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schermo2Ho scritto un libro su Ancona, usando le interviste che si trovano anche in questo blog, nel capitolo “Gente della città”, e alcuni altri post degli ultimi anni (storie sulla grande frana di Ancona, sul terremoto del ’72, sulla Mole Vanvitelliana…). Poi ne ho parlato con Corrado Maggi, un amico fotografo, che mi ha regalato alcune foto, che abbiamo abbinato a ciascun personaggio intervistato. Ora, questo libro ha anche vinto un premio e avrei la possibilità di pubblicarlo on line anche subito, però ci sto pensando un po’ su, per capire quale sia la soluzione migliore per darlo alle stampe, o al web. Nel frattempo, visto che il testo è nato da “segmenti” di vita, di racconti e di città, alcune foto io e Corrado le stiamo già diffondendo, in modo frammentario e spezzettato, in particolare sui social network.

Oggi, inoltre, Paola Ciccioli, una delle amiche che lo hanno rivisto prima della conclusione, con un post su facebook in ricordo di suo padre mi dà l’occasione di pubblicare un altro segmento del mio libro: una parte della postfazione, che è inedita, ed è scritta da lei.

“Cara Margherita, eccomi.
A mano a mano che leggevo le interviste, mi veniva in testa la parola “glocal” e alla fine è il buon Milzi che la pronuncia. Questa è, secondo me, la prima qualità del tuo lavoro: dà cioè il senso di una città geografica e umana, la prima con confini definiti, la seconda che si estende – seguendo il movimento del mondo – oltre ogni delimitazione amministrativa.
La storia che mi è piaciuta di più, Barbara a parte, è quella della parrucchiera libraia, che alla fine chiude un po’ frettolosamentesulle proprie osservazioni critiche.
La parte iniziale, quella della ricostruzione del carattere della città attraverso i resoconti molto dettagliati delle due grandi ferite di Ancona, ha provocato in me piccole (piccole?) scosse e qualche frana emotiva. E, come in un flashback, mi ha riportato all’interno della scuola elementare di Maestà di Urbisaglia dove – non so come, quando e con chi – mi aggiravo bambina tra le brandine che ospitavano gli sfollati.
La parola e l’evento frana, invece, più che ai processi relativi che ho lungamente seguito, mi ha fatto sedere di nuovo su una determinata sedia della Cronaca del Corriere Adriatico dalla quale, al di là del monumentale computer, fissavo notte e dì una finestra che dava sull’unico elemento di vita raggiungibile da quella postazione: “un grumo” di terra eternamente indeciso se rimanere lì sospeso, oltre quella finestra e i neon che la illuminavano. Ose invece staccarsi rovinosamente, seguita da grumi sempre più grossi, seppellendo me, la Cronaca, il Corriere Adriatico e quella specie di deposito polveroso da cui raccontavamo le sorti del capoluogo e della Regione Marche tutta. Sapessi quanto ho temuto quel “grumo”…
Poi. C’è un poi importante. Leggere un qualcosa di così “amorevole” nei confronti di un luogo, di una città, mi ha fatto venire non in testa ma nel cuore un ricordo legato a mio padre. Quando è iniziata la sua fine, l’ho portato a farlo visitare in un ambulatorio vicino all’ospedale di Torrette. Poi gli ho detto: «Dai, prima di tornare a casa, ti faccio vedere una cosa». Mi preparavo a separarmi da lui e volevo regalargli l’immagine di Ancona che è Ancona per me: i traghetti illuminati che sembrano voler abbandonare l’acqua per farsi una passeggiata in centro. Questi condomini viaggianti che, specie in un punto preciso – la strada di fianco alla sede Rai che è di accesso al porto – mettono il muso sulla piazzetta lì di fronte, in una confusione di stati, liquido e terreno, che mi ha sempre destato un moto di stupore e deliziata meraviglia. La stessa meraviglia che ha provato mio padre”.

Questo signore che sorride nella foto non l’ho conosciuto di persona, anzi, a dire il vero conosco anche Paola da poco tempo. Ma da qualche mese mi accompagna questa immagine di meraviglia. Mario per me è il papà delle navi del porto.

 

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#AndreMartinet #Martinet

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“Io lo pubblico. Posso?”

“Ma che ne pensi?”

