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blogSe hai un blog devi necessariamente tenerlo aggiornato con pubblicazioni a cadenza regolare? Deve assomigliare di più a un giornale, o a un social network, oppure la continuità non è rilevante?

E’ una domanda che mi pongo perché tendo ad adottare la soluzione della discontinuità, ma in essa trovo alcuni elementi negativi. Se uno per caso, ad esempio, capita sul mio blog e vede che l’ultimo articolo è datato un anno fa, considererà questa pagina come affidabile? Al contrario, se l’ultimo post della pagina non è così interessante, ma è breve, veloce, ed esprime idee o semplici domande di qualche interesse, non sarà spinto a proseguire, a ritroso, nella lettura?

Torno a #scritturebrevi e ci associo, ancora una volta, il concetto di #segmenti. La scrittura del web, soprattutto dopo l’evoluzione dei social, possiede questa potenzialità in più: anche una nota veloce ha dignità di pubblicazione e, se non trova posto su facebook e su twitter perché richiede un ambiente più “privato”, che presupponga una precisa scelta di lettura, probabilmente il luogo ideale può essere il blog, che, quindi, è uno strumento di comunicazione e condivisione tuttaltro che superato.

Foto su: http://lullabellz.com/blog/oh-my-blog-hello-were-new-here/

Ho trovato in rete la lista delle trecento parole da usare in italiano, anziché in inglese. L’elenco nasce dal sito nuovoeutile.it di Annamaria Testa, pubblicitaria, consulente e docente. Una prima stesura, scritta da lei, è diventata virale, catalizzando molte condivisioni e oltre quattrocento commenti, così l’autrice l’ha rivista alla luce dei contributi ricevuti e ha raccolto trecento voci.

Interessante è la “conclusione provvisoria” che si trova qui: Testa scrive, tra l’altro, che “nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza”. Ogni parola, dunque, “è un universo mentale” e la sfida della traduzione è complessa, perché bisogna “passare di parola in parola, da una lingua all’altra, portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso”.

Questo ci dà della lingua una visione molto più modulata e, per me, affascinante. Quando penso all’invasione dell’inglese nell’italiano non sono spaventata e non sento l’impulso di proteggere né di salvare la mia lingua dallo straniero. La lingua, fin quando è parlata, e quindi anche ascoltata, si preserva da sé. Nessuno oggi ha il bisogno di sostituire la parola “film” con pellicola, o “mouse” con… con che cosa? Non esiste l’equivalente italiano di questa metafora inglese che identifica con un topolino il “dispositivo esterno per il controllo del cursore, costituito da una sorta di scatoletta variamente sagomata, libera di muoversi sul tavolo in ogni direzione, e dotata di sensori che ne percepiscono il movimento trasmettendone gli spostamenti al cursore visibile sul monitor” (Hoepli). Anzi, se si cerca la traduzione on line inglese-italiano, a parte il caso quasi isolato di cui sopra, si scopre che in prevalenza si spiega la parola con un esempio e a volte si usa solo una foto:

mouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per non parlare poi dei prestiti inglesi presenti nell’italiano che nel tempo hanno assunto significati completamente diversi rispetto alla lingua d’origine. Molti sanno, ad esempio, che l’abito maschile che in Italia si chiama smoking in inglese è il “dinner jacket” e in inglese d’america il “tuxedo”. “Smoking” nella sua lingua d’origine mantiene il significato di “fumare” o “fumante” e arriva in Italia con un’altra valenza, probabilmente in seguito alla contrazione dell’espressione inglese “smoking jacket” e al colore, nero, dell’indumento che essa indicava, per inciso per nulla mondano, poiché si trattava di una veste da camera per fumatori. Nonostante i tentativi del purismo fascista di trasformarla in “giacchetta da sera”, e a dimostrazione del fatto che la lingua persevera sempre lungo la propria strada a prescindere da qualsiasi imperativo esterno, la giacca elegante italiana ha mantenuto negli anni il nome inglese di smoking, che oggi non è sicuramente percepito come un intruso dagli italofoni, alla stregua di stop, film, file, e-mail e di numerosi altri termini. Nell’uso degli acronimi, inoltre, c’è una ben più marcata e spesso inconsapevole perdita della memoria delle origini: quasi tutti sanno, ad esempio, cosa è il PIN e, poiché ne fanno un uso quotidiano, ne percepiscono il significato, ma ignorano forse che questa sigla indica l’espressione inglese Personal identity number.

Dunque il lungo elenco dei termini inglesi che potrebbero essere sostituiti dall’italiano non desta interesse in termini protezionistici, quanto, semmai, di opportunità ed efficacia comunicativa. Scorrendo le slide (o dovremmo dire “immagini di presentazione”?), da “abstract” a “workshop”, non si può fare a meno di notare che alcune parole sono necessariamente conosciute e usate in alcuni contesti globali: “waiting list” in un aeroporto internazionale è più efficace di lista d’attesa, “size” sull’etichetta di una maglietta prodotta per essere esportata in tutto il mondo evita che la stessa targhetta debba essere, per amore di traduzione, lunga come la maglia alla quale è attaccata.

