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selfie papaOrmai per me è quasi una tradizione l’appuntamento con i corsi di aggiornamento-preparazione all’esame di stato organizzati all’Ifg di Urbino dall’Ordine dei giornalisti delle Marche.

Come riflettevo ieri con i colleghi presenti alla lezione-chiacchierata, che ringrazio per l’interessante scambio di idee, il mio intervento ogni volta ha bisogno di essere ripensato quasi completamente. Se per esempio riproponessi all’uditorio le riflessioni sui social media di appena quattro o cinque anni fa, ci sarebbe tanto da sorridere.

La nuova lezione si intitola: “L’ufficio stampa ai tempi dei non-proprio-media” e quest’ultima espressione l’ho mutuata da un interessante post di Mario Tedeschini Lalli. In una nota del 2012 sul blog Giornalismo d’altri Tedeschini introduce il concetto di fungibilità, traducendo un contributo dell’architetto dell’informazione belga Stijn Debrouwere, che, a proposito del ruolo del giornalismo oggi, afferma: “Le cose non resteranno uguali per sempre e un settore economico non può sopravvivere solo sul proprio capitale simbolico come i grandi discorsi sulla democrazia e il Quarto potere. Se robe che non sono giornalismo intrattengono, informano e facilitano l’azione meglio delle robe che lo sono, non scommetterei sulla prosperità del giornalismo”.

Dunque nelle quattro (!!) ore a me assegnate, dopo un excursus normativo e storico, parto dalla foto che sta in testa al post per sviluppare questo tema, che, visto dalla parte degli uffici stampa, si traduce in una domanda: con chi parliamo adesso?

Ecco i link:

La comunicazione istituzionale lezione completa

La comunicazione istituzionale-1 LEGGI

La comunicazione istituzionale-2 STORIA

La comunicazione istituzionale-3 INTERLOCUTORI

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La violenza. Sta entrando pericolosamente nelle nostre abitudini quotidiane e c’è chi la giustifica con tranquillità, ritenendola una risposta come un’altra a una situazione difficile, a un dissidio, a una incomprensione.

Alcuni giorni fa mi sono trovata in un luogo frequentato da molti bambini, dove è entrata una persona che ne ha picchiata un’altra a causa, sembra, di un diverbio nato tempo prima. Una persona è stata picchiata e pesantemente minacciata di fronte ai ragazzi, anche piccoli. Ma c’è di più: chi doveva ristabilire l’ordine ha affermato con naturalezza che l’episodio ci poteva stare, perché la violenza nasceva da una provocazione (tutta da dimostrare, peraltro). Io non so a voi, ma questo episodio mi sembra quasi più grave del primo: è lo sdoganamento della violenza fisica, è la deriva della convivenza civile.

Spero che sia un episodio circoscritto, frutto di una crisi di nervi nata e cresciuta tra le strade troppo strette di una città troppo di provincia. Ma poi leggo del linciaggio social a Laura Boldrini , l’ennesimo da parte del M5S, e mi rendo conto che il problema non è isolato, che stiamo veramente andando alla deriva, che alla strada del confronto si preferisce la scorciatoia della cancellazione violenta dell’avversario. Vince chi è più forte, chi alza di più la voce, chi minaccia di più, chi è sostenuto dal gruppo più potente o più numeroso. La parola cede il passo alla parolaccia, e sempre più spesso al gesto che ferisce, nel corpo e nell’anima. Non ci frega niente di mostrare la parte cattiva di noi nemmeno ai ragazzi, che impassibili ci guardano e chissà cosa pensano, come elaborano, chi diventeranno dopo aver assistito a questa deriva.

Bisogna leggere, scrivere, parlare, raccontare e conversare, perché le parole devono continuare a occupare il loro spazio. Non possiamo permetterci di far cedere loro un millimetro in più.

“Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle» dice Murakami a un certo punto in Norwegian Wood. Capita anche a me la stessa cosa ed è una consolazione che anche un grande la pensi così.

milziCominciamo dai soprannomi: il più recente è Indiana Milzi. Il motivo lo trovate qui e se non avete quaranta minuti per guardare questo speciale di E’Tv Marche, trovateli, perché in questa intervista di Maurizio Socci a Giampaolo Milzi, direttore del mensile Urlo, del webzine Fatto & Diritto e collaboratore del Messaggero, c’è molto di Ancona. Anzi, di più. Giampaolo Milzi è un profondo conoscitore della città, soprattutto della città coperta: sotterranei, monumenti sepolti dagli sterpi, tracce storiche sommerse dall’erba. Ascolta, studia, scopre, ritrova, ricostruisce le storie e la storia. Sentirlo parlare di tutto questo è un piacere. Ma chi non lo conosce e legge fino a qui può farsi un’idea sbagliata, quindi è bene introdurre subito il suo soprannome storico: Giamburraska, che è anche la sua firma per gli editoriali di Urlo.

Urlo, appunto: quest’anno compie vent’anni. “Il numero zero – racconta Milzi – è del febbraio 1993 e da marzo ’93 a oggi sono usciti 202 numeri”. Così il giornale è diventato, a suo modo, un pezzo di città, direi il regalo di Milzi alla città, con una identità netta, sia nel vestito sia nei contenuti. E’ in controtendenza già per il formato: dodici o quattordici pagine “grandi” per dare spazio alle immagini e ai contenuti, per contenere le inchieste e gli approfondimenti, che sono la sua vocazione, in una sola pagina. E’ in bianco e nero, con la prima e l’ultima in bianco, nero e magenta: ha un suo carattere, si riconosce, ci mette la faccia. Infatti si caratterizza anche per la scelta precisa dei contenuti: “Non scriviamo le cose di cui già parlano gli altri, a meno che non siano da approfondire. Il taglio è glocal, il non locale collegato al locale, da sempre, da prima ancora che questo concetto diventasse di dominio comune”. In particolare colpiscono gli articoli, lunghi direi per scelta, di quelli che non offrono scorciatoie al lettore e che li leggi solo se ti interessa il contenuto: una storia mai sentita prima, una scoperta, una denuncia, una causa da sostenere. Si direbbe che, in quanto giornale di parte (perché sceglie i suoi argomenti e conduce le sue battaglie), corre il rischio di non essere imparziale, se non fosse poi che da questa palestra sono usciti finora alcuni tra i migliori giornalisti della città. Al momento ci sono almeno tre o quattro bravi colleghi impegnati nelle pagine politiche e culturali dei quotidiani locali. “Bisognerebbe chiedere a loro – butta là Milzi – un’opinione su Urlo”. Già, cosa direbbero?

Giamburraska, dunque, forse nasce ufficialmente nel 1993 e qui posso raccontare solo una piccola parte della sua storia. Per il resto ci vorrebbe più di un post, perché dovrei dire delle sue serate nei locali, nei circoli, al mare, come dj, con la musica, vintage come la sua Vespa TS del ’75 bianca e verde di nome Wispy. E anche di quando, tra l’85 e il ’90, metteva su il rock a Radio Marche Ancona e poi di Radio Studio 24 e Radio Punto 2, ma anche del suo continuo impegno a fianco dell’associazionismo e del volontariato della città, dell’incursione giornalistica al G8 di Genova, dove ha raccolto una delle primissime testimonianze (di un’infermiera volontaria) sulle cause della morte di Carlo Giuliani, “poi trasmessa la sera stessa da Bruno Vespa”, e anche delle sue numerosissime querele, la maggior parte per diffamazione a mezzo stampa, “quasi tutte risolte bene, altrimenti non starei qui a parlare con te”.

