Posts contrassegnato dai tag ‘linguaggio’

selfie papaOrmai per me è quasi una tradizione l’appuntamento con i corsi di aggiornamento-preparazione all’esame di stato organizzati all’Ifg di Urbino dall’Ordine dei giornalisti delle Marche.

Come riflettevo ieri con i colleghi presenti alla lezione-chiacchierata, che ringrazio per l’interessante scambio di idee, il mio intervento ogni volta ha bisogno di essere ripensato quasi completamente. Se per esempio riproponessi all’uditorio le riflessioni sui social media di appena quattro o cinque anni fa, ci sarebbe tanto da sorridere.

La nuova lezione si intitola: “L’ufficio stampa ai tempi dei non-proprio-media” e quest’ultima espressione l’ho mutuata da un interessante post di Mario Tedeschini Lalli. In una nota del 2012 sul blog Giornalismo d’altri Tedeschini introduce il concetto di fungibilità, traducendo un contributo dell’architetto dell’informazione belga Stijn Debrouwere, che, a proposito del ruolo del giornalismo oggi, afferma: “Le cose non resteranno uguali per sempre e un settore economico non può sopravvivere solo sul proprio capitale simbolico come i grandi discorsi sulla democrazia e il Quarto potere. Se robe che non sono giornalismo intrattengono, informano e facilitano l’azione meglio delle robe che lo sono, non scommetterei sulla prosperità del giornalismo”.

Dunque nelle quattro (!!) ore a me assegnate, dopo un excursus normativo e storico, parto dalla foto che sta in testa al post per sviluppare questo tema, che, visto dalla parte degli uffici stampa, si traduce in una domanda: con chi parliamo adesso?

Ecco i link:

La comunicazione istituzionale lezione completa

La comunicazione istituzionale-1 LEGGI

La comunicazione istituzionale-2 STORIA

La comunicazione istituzionale-3 INTERLOCUTORI

Annunci

Ho trovato in rete la lista delle trecento parole da usare in italiano, anziché in inglese. L’elenco nasce dal sito nuovoeutile.it di Annamaria Testa, pubblicitaria, consulente e docente. Una prima stesura, scritta da lei, è diventata virale, catalizzando molte condivisioni e oltre quattrocento commenti, così l’autrice l’ha rivista alla luce dei contributi ricevuti e ha raccolto trecento voci.

Interessante è la “conclusione provvisoria” che si trova qui: Testa scrive, tra l’altro, che “nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza”. Ogni parola, dunque, “è un universo mentale” e la sfida della traduzione è complessa, perché bisogna “passare di parola in parola, da una lingua all’altra, portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso”.

Questo ci dà della lingua una visione molto più modulata e, per me, affascinante. Quando penso all’invasione dell’inglese nell’italiano non sono spaventata e non sento l’impulso di proteggere né di salvare la mia lingua dallo straniero. La lingua, fin quando è parlata, e quindi anche ascoltata, si preserva da sé. Nessuno oggi ha il bisogno di sostituire la parola “film” con pellicola, o “mouse” con… con che cosa? Non esiste l’equivalente italiano di questa metafora inglese che identifica con un topolino il “dispositivo esterno per il controllo del cursore, costituito da una sorta di scatoletta variamente sagomata, libera di muoversi sul tavolo in ogni direzione, e dotata di sensori che ne percepiscono il movimento trasmettendone gli spostamenti al cursore visibile sul monitor” (Hoepli). Anzi, se si cerca la traduzione on line inglese-italiano, a parte il caso quasi isolato di cui sopra, si scopre che in prevalenza si spiega la parola con un esempio e a volte si usa solo una foto:

mouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per non parlare poi dei prestiti inglesi presenti nell’italiano che nel tempo hanno assunto significati completamente diversi rispetto alla lingua d’origine. Molti sanno, ad esempio, che l’abito maschile che in Italia si chiama smoking in inglese è il “dinner jacket” e in inglese d’america il “tuxedo”. “Smoking” nella sua lingua d’origine mantiene il significato di “fumare” o “fumante” e arriva in Italia con un’altra valenza, probabilmente in seguito alla contrazione dell’espressione inglese “smoking jacket” e al colore, nero, dell’indumento che essa indicava, per inciso per nulla mondano, poiché si trattava di una veste da camera per fumatori. Nonostante i tentativi del purismo fascista di trasformarla in “giacchetta da sera”, e a dimostrazione del fatto che la lingua persevera sempre lungo la propria strada a prescindere da qualsiasi imperativo esterno, la giacca elegante italiana ha mantenuto negli anni il nome inglese di smoking, che oggi non è sicuramente percepito come un intruso dagli italofoni, alla stregua di stop, film, file, e-mail e di numerosi altri termini. Nell’uso degli acronimi, inoltre, c’è una ben più marcata e spesso inconsapevole perdita della memoria delle origini: quasi tutti sanno, ad esempio, cosa è il PIN e, poiché ne fanno un uso quotidiano, ne percepiscono il significato, ma ignorano forse che questa sigla indica l’espressione inglese Personal identity number.

Dunque il lungo elenco dei termini inglesi che potrebbero essere sostituiti dall’italiano non desta interesse in termini protezionistici, quanto, semmai, di opportunità ed efficacia comunicativa. Scorrendo le slide (o dovremmo dire “immagini di presentazione”?), da “abstract” a “workshop”, non si può fare a meno di notare che alcune parole sono necessariamente conosciute e usate in alcuni contesti globali: “waiting list” in un aeroporto internazionale è più efficace di lista d’attesa, “size” sull’etichetta di una maglietta prodotta per essere esportata in tutto il mondo evita che la stessa targhetta debba essere, per amore di traduzione, lunga come la maglia alla quale è attaccata.

Ma non si può, parimenti, fare a meno di sentire le stonature: vi sono termini che, non essendo entrati nell’uso comune, disturbano il flusso della comunicazione in quanto il loro significato non è immediatamente percepibile. Dopo aver premesso che al concetto di percezione va attribuita qui una valenza soggettiva (per me sono abbastanza marziani, ad esempio, termini come “body copy” e “cash flow”, che per altri, con esperienza differente dalla mia, potrebbero risultare chiarissimi), si nota che il gruppo di parole potenzialmente “aliene” può essere usato sia per esprimere il loro significato proprio, sia per trasmettere metasignificati, quali la competenza tecnica del soggetto che le usa o una determinata sua volontà di diversificarsi dalla pluralità dei parlanti.

Ognuna di queste parole, dunque, a modo suo, parla e comunica e quindi, come si dice, nessuno le può giudicare. Non si sa quali entreranno nel grande gruppo del linguaggio comune, ma la lista di Annamaria Testa è interessante perché, a ben vedere, è l’istantanea di una strada, lungo la quale corrono le parole, avvicinandosi o allontanandosi dal comune sentire della lingua.

La violenza. Sta entrando pericolosamente nelle nostre abitudini quotidiane e c’è chi la giustifica con tranquillità, ritenendola una risposta come un’altra a una situazione difficile, a un dissidio, a una incomprensione.

Alcuni giorni fa mi sono trovata in un luogo frequentato da molti bambini, dove è entrata una persona che ne ha picchiata un’altra a causa, sembra, di un diverbio nato tempo prima. Una persona è stata picchiata e pesantemente minacciata di fronte ai ragazzi, anche piccoli. Ma c’è di più: chi doveva ristabilire l’ordine ha affermato con naturalezza che l’episodio ci poteva stare, perché la violenza nasceva da una provocazione (tutta da dimostrare, peraltro). Io non so a voi, ma questo episodio mi sembra quasi più grave del primo: è lo sdoganamento della violenza fisica, è la deriva della convivenza civile.

Spero che sia un episodio circoscritto, frutto di una crisi di nervi nata e cresciuta tra le strade troppo strette di una città troppo di provincia. Ma poi leggo del linciaggio social a Laura Boldrini , l’ennesimo da parte del M5S, e mi rendo conto che il problema non è isolato, che stiamo veramente andando alla deriva, che alla strada del confronto si preferisce la scorciatoia della cancellazione violenta dell’avversario. Vince chi è più forte, chi alza di più la voce, chi minaccia di più, chi è sostenuto dal gruppo più potente o più numeroso. La parola cede il passo alla parolaccia, e sempre più spesso al gesto che ferisce, nel corpo e nell’anima. Non ci frega niente di mostrare la parte cattiva di noi nemmeno ai ragazzi, che impassibili ci guardano e chissà cosa pensano, come elaborano, chi diventeranno dopo aver assistito a questa deriva.