“Se lo pubblico è perché ti ci vedo dentro completamente: passione e competenza”

“Mah… non è bucolico? Comunque, fai quello che credi… tvb”

Io e Barbara Ulisse ci scambiamo decine di sms quasi quotidianamente. Per un suo compleanno importante ho trascitto quelli degli ultimi tre anni e glie li ho regalati. Ne è uscito un racconto fatto di impressioni brevi, di leggerezza, sempre di passione, che dice  le cose della nostra vita, ma anche pezzi di storia di questa città, che ci hanno riguardato da vicino, in virtù di un lavoro che etrambe amiamo molto, quello della comunicazione pubblica. Insieme abbiamo lavorato per anni all’ufficio Stampa del Comune di Ancona, dove lei è rimasta, perché è una donna coraggiosa e tenace. Prima da vicino, ora un po’ più da lontano, condividiamo (credo) l’idea che bisogna arrampicarsi fino in cima a questa città, affacciarsi, guardare giù e innamorarsene. Molto, poi, viene da sé.

Lei su Ancona ha scritto così:

“Lo avverto sempre un attimo prima. Un leggero fremito anticipa il poderoso rilascio di energia dei posteriori che spingono e balzano avanti. Non è il modo migliore per assaporare un territorio, lo so, ma partire al galoppo ha quel tanto di liberatorio per me e di istinto naturale per lui da farne l’andatura più entusiasmante e una scommessa sulla fiducia reciproca. Perché bisogna affidarsi l’una all’altro in quei minuti in cui i filari corrono via velocissimi, nel naso l’odore delle ginestre e della sua criniera, pregando che non scappi fuori un fagiano dal campo di erba medica o che dietro la curva dopo le cave non ci siano i due turisti con la piccozza, come l’altra volta..
Poi rallento.
In sella a Frozen  – il mio quarter horse di dieci anni –  liberare quell’energia è un fatto naturale, come pure imparare la lentezza..
In sella alla sua groppa sudata ho scoperto la mia terra nei colori delle diverse stagioni.
Ancona è lontana. La città è lontana. Sulla campagna del Conero dimentico il contratto sociale e torno un po’ buon selvaggio, per dirla con Russeau.
Ancona è lontana, ma è qui. Dentro le aperture improvvise sul mare, i campi lavorati a cui portare rispetto, il verde del grano che diventa oro, la pietra delle case, i fiori di senape, l’odore di liquirizia dell’elicriso, le ginestre prima che si schiudono, tutti i colori delle viti, i boschi e gli ulivi, gli stradelli lungo i torrenti e sotto l’autostrada..
Ancona è qui nella sua dimensione di confine: il capoluogo si fa Conero, lo spazio è condiviso con altri comuni, il dialetto dei miei compagni di escursione si mescola.
Ancona diventa un’area dei “paesi limitrofi” che da Sirolo arriva a Osimo, lembo di quell’area metropolitana mal riuscita nelle politiche e così ben strutturata nel territorio delle passioni comuni, cucita insieme dagli stradelli dove passano i cavalli.
Attraverso lenta questa terra, sia quando tutto è un po’ bigio e fangoso e gli zoccoli scivolano e tutta la tavolozza della terra e delle foglie  si manifesta nel giallo, nell’ocra. Sia quando la luce radente e ferma di fine giugno la illumina morbida.
Incontriamo contadini e patiti di stormi in migrazione.  Ci salutiamo tutti, in un club immaginario degli sportivi dai mezzi naturali: ciclisti, podisti, golfisti, cavallari.
Potrei fare tutto questo in altro luogo? Oh, beh, anche in Brianza si va a cavallo e il cuoio dei finimenti cigola da secoli nel silenzio della Maremma.
Però non ci sarebbero queste colline di girasoli, i ciottoli freschi dei sentieri ombrosi sotto Pian Grande, l’anello della Pecorara pieno di more, i grappoli di rosso che inducono a ipotesi di gradazione anche ai non enologi, i cucuzzoli da presepe come Massignano, Mezzavalle deserta d’inverno, l’unico rumore gli zoccoli sulla spiaggia. Non ci sarebbe tutto questo dentro un capoluogo di regione. Non ci sarebbero il buon selvaggio e il contratto sociale, insieme”.

#TwitAncona? Il #Conero a cavallo: area metropolitana delle passioni

silvia1“Quando rientravo dalle trasferte e vedevo il mare pensavo sono a casa. Oggi è rimasto solo il mare”. Ma non ha mica detto tutta la verità Silvia Mondaini in questo twit! L’abbiamo pubblicato io e lei l’altro ieri con l’hashtag #twitancona e doveva descrivere il suo rapporto con la sua città. Non può averla detta. Altrimenti non mi spiego la scelta di abitare e di dare sede alla sua attività agli Archi, quartiere cuore e storia di Ancona, dove il mare si vede, si sente e si respira e dove ormai da anni si parlano, insieme con l’italiano, molte delle lingue delle circa novanta etnie presenti nel capoluogo.

