negativamente attraverso l’esercizio democratico del voto. Ma non solo: essi hanno anche il diritto di influire attraverso una comunicazione biunivoca sulle scelte degli enti che li governano. La conoscenza è, chiaramente, il presupposto base di questa prtecipazione.

La forza della progettualità politica e amministrativa è da ritenersi alla base delle corrette dinamiche dell’informazione istituzionale, che entra in crisi quando il target di chi governa non è più la polis. E’ la polis, cioè sono i cittadini che giustificano la centralità dei criteri dell’oggettività e della trasparenza. E’ quando il governo distoglie lo sguardo dai cittadini che va in crisi il sistema, è qui che si comincia a pensare che un Ufficio stampa in un ente può anche non servire, è qui che nessuno si scandalizzerà se l’Ufficio stampa non sarà più l’unica fonte delle notizie istituzionali, o se non sarà gestito da professionisti dell’informazione. Di solito si dice che la 150 non funziona perché non comprende l’elemento sanzionatorio. Questo non è esatto. Non si può obbligare un sistema di informazione alla trasparenza. Un sistema di informazione è tale perché è trasparente, altrimenti non è un sistema di informazione, è altro. E’ propaganda, è pubblicità, è make up, è strategia difensiva. E allora occorre girare il discorso. Se la 150 non funziona deve scattare l’allarme. Se i ruoli si mescolano, se il peso dell’informazione oggettiva, corretta e trasparente, cioè istituzionale, diminuisce, significa che il sistema si è rotto, cioè che non si governa più per i cittadini.

Si pone un problema di democrazia. E allora i cittadini, ma gli organi di informazione prima di tutti, devono sentire il peso di questa assenza, che non è significativa di per sé, ma va letta come un serio campanello d’allarme rispetto a una situazione più generale. E, si sa, di fronte agli allarmi gli organi di informazione hanno un solo ed unico compito: avvertire tutti, subito, rendendoli consapevoli del pericolo che stanno correndo.

tweetseatsLa Fondazione Arena di Verona, in occasione dei 100 anni del festival lirico, porta in Italia una novità, che negli Usa, a dire il vero, è già realtà da qualche tempo: i tweet seats. Sono posti riservati a chi vuole raccontare lo spettacolo in tempo reale via Twitter, sono offerti al prezzo speciale di 10 euro e collocati in una posizione speciale, per vedere bene e per non infastidire gli altri con la luce prodotta da smartphone e tablets. Il tutto, racchiuso in un hashtag: #arenadiverona100.

“L’iniziativa – si legge all’indirizzo ufficiale di riferimento tweetseats.arena.it – punta ad allargare il pubblico dell’Arena e a diffondere la cultura dell’Opera attraverso i social media”. I device dovranno comunque essere usati in modalità. silenziosa. Per candidarsi ad occupare il posto bisogna compilare il form presente sul sito inserendo tutti i dati e la condizione imprescindibile è, ovviamente, avere un account Twitter attivo: “un account pubblico, con almeno 1 mese di vita, almeno 1 tweet pubblicato nell’ultimo mese e più di 50 tweet pubblicati in totale”. I candidati sono di volta in volta contattati via e-mail (entro 24 ore dalla richiesta) in base alla disponibilità di posti in Arena.  L’obiettivo – spiega l’ente culturale – è fare del passaparola uno strumento di marketing, un mezzo per arrivare a chi non è ancora stato all’Arena di Verona: il pubblico piu’ giovane, digitale e iperconnesso.

La novità, dunque, sta nell’istituzionalizzazione del mezzo (Twitter per la musica), nel luogo, oltre che, forse, nel contenuto (musica lirica, e non più solo pop o rock, anche se non ho avuto tempo di controllare se questa è davvero la prima volta per la lirica). Ma Twitter e la musica, invero, collaborano già da un po’ e ogni artista adotta, di fatto, una modalità diversa di utilizzo. Infatti, come dice Jovanotti, Twitter è convesso: si parte da lì (dal mezzo), ma le possibilità di sviluppo sono infinite.

Lui (@lorenzojova), ad esempio, ne fa un uso molto narrativo e molto “artista-centrico”: penso al live per ringraziare il milione e mezzo di utenti che lo seguono sul social network , ma anche ai continui aggiornamenti prima dei concerti, soprattutto in fase di preparazione, in cui coinvolge i fan e le città ospiti, come con la sua recente richiesta ai followers di fotografare nei diversi luoghi, e poi twittare, i manifesti del tour 2013 negli stadi. Mi resta però un dubbio: al concerto di Ancona non sono riuscita a far partire neanche un tweet dagli spalti: sarà stata solo una questione di campo?