Bisogna leggere, scrivere, parlare, raccontare e conversare, perché le parole devono continuare a occupare il loro spazio. Non possiamo permetterci di far cedere loro un millimetro in più.

“Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle» dice Murakami a un certo punto in Norwegian Wood. Capita anche a me la stessa cosa ed è una consolazione che anche un grande la pensi così.

Add your thoughts here… (optional)

Josh Stearns

The five W’s of journalism remain a cornerstone of newsgathering today, but I have been increasingly thinking about five C’s as well: Context, Conversation, Curation, Community and Collaboration.

Below I try to define each, with particular attention to how they intersect, and I link to one good piece of writing on the topic.

Nothing about this is supposed to be comprehensive, nor is it particularly original, it’s just a list of the things I’m thinking about right now and an invitation for you to add your thoughts. 

View original post 399 altre parole

 

#AndreMartinet #Martinet

English: a miniature Danish-Norwegian-French d...

Conversazione con André Martinet

What role do you think linguistics has today and what do you think its role will be in the future?

There was a period in which it was necessary to describe a number of languages which had been so far been spoken, but never written and which were unknown. That was the Twentieth Century. But it became more striking about 1940. I have been directing descriptions of languages throughout these last decades. That was very important at a certain period, to give good descriptions of the languages, without being influenced by translations into French, Italia, english, etc., just considering the language itself. So, that was something very important. Now, the needs are not so pressing in that direction and what would be the interest of linguistics? Well, I would say sciences… it is always important to know more about things, in general, and after all language is an important feature of mankind, therefore the more we know about languages, the more, I think, we know about the world, about men. Therefore it should be very important for educated people to have some smattering of linguistics and of course they don’t have it. Of course there is also more than that.

People have to learn languages. Take the case of Europe: at present there is a pressure exerted by people. Take for example the French. They resent, of course, the weakening of the position of France in the international market. In the old days, for example, when I first visited Italy, when I came across people, they spoke French and everybody understood French, with no problem. Gradually it has been replaced by English. As far as I am concerned, it doesn’t make any difference, but the French generally resent. They have, all of a sudden, to reconsider the problem, particularly within European frame, the frame of new Europe. It would be a pity, let’s say, if ten languages out of twelve would disappear. Therefore it is necessary to preserve the present regulation, according to which each of the languages of every one of the twelve European countries is good, whether it is a small country or a large one: Danish or modern Greek are just as good as English, french or German. That means, of course, that people will have to learn languages. I’m the president of a Society of that sort and I’m supposed to act in favor of that, to stress the necessity of learning languages, of having in kindergartens a representative of some other language, any other language… say, for example, you could have a Dane coming to an Italian school and speaking Danish to the children, just in order to make them understand that the words are not the things. The advantage of the knowledge of more than one language is that you become conscious that this is not un lit or a bed, un let to, but this is an object, which can receive different names. It is very important. So, just one language to start with is good. Just any language would be fine. Of course you couldn’t have many Danes running around Europe, because there are fewer Danes than Italians, but you would have a number of Danes and it would be very good for a child to know Danish, because if you know it in a country like Italy or French, etc., you get jobs. Now, I don’t believe myself that learning a language that way is sufficient. My formula is: you forget a language in just the time which was necessary for you to learn it. We’d been invited to Romania with my wife and we were invited to live in a castle and we had the room of queen Mary. We were not supposed to do anything, just to live there. It was very boring, so we decided to attend classes to learn Romanian. So, we learnt it. We had just two weeks there. We had to go away because we had to go to America to the Congress, a linguistics congress (it was on the 6th of June). Finally, we could say things in Romanian. We’d had a good teacher and we finally could mange to say a few words, we were able to enter a shop and talk with people. But the, two weeks later, everything had been wiped out, nothing was left of that. In other words, if children just learn some elements of the language at school, little will remain of the language permanently. They will have to reconsider and re-learn, carry on the learning of the language and that should go together with the teaching, in all of the schools of Europe, some disciplines in a language other than the national one. in all Italian schools you’d have people teaching history, mathematics, etc. in Italian, but there could be a man who would teach one discipline in English, or French, or German, or, maybe, Danish etc.: just another language, to carry on with that contact with the foreign language. The result would be that, towards the age of eleven, people would more or less know a language, have impressions of a given language. And later on they would, from the age of eleven, learn the third language. Well, understandably the position of English being what it is, English would quite normally be included in the three languages, but not necessarily. For example, there was something once: people in France, somewhere in the South-West, quite close to the spanish border, were told that children at school would get instruction in another language. What should that language be? Now, the proportions were 40-41% for Spanish, and 39% for English. Just about the same, but not quite. A significant fact is that, even today, English would not be automatically chosen on that level. In French schools now English carries the day for about 85%.