Ma torniamo al 1993. “Il ’93 – dice Milzi – è l’anno che segna l’inizio della fine nella qualità dell’informazione. Finisce l’onda lunga degli anni ’80, in cui si ristrutturarono le Tv private e si aprirono nuovi quotidiani. Io ho cominciato come vittima collaterale della Tangentopoli locale: nel gennaio del ’93 ci fu il fallimento delle Edizioni locali di Edoardo Longarini, che portò, tra l’altro, alla chiusura della Gazzetta di Ancona, dove ero diventato professionista, e di Galassia Tv. Di lì la mia scelta di vita: continuare a vivere di questo lavoro facendo il freelance. Così a trent’anni fondai Urlo. Dopo il ’93, con l’era di Internet, al boom della quantità di notizie non ha corrisposto il boom della qualità. Internet, però, ha portato alla rivoluzione della realizzazione del prodotto mediatico di carta stampata, con due aspetti positivi: l’utente a poteva interagire e diventare attore dell’informazione e diventava concreta la possibilità di realizzare prodotti di informazione in autonomia. Nasce qui, infatti, la free press”.  E’ seguendo queste tendenze che Urlo afferma, negli anni, sul campo, la capacità di influenzare l’opinione pubblica: “I nostri temi sono la cultura, il disagio, le devianze, l’ambiente, la sostenibilità e le nuove fonti energetiche, le problematiche giovanili, ma anche la memoria storica e la riappropriazione degli spazi, la democrazia partecipata. Spesso le questioni che poniamo diventano oggetto di dibattito”. E sempre più di frequente l’ideatore di Urlo è interpellato come esperto sulle singole questioni, soprattutto per la conoscenza della città, che da vent’anni racconta nelle pagine del suo giornale.

Come racconteresti la classe politica di Ancona? “La classe politico-istituzionale è stata progressivamente sempre meno all’altezza della situazione. Non abbiamo avuto, fortunatamente, gravi questioni morali, ma inadeguatezza nella capacità amministrativa sì. La carenza di capacità politica è trasversale: l’opposizione non è virtuosa e non c’è la capacità di andare al governo. C’è una carenza di approccio rispetto alla gestione della città, c’è un pensiero chiuso rispetto a questo. Il dibattito sulla vocazione turistica di Ancona, per esempio, è diventato una barzelletta che fa piangere”.

Qui ci sta bene il twit per Ancona, che chiedo a tutti e che veramente non ho chiesto a Milzi, ma  la frase che ho scelto per Twitter è questa: “La bellissima addormentata, narcotizzata, sul golfo, aspetta il principe azzurro”. “Di Ancona ti innamori. Si corre il rischio di generalizzare, però l’anconetano medio è conservatore, poco curioso, tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto e per questo ha paura di mettersi in gioco”. Gli anconetani buoni però ci sono, e sono quelli che hanno creato “situazioni interessantissime, ma, secondo il principio base del nemo profeta in patria, rischiano l’isolamento”. E poi, c’è “molto piagnucolio, che deriva dalla disinformazione. L’anconetano spesso si dimentica della possibilità di riempire l’altra metà del bicchiere”.

Cosa c’è in quest’altra metà, quella buona? “C’è la vivacità dell’associazionismo, c’è uno dei rapporti più alti in Italia verde/abitante e, quindi, c’è il Cardeto, che l’ha fatto crescere e che ancora ha molto da valorizzare, c’è la Casa delle Culture, nata dal coordinamento di tante realtà dell’associazionismo locale all’interno di un ex Mattatoio, che però è anche il bicchiere mezzo vuoto, perché è una struttura abbandonata al 90%, c’è una Mole che è rinata ma per la quale ora occorre affrontare la problematica di un utilizzo adeguato, c’è Porta Pia, che ha un destino simile in quanto a destinazione d’uso. Ci sono buon senso dell’accoglienza e una buona qualità della vita, nonostante la carenza nel campo delle manutenzioni”.

E nel bicchiere mezzo vuoto? “Dopo il minimo storico del 1972 (con il terremoto e le sue conseguenze n.d.r.), la città è migliorata sempre, ma bisogna stigmatizzare e denunciare nel contempo la lentezza dei processi. I tempi si allungano in maniera incredibile per qualsiasi tipo di situazione. Ancona è sospesa nel tempo. Sembra che tutto sia immutabile. Per vedere il cambiamento bisogna avere un colpo d’occhio lungo almeno dieci anni. Manca lo spirito del cogliere le opportunità. Siamo all’anno zero per il turismo, per la valorizzazione dei beni culturali e architettonici, per gli incentivi alla ricerca, per le sinergie tra gli enti istituzionali. Ancona è la città degli spazi negati. Nonostante ci sia stata una progressiva riacquisizione, ci sono alcuni illustri caduti sul campo, tipo il parco della Cittadella, dove non si fa più nulla da anni. Ricordo Cittadella Live, con la musica nel parco a partire dal ’94: è sopravvissuta alcuni anni, poi nulla”.