Perché penso anche al fatto che la convessità del mezzo è un’arma a doppio taglio e su Mashable (dietro segnalazione di daily wired) trovo infatti il caso di un utente di Twitter bandito da un concerto per aver criticato via Twitter uno degli artisti sul palco. La cosa è andata più o meno così: lui scrive una cosa sgradevole, poi si va a bere qualcosa. Si sente chiamare dal palco, si fa riconoscere e riceve, sempre dal palco, la notizia che sarà accompagnato fuori dalla security per aver scritto “shit on Twitter”. Così accade. Seguono, nei giorni successivi, scuse bilaterali e prese di posizione pro e contro, secondo le dinamiche social che ormai sono ben note a tutti gli utenti.

Leggo poi su daily.wired.it che già nel 2008 i R.E.M. aprirono, per quello che sarebbe stato il loro ultimo tour, un sito che aggregava e organizzava automaticamente tutti i materiali postati dai fan su YouTube, Flickr, Twitter, organizzati automaticamente per ogni singola data a partire dai tag: “La band fu tra le prime a intuire il potere del live tweeting musicale, con un account utilizzato per raccontare le scalette in diretta (esiste ancora: @remroaddog). Oggi è una pratica comune: gli artisti – e il loro staff – twittano dal palco, i festival pubblicizzano direttamente gli hashtag da usare per raccontare quello che succede. Si va da SongKick, popolare sito/app con calendari di concerti geolocalizzabili e personalizzabili in base ai propri gusti, a Setlist.fm, wiki di scalette di concerti, acquistato da Live Nation, il più grande promoter mondiale, che ha appena aperto i suoi Live Nation Labs, sezione di analisi dei big data e di sviluppo prodotti e servizi legati al mondo della musica live, che sta conducendo un’aggressiva campagna di acquisizioni di startup musicali, da Big Champagne a Rexly (@rexly n.d.r.)”.

Poi c’ è il caso delle twitter questions. Da una veloce navigazione su Google mi sembra che i più inclini a questa pratica siano gli One Direction. Ecco qua cosa succede ai concerti (che io, ovviamente, non frequento per motivi anagrafici). Ma c’è un’alchimia: non si tratta di puro Twitter. Surfando surfando scopro la domanda di una ragazza su forum.teamworld.it:

“Buonsalve.. 
Parlavo con una mia amica quando ci è sorta una domanda..
i twit che vengono letti durante i concerti, a cui i ragazzi rispondono, come fanno ad essere inviati? Il dubbio ci è sorto perchè oltre alla domanda e al nome del mittente c’è anche il posto occupato al concerto e volevamo sapere come si faceva.
Se riuscite a rispondere ve ne siamo molto grate.
Ali”.

E questa è la risposta: c’è un form da compilare su sonymusicemail.com (Sony Music), dove va indicato anche l’account Twitter se uno ce l’ha. Nello stesso form si chiede anche di registrarsi e il consenso per la ricezione di newsletter tematiche.

Mi viene da fare, a questo punto, una piccola notazione: il mezzo ormai è chiaro, il fine non sempre lo è.

Chiudo con il concerto di Bruce Springsteen (@Brucespringsteen), San Siro 2012: su rollingstonemagazine.it Paolo Madeddu ha raccolto le sensazioni social del live, con qualche commento ironico. Ci sono concerti più recenti di Springsteen, ma quello dell’anno scorso segna una data storica: per la prima volta “l’evento poteva essere socialcondiviso: la possibilità di passare da “Io c’ero” (1985) a “Io twittavo” (2012)”.

milziCominciamo dai soprannomi: il più recente è Indiana Milzi. Il motivo lo trovate qui e se non avete quaranta minuti per guardare questo speciale di E’Tv Marche, trovateli, perché in questa intervista di Maurizio Socci a Giampaolo Milzi, direttore del mensile Urlo, del webzine Fatto & Diritto e collaboratore del Messaggero, c’è molto di Ancona. Anzi, di più. Giampaolo Milzi è un profondo conoscitore della città, soprattutto della città coperta: sotterranei, monumenti sepolti dagli sterpi, tracce storiche sommerse dall’erba. Ascolta, studia, scopre, ritrova, ricostruisce le storie e la storia. Sentirlo parlare di tutto questo è un piacere. Ma chi non lo conosce e legge fino a qui può farsi un’idea sbagliata, quindi è bene introdurre subito il suo soprannome storico: Giamburraska, che è anche la sua firma per gli editoriali di Urlo.