It would be a very unpleasant situation if all the cultural variety of Europe disappeared with its variety of languages. Just imagine a Europe were everybody would speak English… and what sort of English! I’m all in favor of maintaining the linguistic variety of Europe. And, it is quite true, that for the world in general these days English is a must. But within Europe you can very well imagine a situation where English can be a choice among others.

Leggi gli altri post dell’intervista:

André Martinet/1 Communication is our basic relevancy

André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items

André Martinet/3 Pregiudizi linguistici

André Martinet/4 Cosa c’è dietro le parole

André Martinet/5 La lingua non è simmetrica

André Martinet/6 A volte le parole non bastano

André Martinet/7 Armonia è economia

André Martinet/8 La Societé Internationale de Linguistique fonctionnelle

André Martinet/9 We don’t care about deep structures

André Martinet/10 L’importanza del punto di vista

André Martinet/11 Naturaliter Sauxurianus

André Martinet/12 Word vs Language

André Martinet/13 Reconstruction is dynamic

credits foto Wikimedia Commons

tweetseatsLa Fondazione Arena di Verona, in occasione dei 100 anni del festival lirico, porta in Italia una novità, che negli Usa, a dire il vero, è già realtà da qualche tempo: i tweet seats. Sono posti riservati a chi vuole raccontare lo spettacolo in tempo reale via Twitter, sono offerti al prezzo speciale di 10 euro e collocati in una posizione speciale, per vedere bene e per non infastidire gli altri con la luce prodotta da smartphone e tablets. Il tutto, racchiuso in un hashtag: #arenadiverona100.

“L’iniziativa – si legge all’indirizzo ufficiale di riferimento tweetseats.arena.it – punta ad allargare il pubblico dell’Arena e a diffondere la cultura dell’Opera attraverso i social media”. I device dovranno comunque essere usati in modalità. silenziosa. Per candidarsi ad occupare il posto bisogna compilare il form presente sul sito inserendo tutti i dati e la condizione imprescindibile è, ovviamente, avere un account Twitter attivo: “un account pubblico, con almeno 1 mese di vita, almeno 1 tweet pubblicato nell’ultimo mese e più di 50 tweet pubblicati in totale”. I candidati sono di volta in volta contattati via e-mail (entro 24 ore dalla richiesta) in base alla disponibilità di posti in Arena.  L’obiettivo – spiega l’ente culturale – è fare del passaparola uno strumento di marketing, un mezzo per arrivare a chi non è ancora stato all’Arena di Verona: il pubblico piu’ giovane, digitale e iperconnesso.

La novità, dunque, sta nell’istituzionalizzazione del mezzo (Twitter per la musica), nel luogo, oltre che, forse, nel contenuto (musica lirica, e non più solo pop o rock, anche se non ho avuto tempo di controllare se questa è davvero la prima volta per la lirica). Ma Twitter e la musica, invero, collaborano già da un po’ e ogni artista adotta, di fatto, una modalità diversa di utilizzo. Infatti, come dice Jovanotti, Twitter è convesso: si parte da lì (dal mezzo), ma le possibilità di sviluppo sono infinite.