Dopo 32 anni di basket, fra serie A e nazionale, vent’anni a fare comunicazione con Alceo Moretti (a partire dell’86) e poi l’avventura in proprio con la In3Comunicazione, il 9 dicembre 2012 Silvia inaugura, agli Archi, Bobeche, uno spazio creativo che gestisce insieme con Graziella Dariozzi, in cui fonde passato e presente della propria attività, e investe sul futuro. Di fatto è un negozio: ha le vetrine, espone lampadari e oggetti vintage, regolarmente in vendita. Le poltrone che si vedono da fuori, però, non hanno il cartellino del prezzo. Servono per sedersi e, magari, fare due chiacchiere, come è successo con me. Poi, al bancone della cassa, c’è anche un ufficio, perché da Bobeche è emigrata l’attività di comunicazione di Silvia, che continua, per ora, a essere lo zoccolo duro dell’intera avventura. Se, infine,  giri l’angolo dietro il bancone, ti ritrovi nel laboratorio, dove si modificano vecchi chandeliers degli anni sessanta (i lampadari a goccia, per intenderci) e si assemblano lampade anni ’70, rendendoli pezzi di design. Perché? “Per venticinque anni ho venduto idee, e a questo punto mi era venuta voglia di usare le mani per concretizzarle personalmente”. Da qui nasce un progetto di upcycling, di riciclo creativo, e la scelta, per una passione personale, cade sull’illuminazione. Il campo è ristretto: lampade, lampadari e pochi altri oggetti di design, perché – spiega Silvia – “non siamo tuttologhe e ci occupiamo solo di ciò che conosciamo bene”. Da qui anche il nome: bobeche è il piattino che regge la luce degli chandeliers.Così nel retrobottega i vecchi lampadari con le gocce perdono o acquistano bracci, cambiano forma e colore, si arricchiscono di particolari: orologi pendenti da taschino, ciliegie rosse di porcellana, catene e catenine. E le lampade anni settanta vengono assemblate in grappoli e gruppi.

io, a sin., con Silvia Mondaini

A lavoro finito tutto passa in negozio. E si vede dalla vetrina, e fa effetto, perché la gente stampa sul vetro i nasi e le mani, curiosa, ma, come sempre in questa città, un po’ diffidente. Chi non conosce il quartiere degli Archi forse fa un po’ fatica a capire come possa risutare strano un negozio di design e di modernariato in questo contesto, ma Silvia descrive benissimo le facce dei primi giorni dopo l’apertura: facce da “checavoloè, checifaqui?”. Ma anche, grazie a Dio, qualche faccia da “bisognacheripasso”. “La maggior parte delle persone che sono entrate qui da quando abbiamo aperto – racconta – si erano incuriosite passando in macchina o col bus”. E questo è un buon inizio. Ma quanta fatica per aprire le porte delle proprie idee in questa città. “Siete matte? ci hanno chiesto”. E voi come vi sentite? “Orgogliosamente matte. Ci rendiamo conto che Ancona non è la piazza ideale per questa attività. Alcuni clienti ci chiedono se siamo di fuori. Altri ci dicono che una idea del genere dovevamo concretizzarla altrove, ma noi siamo qui”. Siamo qui e rilanciamo, sembra dire Silvia quando mi mostra le foto di una festa di compleanno con ottanta invitati che si è svolta proprio da Bobeche, con i tavolini, le poltrone e una illuminazione rigorosamente anni Settanta sul maricapiede, a fianco del ristorante Tartaruga e, sicuramente, altre facce di passanti da “checavolorisuccedeadesso”. E’ stata una prova generale per vedere se può funzionare la formula della microristorazione. E’ una sfida?  “Ovvio che sì” risponde la sua anima sportiva. “Del resto il viaggio inizia quando cominci a pensarlo”. Questo è cominciato con un click. Ora la luce è accesa.

English: Columbia University sign in subway st...

Conversazione con André Martinet

Do you think your move to the United States helped you in some way to develop your theory and your personality as a linguist?