Certo: la musica, Giamburraska e questa città. Che dire? “La musica continua a essere la colonna sonora della mia vita, nonostante il regolamento acustico ad Ancona sia da Medioevo. A Piazza del Papa si impedisce ai locali di fare musica percepita fuori, quando il rumore della gente che chiacchiera nello stesso luogo produce più decibel. E la gente comincia le feste sulla spiaggia di Palombina, per poi terminarle a Falconara, dove si può suonare più a lungo nella notte”.

Non solo, dunque, la Bella addormentata. Abbiamo anche la sindrome di Cenerentola.

Cos’è la tecnica del cibo cinese? Leggete il twit-racconto qui sotto e lo scoprirete 🙂

#scritturebrevi, non solo un hashtag, ideato e condotto da

Francesca Chiusaroli

napolitanoIl presidente Napolitano, con un discorso alle Camere riunite che Stefano Folli oggi sul Sole 24 Ore definisce come “uno dei più densi, potenti ed emozionanti mai ascoltati nell’aula di Montecitorio negli ultimi decenni”, ha rimproverato aspramente i partiti, definendoli inconcludenti e impotenti nei confronti di un Paese al quale da decenni non sanno più dare risposte. E gli esponenti di quegli stessi partiti lo hanno applaudito, alzandosi in piedi, con un distacco paradossale dalle parole gravi che egli stava pronunciando e per le quali sarebbe stato più appropriato un silenzio di comprensione e di riflessione. Come se non fossero loro i destinatari della sferzata del Presidente, l’unico infine possibile per l’Italia, anche se ormai quasi novantenne. 

Napolitano è ancora Presidente perché la politica non sa guardare avanti e, rivolgendosi a lui, ha ammesso apertamente di avere bisogno di un tutore. E’ una politica distaccata non solo dai cittadini, ma anche da sé stessa. E’ schizofrenica, è la politica degli impuniti, a cui ieri Napolitano si è rivolto con una ammonizione precisa: non autoassolvetevi.

E’, anche, una politica che  respinge aprioristicamente il rinnovamento, delle persone come degli stili (vedi, a suo tempo, Debora Serracchiani e oggi Matteo Renzi). A destra c’è un leader incontrastato, al quale la base e le forze di riferimento assicurano miope obbedienza. E’ la storia di sempre: in qualsiasi epoca c’è una parte dello Stato che vede nella politica lo strumento per mantenere o conseguire il proprio interesse privato, a vari livelli e con maggiore o minore successo finale. E’ il lato negativo del concetto di conservazione, ben presente e ottimamente individuabile in Italia in una buona parte di quel terzo del Paese che alle ultime elezioni ha espresso il proprio consenso nei confronti non di una idea, né di un progetto, ma di un uomo e delle sue promesse a breve termine. E’ la parte infantile, che esiste in ogni società, che forse è fisiologica, ma che, normalmente, trova il suo bilanciamento nella compensazione con altre forze più mature, che considerano lo Stato come il luogo della realizzazione dei principi fondamentali: libertà, democrazia, lavoro, sovranità popolare.

Bene, le Camere riunite per la elezione del Presidente della Repubblica hanno dimostrato che questa maturità oggi non c’è e l’epilogo sconcertante del ritorno al vecchio e generoso Giorgio Napolitano ne è la dimostrazione più chiara e inequivocabile. Se,  dunque, c’è da attribuire una responsabilità, questa è sicuramente di quelle forze politiche che della democrazia, della libertà e del progressismo hanno fatto da sempre la loro bandiera. E’ da loro che il Paese si sente deluso. Con loro sono arrabbiati. E’, in particolare, la loro deriva a non essere considerata accettabile.