Lui (@lorenzojova), ad esempio, ne fa un uso molto narrativo e molto “artista-centrico”: penso al live per ringraziare il milione e mezzo di utenti che lo seguono sul social network , ma anche ai continui aggiornamenti prima dei concerti, soprattutto in fase di preparazione, in cui coinvolge i fan e le città ospiti, come con la sua recente richiesta ai followers di fotografare nei diversi luoghi, e poi twittare, i manifesti del tour 2013 negli stadi. Mi resta però un dubbio: al concerto di Ancona non sono riuscita a far partire neanche un tweet dagli spalti: sarà stata solo una questione di campo?

Perché penso anche al fatto che la convessità del mezzo è un’arma a doppio taglio e su Mashable (dietro segnalazione di daily wired) trovo infatti il caso di un utente di Twitter bandito da un concerto per aver criticato via Twitter uno degli artisti sul palco. La cosa è andata più o meno così: lui scrive una cosa sgradevole, poi si va a bere qualcosa. Si sente chiamare dal palco, si fa riconoscere e riceve, sempre dal palco, la notizia che sarà accompagnato fuori dalla security per aver scritto “shit on Twitter”. Così accade. Seguono, nei giorni successivi, scuse bilaterali e prese di posizione pro e contro, secondo le dinamiche social che ormai sono ben note a tutti gli utenti.

Leggo poi su daily.wired.it che già nel 2008 i R.E.M. aprirono, per quello che sarebbe stato il loro ultimo tour, un sito che aggregava e organizzava automaticamente tutti i materiali postati dai fan su YouTube, Flickr, Twitter, organizzati automaticamente per ogni singola data a partire dai tag: “La band fu tra le prime a intuire il potere del live tweeting musicale, con un account utilizzato per raccontare le scalette in diretta (esiste ancora: @remroaddog). Oggi è una pratica comune: gli artisti – e il loro staff – twittano dal palco, i festival pubblicizzano direttamente gli hashtag da usare per raccontare quello che succede. Si va da SongKick, popolare sito/app con calendari di concerti geolocalizzabili e personalizzabili in base ai propri gusti, a Setlist.fm, wiki di scalette di concerti, acquistato da Live Nation, il più grande promoter mondiale, che ha appena aperto i suoi Live Nation Labs, sezione di analisi dei big data e di sviluppo prodotti e servizi legati al mondo della musica live, che sta conducendo un’aggressiva campagna di acquisizioni di startup musicali, da Big Champagne a Rexly (@rexly n.d.r.)”.

Poi c’ è il caso delle twitter questions. Da una veloce navigazione su Google mi sembra che i più inclini a questa pratica siano gli One Direction. Ecco qua cosa succede ai concerti (che io, ovviamente, non frequento per motivi anagrafici). Ma c’è un’alchimia: non si tratta di puro Twitter. Surfando surfando scopro la domanda di una ragazza su forum.teamworld.it:

“Buonsalve.. 
Parlavo con una mia amica quando ci è sorta una domanda..
i twit che vengono letti durante i concerti, a cui i ragazzi rispondono, come fanno ad essere inviati? Il dubbio ci è sorto perchè oltre alla domanda e al nome del mittente c’è anche il posto occupato al concerto e volevamo sapere come si faceva.
Se riuscite a rispondere ve ne siamo molto grate.
Ali”.

E questa è la risposta: c’è un form da compilare su sonymusicemail.com (Sony Music), dove va indicato anche l’account Twitter se uno ce l’ha. Nello stesso form si chiede anche di registrarsi e il consenso per la ricezione di newsletter tematiche.

Mi viene da fare, a questo punto, una piccola notazione: il mezzo ormai è chiaro, il fine non sempre lo è.

Chiudo con il concerto di Bruce Springsteen (@Brucespringsteen), San Siro 2012: su rollingstonemagazine.it Paolo Madeddu ha raccolto le sensazioni social del live, con qualche commento ironico. Ci sono concerti più recenti di Springsteen, ma quello dell’anno scorso segna una data storica: per la prima volta “l’evento poteva essere socialcondiviso: la possibilità di passare da “Io c’ero” (1985) a “Io twittavo” (2012)”.