Not much, you see, because I went there for something very different. I was more or less connected with the International Auxiliary Languages Association. For some reason I had been interested in that and I was with Vendryes in Paris, who had just become a mamber of a committee for agreement, and appointed by a rich American lady belonging to the Vanderbilt family. She was a very rich woman and she became interested in Esperanto. She talked with me about Esperanto and said: “That’s beautiful, why don’t people accept Esperanto?”.

She went around, she wrote to people asking why they didn’t accept Esperanto. For example, she wrote to Otto Jespersen in Denmark. he had made a language like that and he explained to her that Esperanto had serious drawbacks, which is true, of course. The only advantage of Esperanto is that people know it, know that there is something called in that way, whereas they don’t know the other languages. These people tried to solve the problem and I was involved.

So I went to The Hague and to Brussels etc.. I became interested in it just before the war. Then the war came and after the war those people who had retreated to the United States during it had to come to some sort of conclusion on what was to be done and they invited me to direct the work in New York. So, I went there in teh Summer of ’46 and started to work with them and at the end of the Summer they said: “Could you come back?” and I answered: “Well. I’ll see what I can do with Paris, whether I can leave Paris”.

Finally I got to leave and I went back to America, I got back in february and we settled there with my present wife. She wasn’t my wife yet, but as soon as I got the divorce from my first wife, we married in New York. We were in New York when I got two offers, one coming from London to replace Daniel Jones (he liked me very much and all his younger students, who might have been his successors, insisted on my being candidate). So, I had that offer from London and then at the same time I had another offer from Columbia University, which had been incited by Roman Jakobson, because he had had problems with going to America from Europe during the war: he met a strong resistance on the part of the American linguists. They didn’t want any European to go and… All of them were Bloomfieldians and they didn’t want the Europeans to go there with Saussurians ideas. So, well, they said no. And of course Jakobson was not too happy to have such a nasty recption on their part. So he decided to fill American Universities with Europeans.

That was one of the choice possibilities and he made me a very nice offer: full professor with good salary. You know in America you have three possibilities: assistant professor, associate professor, full professor.

i didn’t know what to do. I would have had a job in France, an offer from London, the other from New York. So, my wife was there, my daughter from my first marriage was there and I said: “Which one do you want? Paris, London or New York?”. They answered “New York!”. Just because the food was terrible. In Paris it was not too good and in London it was terrible. You couldn’t get food in London, whereas in New York you had no problems, or few problems. Theoretically you needed cards for sugar, but you could steal all the sugar you wanted from the pubs!

Well, anyway, that was the situation when I went to New York City and I went there as the result of a kind of pressure exerted by Jakobson in order to grab all the chairs in America in favour of the Europeans. So I was, from the start, branded as a nasty European, pinching desirable chairs in America. That was a disadvantage because to some extent we had to launch a new journal, “Word”, of which I really was the editor from the start, from the second number. Therefore there was a conflict between the “Word” people, who were in general “the Europeans” and the “Language” people, who were “the real Americans”.

Leggi gli altri post dell’intervista:

André Martinet/1 Communication is our basic relevancy

André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items

André Martinet/3 How to describe a language

André Martinet/4 Choosing words

André Martinet/5 Amalgamations

André Martinet/6 Semiotics

André Martinet/7 Economy

André Martinet/8 La Societé Internationale de Linguistique fonctionnelle

André Martinet/9 We don’t care about deep structures

André Martinet/10 Focus on Communication

André Martinet/11 Naturaliter Sauxurianus

Conversazione con André Martinet

Ferdinand De Saussure

Ferdinand De Saussure

What brought you in contact with Saussure?

My contacts with Saussure… they were relatively late. I told you about the fact that I invented phonology when I was a kid, but I had to wait until other people gave me the words for expressing what I knew. With Saussure it’s about the same. You see, I had a feeling about language, which more or less coincided with what Saussure had to say.

I was in no need to read Saussure in order to understand what people wrote in the wake of what Saussure had written. So, I don’t think I’ve read the whole of the Cours de linguistique générale before the age of… twenty-two or twenty-three.