Il paradosso, in tutto ciò, è che, tra le grida che invocano in modo scomposto il rinnovamento, emerge, forte e chiara, la pacatezza e la fermezza del vecchio nuovo presidente, del quale ieri abbiamo percepito anche lo sforzo di rimanere saldo sulle gambe nel momento in cui rientrava al Quirinale, per assolvere a un compito che una politica matura e responsabile avrebbe dovuto essere capace di affidare ad altri.

E le lacrime del vecchio presidente, asciugate con naturale compostezza dopo il riferimento al suo “senso antico e radicato di indentificazione con le sorti del paese”, sono il segnale più umano, più bello e più politico della novità alla quale potremmo, e dovremmo, aspirare.

Non c’è bisogno di essere una mamma per capire quanto indicibile dolore possa spingere una madre a scendere in strada con la foto del figlio morto ammazzato. Perdere un figlio è contro natura. Dover riaffermare, ogni volta, quella morte è una tragedia senza confini. Nessuna civiltà, nessun rispetto si possono ottenere se non si rispetta, almeno, il dolore più profondo che un essere umano può provare nella sua vita.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/03/27/Aldrovandi-agenti-manifestano-sotto-ufficio-madre_8467979.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi

DATECI LA RIVOLUZIONE

Pubblicato: 2 ottobre 2012 in Senza categoria
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Dateci la rivoluzione. Con la polvere e lo strepito. Che tocchi l’intimo della vita. Che porti a una rinascita, a una trasformazione vera da avvertire sottopelle, che non sia il solito «cambiare tutto perché non cambi niente».
Dateci la rivoluzione. Ma non una di quelle che usano il fuoco o la ghigliottina. Che si tengano le teste mozzate che rotolano lungo una strada in discesa: nella nostra rivoluzione non si contano i morti, ma solo i vivi.
Dateci la rivoluzione. Che vada oltre l’utopia, una di quelle culturali, di quelle primavere del cervello sociale capace di rivoltare l’animo dell’Occidente finanziario e industriale. Una rivoluzione universale che distrugga le certezze plastificate e che cancelli lo stile di vita cannibalistico che ci hanno lasciato.
Dateci la rivoluzione. Che parta dall’inizio e mai dalla fine. Dalla mancanza, dal vuoto che sentiamo dentro e dal silenzio rotto solo dalle suonerie dei cellulari. Una rivoluzione con un Manifesto in cui Marx, studente in filosofia dei giorni nostri, è incazzato nero e ci richiama tutti all’unità: noi, gli umanisti di tutto il mondo. Uniamoci per non vergognarci più d’essere letterati, storici, antropologi, filosofi, giuristi, psicologi, giornalisti, artisti. Per non credere più che sia stato solo un nostro divertimento capire l’uomo e i suoi derivati. Per non rimproverarci ogni volta che cerchiamo lavoro. Per trovare il nostro ruolo e il nostro posto.
Dateci la rivoluzione. Che ci faccia sputare la carota che ci hanno messo in bocca e spezzare il bastone col quale ci minacciano. Che ci convinca che noi umanisti siamo indispensabili in questo mondo di proprietà dell’economia e dell’ingegneria sociale. Perché accanto a chi sintetizza prodotti chimici ci sia uno che sintetizzi concetti. Per far capire al mondo che senza quelli come noi le auto sono solo ferraglia buona per la ruggine, i ponti trampolini per i suicidi e i palazzi placebo per l’insonnia. Senza quelli come noi, che provano a dare un senso alla vita, l’uomo avrebbe una casa per il corpo ma non per la mente, non avrebbe parole da cantare o film davanti cui emozionarsi. Senza quelli come noi, non si parlerebbe d’umanità e avremmo un futuro costruito. Ma solo verso il nulla.
E infine, dateci i rivoluzionari. Che ne facciano una questione di vita più che di morte. Che non si prostituiscano, che non facciano a brandelli loro stessi, che non si vergognino a fabbricare parole, concetti, idee. Che si ricordino che persino la rivoluzione è solo «un quarto realtà», e che poi «è sempre tre quarti fantasia». Perché è vero che Dio non è mai stato un ingegnere costruttore, ma un filosofo con la dote per gli affari.
uMan360

http://www.uman360.it/dateci-la-rivoluzione/