Urlo, appunto: quest’anno compie vent’anni. “Il numero zero – racconta Milzi – è del febbraio 1993 e da marzo ’93 a oggi sono usciti 202 numeri”. Così il giornale è diventato, a suo modo, un pezzo di città, direi il regalo di Milzi alla città, con una identità netta, sia nel vestito sia nei contenuti. E’ in controtendenza già per il formato: dodici o quattordici pagine “grandi” per dare spazio alle immagini e ai contenuti, per contenere le inchieste e gli approfondimenti, che sono la sua vocazione, in una sola pagina. E’ in bianco e nero, con la prima e l’ultima in bianco, nero e magenta: ha un suo carattere, si riconosce, ci mette la faccia. Infatti si caratterizza anche per la scelta precisa dei contenuti: “Non scriviamo le cose di cui già parlano gli altri, a meno che non siano da approfondire. Il taglio è glocal, il non locale collegato al locale, da sempre, da prima ancora che questo concetto diventasse di dominio comune”. In particolare colpiscono gli articoli, lunghi direi per scelta, di quelli che non offrono scorciatoie al lettore e che li leggi solo se ti interessa il contenuto: una storia mai sentita prima, una scoperta, una denuncia, una causa da sostenere. Si direbbe che, in quanto giornale di parte (perché sceglie i suoi argomenti e conduce le sue battaglie), corre il rischio di non essere imparziale, se non fosse poi che da questa palestra sono usciti finora alcuni tra i migliori giornalisti della città. Al momento ci sono almeno tre o quattro bravi colleghi impegnati nelle pagine politiche e culturali dei quotidiani locali. “Bisognerebbe chiedere a loro – butta là Milzi – un’opinione su Urlo”. Già, cosa direbbero?

Giamburraska, dunque, forse nasce ufficialmente nel 1993 e qui posso raccontare solo una piccola parte della sua storia. Per il resto ci vorrebbe più di un post, perché dovrei dire delle sue serate nei locali, nei circoli, al mare, come dj, con la musica, vintage come la sua Vespa TS del ’75 bianca e verde di nome Wispy. E anche di quando, tra l’85 e il ’90, metteva su il rock a Radio Marche Ancona e poi di Radio Studio 24 e Radio Punto 2, ma anche del suo continuo impegno a fianco dell’associazionismo e del volontariato della città, dell’incursione giornalistica al G8 di Genova, dove ha raccolto una delle primissime testimonianze (di un’infermiera volontaria) sulle cause della morte di Carlo Giuliani, “poi trasmessa la sera stessa da Bruno Vespa”, e anche delle sue numerosissime querele, la maggior parte per diffamazione a mezzo stampa, “quasi tutte risolte bene, altrimenti non starei qui a parlare con te”.

Ma torniamo al 1993. “Il ’93 – dice Milzi – è l’anno che segna l’inizio della fine nella qualità dell’informazione. Finisce l’onda lunga degli anni ’80, in cui si ristrutturarono le Tv private e si aprirono nuovi quotidiani. Io ho cominciato come vittima collaterale della Tangentopoli locale: nel gennaio del ’93 ci fu il fallimento delle Edizioni locali di Edoardo Longarini, che portò, tra l’altro, alla chiusura della Gazzetta di Ancona, dove ero diventato professionista, e di Galassia Tv. Di lì la mia scelta di vita: continuare a vivere di questo lavoro facendo il freelance. Così a trent’anni fondai Urlo. Dopo il ’93, con l’era di Internet, al boom della quantità di notizie non ha corrisposto il boom della qualità. Internet, però, ha portato alla rivoluzione della realizzazione del prodotto mediatico di carta stampata, con due aspetti positivi: l’utente a poteva interagire e diventare attore dell’informazione e diventava concreta la possibilità di realizzare prodotti di informazione in autonomia. Nasce qui, infatti, la free press”.  E’ seguendo queste tendenze che Urlo afferma, negli anni, sul campo, la capacità di influenzare l’opinione pubblica: “I nostri temi sono la cultura, il disagio, le devianze, l’ambiente, la sostenibilità e le nuove fonti energetiche, le problematiche giovanili, ma anche la memoria storica e la riappropriazione degli spazi, la democrazia partecipata. Spesso le questioni che poniamo diventano oggetto di dibattito”. E sempre più di frequente l’ideatore di Urlo è interpellato come esperto sulle singole questioni, soprattutto per la conoscenza della città, che da vent’anni racconta nelle pagine del suo giornale.