Twenty-two is the time when I got my agrégation, that is when I finished my routine work at University and I could think by myself, because in French Universities, in order to get a job, you have to go trough a sort of discipline, in order to study a number of things which you are not very interested in, just because you have to do it. My choice had been English, so I had to pass l’agrégation d’anglais, which is a kind of safety for life. If you get l’agrégation the French State owes you a job, which is very nice. I thought I would get a job abroad, some place, anywhere, and I didn’t do anything. I just waited for people who were interested in found me a job, somewhere in Czechoslovakia or in Berlin or in Moscow, etc…

So, on the 29th September (and school was supposed to begin the 1st of October) I just noticed that I had no job and I didn’t want to carry on living with my mother paying for everything. I decided I had to take advantage of my agrégation. I went to the Ministery of Education and said: “I didn’t ask for a job in August, but now I want a job”. “Oh – they said – we are very sorry, we have very little to offer”… just the day before! “We have a chair of English in the Lycée de Pontivy“, which is a very, very, very small place in Brittany, which happens to have a licée, because Napoleon had decided to make it the military centre of Brittany. And it did last, because Napoleon didn’t last. Pontivy has got just a lycée and nothing else. I went to Pontivy, I got there in time and got the room and the next day I received a letter from the Ministry of Education starting: “Monsieur Martinet, appointed to professor, etc. etc., in the Lycée de Pontivy…”. I said “All right, that’s my nomination” and I put it in my pocket without reading further. And three days later, as I was walking in the street, all of a sudden, I puuled my paper out of my pocket and read trough and it was an invitation to leave Pontivy for another place, to go to Poitiers, which is a much larger place. So, I was just a bit late. I had to cancel all my things.

Well, anyway, that’s the agrègation, but of course for the agrégation of English there was no mention of Linguistics. It was pure pure literature, with twelve authors: all of them pure literary authors. I was very much interested, but that was not my job. I was a linguist. To this day I remember some passages, but I knew very well I was not meant for that. My basic interest was different, so, as soon as I got that safety which the agrégation means, I started reading in linguisitics and this I could do much better in Poitiers than I could have done in poor Pontivy. That was a good promotion and in the following year I got a job in Berlin. I got an appointment in the French University in Berlin, where I just had to work on my thesis.

Raffaele Simone writes that Saussure’s theory is a “metatheory” for all twentieth century linguists. Do you agree with him?

I wouldn’t say so, because he was practically unknown in America. Linguistics in America developed quite independently of Saussure’s influence. When I came to America no one had read Saussure, you see, so he didn’t play a role in my teaching in America. I hadn’t to go trough Saussure in the way I wouldl have done in Europe, so I wouldn’t say so. It’s quite true that on the European scene, with the exception of England, Saussure was the anticipator of the structuralist school, but my linguistics had developed independently of Saussure.

I just met Saussure. Just like I did with the Prague people: I just met them and retained suggestions from them, because, at the age of twenty-two, I couldn’t start inventing words, so I had to have someone to give some leads and those I found in Prague. I came into contact with the Prague people and with Saussure at about he same time.

And I would say at a certain point I knew the Prague pattern before I had made clear what the Saussure pattern was. It came gradually. Therefore Tullio De Mauro writes somewhere* that among present-day linguists I’m the one who is  the best Saussurian. And I think he’s right. I don’t go around quoting Saussure the way people do, but basically it is quite true: I am the man who had been thinking in Saussure’s terms to a large extent before I met Saussure. Therefore, when I met him, I didn’t have to change things.

In other words, I would say, I have always been independent and that is the reason for which some people don’t like me. They don’t, because I do not fit in the picture. They just think I am kind of superior: I’m not, not at all. I know very well that it would have been much better for me, for my career, if I had read the others more than I did and if I had been more accessible, maybe, to other’s people influence. But as a matter of fact, all this had gone so naturally with me, that I was not tempted to change my vision, except in order to receive suggestions, terminological suggestions.

In other words, I didn’t feel I really had to reconsider all the problems from the point of view of the people I read. I just thought that the people I was reading had had interesting hints, which just tallied with what I thought. I don’t mean to say that I’m cleverer than other people: I’m just like that. It has been easier for me todo so. But what is the disadvantage? Throughout my career people have thought that I was kind of haughty and didn’t want to mix with people ant to accept other people’s ideas.

*Martinet 1988, Sintassi generale, VIII: “…uno studioso che, dai suoi esordi, si andava rivelando  naturaliter Sauxurianus, come appunto Martinet, parimenti impegnato nelle analisi concrete descrittive o diacroniche, nella determinazione di leggi e caratteri generali e nella discussione critica delle teorie”.

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André Martinet/10 Focus on Communication

Cos’è la tecnica del cibo cinese? Leggete il twit-racconto qui sotto e lo scoprirete 🙂

#scritturebrevi, non solo un hashtag, ideato e condotto da

Francesca Chiusaroli