Come racconteresti la classe politica di Ancona? “La classe politico-istituzionale è stata progressivamente sempre meno all’altezza della situazione. Non abbiamo avuto, fortunatamente, gravi questioni morali, ma inadeguatezza nella capacità amministrativa sì. La carenza di capacità politica è trasversale: l’opposizione non è virtuosa e non c’è la capacità di andare al governo. C’è una carenza di approccio rispetto alla gestione della città, c’è un pensiero chiuso rispetto a questo. Il dibattito sulla vocazione turistica di Ancona, per esempio, è diventato una barzelletta che fa piangere”.

Qui ci sta bene il twit per Ancona, che chiedo a tutti e che veramente non ho chiesto a Milzi, ma  la frase che ho scelto per Twitter è questa: “La bellissima addormentata, narcotizzata, sul golfo, aspetta il principe azzurro”. “Di Ancona ti innamori. Si corre il rischio di generalizzare, però l’anconetano medio è conservatore, poco curioso, tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto e per questo ha paura di mettersi in gioco”. Gli anconetani buoni però ci sono, e sono quelli che hanno creato “situazioni interessantissime, ma, secondo il principio base del nemo profeta in patria, rischiano l’isolamento”. E poi, c’è “molto piagnucolio, che deriva dalla disinformazione. L’anconetano spesso si dimentica della possibilità di riempire l’altra metà del bicchiere”.

Cosa c’è in quest’altra metà, quella buona? “C’è la vivacità dell’associazionismo, c’è uno dei rapporti più alti in Italia verde/abitante e, quindi, c’è il Cardeto, che l’ha fatto crescere e che ancora ha molto da valorizzare, c’è la Casa delle Culture, nata dal coordinamento di tante realtà dell’associazionismo locale all’interno di un ex Mattatoio, che però è anche il bicchiere mezzo vuoto, perché è una struttura abbandonata al 90%, c’è una Mole che è rinata ma per la quale ora occorre affrontare la problematica di un utilizzo adeguato, c’è Porta Pia, che ha un destino simile in quanto a destinazione d’uso. Ci sono buon senso dell’accoglienza e una buona qualità della vita, nonostante la carenza nel campo delle manutenzioni”.

E nel bicchiere mezzo vuoto? “Dopo il minimo storico del 1972 (con il terremoto e le sue conseguenze n.d.r.), la città è migliorata sempre, ma bisogna stigmatizzare e denunciare nel contempo la lentezza dei processi. I tempi si allungano in maniera incredibile per qualsiasi tipo di situazione. Ancona è sospesa nel tempo. Sembra che tutto sia immutabile. Per vedere il cambiamento bisogna avere un colpo d’occhio lungo almeno dieci anni. Manca lo spirito del cogliere le opportunità. Siamo all’anno zero per il turismo, per la valorizzazione dei beni culturali e architettonici, per gli incentivi alla ricerca, per le sinergie tra gli enti istituzionali. Ancona è la città degli spazi negati. Nonostante ci sia stata una progressiva riacquisizione, ci sono alcuni illustri caduti sul campo, tipo il parco della Cittadella, dove non si fa più nulla da anni. Ricordo Cittadella Live, con la musica nel parco a partire dal ’94: è sopravvissuta alcuni anni, poi nulla”.

Certo: la musica, Giamburraska e questa città. Che dire? “La musica continua a essere la colonna sonora della mia vita, nonostante il regolamento acustico ad Ancona sia da Medioevo. A Piazza del Papa si impedisce ai locali di fare musica percepita fuori, quando il rumore della gente che chiacchiera nello stesso luogo produce più decibel. E la gente comincia le feste sulla spiaggia di Palombina, per poi terminarle a Falconara, dove si può suonare più a lungo nella notte”.

Non solo, dunque, la Bella addormentata. Abbiamo anche la sindrome di Cenerentola.

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“Io lo pubblico. Posso?”

“Ma che ne pensi?”

“Se lo pubblico è perché ti ci vedo dentro completamente: passione e competenza”

“Mah… non è bucolico? Comunque, fai quello che credi… tvb”

Io e Barbara Ulisse ci scambiamo decine di sms quasi quotidianamente. Per un suo compleanno importante ho trascitto quelli degli ultimi tre anni e glie li ho regalati. Ne è uscito un racconto fatto di impressioni brevi, di leggerezza, sempre di passione, che dice  le cose della nostra vita, ma anche pezzi di storia di questa città, che ci hanno riguardato da vicino, in virtù di un lavoro che etrambe amiamo molto, quello della comunicazione pubblica. Insieme abbiamo lavorato per anni all’ufficio Stampa del Comune di Ancona, dove lei è rimasta, perché è una donna coraggiosa e tenace. Prima da vicino, ora un po’ più da lontano, condividiamo (credo) l’idea che bisogna arrampicarsi fino in cima a questa città, affacciarsi, guardare giù e innamorarsene. Molto, poi, viene da sé.

Lei su Ancona ha scritto così:

“Lo avverto sempre un attimo prima. Un leggero fremito anticipa il poderoso rilascio di energia dei posteriori che spingono e balzano avanti. Non è il modo migliore per assaporare un territorio, lo so, ma partire al galoppo ha quel tanto di liberatorio per me e di istinto naturale per lui da farne l’andatura più entusiasmante e una scommessa sulla fiducia reciproca. Perché bisogna affidarsi l’una all’altro in quei minuti in cui i filari corrono via velocissimi, nel naso l’odore delle ginestre e della sua criniera, pregando che non scappi fuori un fagiano dal campo di erba medica o che dietro la curva dopo le cave non ci siano i due turisti con la piccozza, come l’altra volta..
Poi rallento.
In sella a Frozen  – il mio quarter horse di dieci anni –  liberare quell’energia è un fatto naturale, come pure imparare la lentezza..
In sella alla sua groppa sudata ho scoperto la mia terra nei colori delle diverse stagioni.
Ancona è lontana. La città è lontana. Sulla campagna del Conero dimentico il contratto sociale e torno un po’ buon selvaggio, per dirla con Russeau.
Ancona è lontana, ma è qui. Dentro le aperture improvvise sul mare, i campi lavorati a cui portare rispetto, il verde del grano che diventa oro, la pietra delle case, i fiori di senape, l’odore di liquirizia dell’elicriso, le ginestre prima che si schiudono, tutti i colori delle viti, i boschi e gli ulivi, gli stradelli lungo i torrenti e sotto l’autostrada..
Ancona è qui nella sua dimensione di confine: il capoluogo si fa Conero, lo spazio è condiviso con altri comuni, il dialetto dei miei compagni di escursione si mescola.
Ancona diventa un’area dei “paesi limitrofi” che da Sirolo arriva a Osimo, lembo di quell’area metropolitana mal riuscita nelle politiche e così ben strutturata nel territorio delle passioni comuni, cucita insieme dagli stradelli dove passano i cavalli.
Attraverso lenta questa terra, sia quando tutto è un po’ bigio e fangoso e gli zoccoli scivolano e tutta la tavolozza della terra e delle foglie  si manifesta nel giallo, nell’ocra. Sia quando la luce radente e ferma di fine giugno la illumina morbida.
Incontriamo contadini e patiti di stormi in migrazione.  Ci salutiamo tutti, in un club immaginario degli sportivi dai mezzi naturali: ciclisti, podisti, golfisti, cavallari.
Potrei fare tutto questo in altro luogo? Oh, beh, anche in Brianza si va a cavallo e il cuoio dei finimenti cigola da secoli nel silenzio della Maremma.
Però non ci sarebbero queste colline di girasoli, i ciottoli freschi dei sentieri ombrosi sotto Pian Grande, l’anello della Pecorara pieno di more, i grappoli di rosso che inducono a ipotesi di gradazione anche ai non enologi, i cucuzzoli da presepe come Massignano, Mezzavalle deserta d’inverno, l’unico rumore gli zoccoli sulla spiaggia. Non ci sarebbe tutto questo dentro un capoluogo di regione. Non ci sarebbero il buon selvaggio e il contratto sociale, insieme”.

#TwitAncona? Il #Conero a cavallo: area metropolitana delle passioni