Ma non si può, parimenti, fare a meno di sentire le stonature: vi sono termini che, non essendo entrati nell’uso comune, disturbano il flusso della comunicazione in quanto il loro significato non è immediatamente percepibile. Dopo aver premesso che al concetto di percezione va attribuita qui una valenza soggettiva (per me sono abbastanza marziani, ad esempio, termini come “body copy” e “cash flow”, che per altri, con esperienza differente dalla mia, potrebbero risultare chiarissimi), si nota che il gruppo di parole potenzialmente “aliene” può essere usato sia per esprimere il loro significato proprio, sia per trasmettere metasignificati, quali la competenza tecnica del soggetto che le usa o una determinata sua volontà di diversificarsi dalla pluralità dei parlanti.

Ognuna di queste parole, dunque, a modo suo, parla e comunica e quindi, come si dice, nessuno le può giudicare. Non si sa quali entreranno nel grande gruppo del linguaggio comune, ma la lista di Annamaria Testa è interessante perché, a ben vedere, è l’istantanea di una strada, lungo la quale corrono le parole, avvicinandosi o allontanandosi dal comune sentire della lingua.

Add your thoughts here… (optional)

Josh Stearns

The five W’s of journalism remain a cornerstone of newsgathering today, but I have been increasingly thinking about five C’s as well: Context, Conversation, Curation, Community and Collaboration.

Below I try to define each, with particular attention to how they intersect, and I link to one good piece of writing on the topic.

Nothing about this is supposed to be comprehensive, nor is it particularly original, it’s just a list of the things I’m thinking about right now and an invitation for you to add your thoughts. 

View original post 399 altre parole

Guarda il video (La Stampa Tv)

Chi l’avrebbe mai pensato che il concetto di riuso sarebbe arrivato fino ai dati della Pubblica Amministrazione, per superare il principio della trasparenza,ormai più che ventennale e consolidato (almeno sulla carta)? Eppure succede.

Il cittadino-padrone di casa della Pa, che dagli anni ’90 vede garantito il suo diritto di accesso alle informazioni, ai documenti e allo stato dei procedimenti della pubblica amministrazione che lo riguardano, oggi vorrebbe diventare un proprietario ancora più “attivo”, che riusa e manipola le informazioni della stessa amministrazione, anche per scopi diversi da quelli strettamente privati, anche per interessi commerciali.

Alla base c’è proprio un diverso concetto di proprietà e, se vogliamo, possiamo dire di essere arrivati sin qui grazie al fatto che negli anni ‘Novanta abbiamo avuto la possibilità di accedere come proprietari nei luoghi della pubblica amministrazione. Un dato, il cui titolare è una Pa, dovrebbe essere rilasciato come dato aperto indifferentemente a tutti i cittadini in quanto l’Ente pubblico non è altro che una rappresentanza dei cittadini che svolge attività volta alla cura degli interessi della collettività*. E non si tratta, qui, della mera affermazione di un principio rivoluzionario, ma della presa d’atto di una tendenza della quale si può cominciare a tracciare un percorso storico: è la storia degli open data, cioè della liberazione dei dati pubblici.

L’inizio è negli Stati Uniti: a dicembre del 2009 Barack Obama, al suo primo mandato alla Casa Bianca, emana la direttiva sull’Open Government che parla di dati aperti, di formati aperti, di servizi di download dal Web, di riuso. Il Governo inaugura anche il portale Data.gov dedicato all’Open Data, sul quale risulta subito evidente che i dati più richiesti e quindi più scaricati sono quelli geografici. In Italia la prima Regione ad adottare una licenza realmente open è il Piemonte: a maggio del 2010 offre una quantità di dati – geografici e non – sul nuovo portale www.dati.piemonte.it . Anche se con un paio d’anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, il Governo Italiano si accorge delle potenzialità dell’Open Data e nell’autunno 2011 lancia il portale Dati.gov, anche se l’iniziativa non è ancora supportata da una legge nazionale. Nell’autunno dello stesso anno partono analoghe iniziative della Regione Emilia Romagna e dell’Istat. Da quel momento in poi alcune altre Regioni emanano leggi e delibere regionali sul tema. Non mancano Province e Comuni virtuosi e i primi a muoversi tra gli enti centrali sono il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca ed il Ministero della Salute. La legge nazionale arriva in Italia a dicembre 2012 ed è la numero 221, che dedica il comma 9 dell’articolo 9 ai Dati Aperti, introducendo tutti gli elementi fondamentali per l’attuazione: formati, metadati, licenze d’uso, diffusione, riuso, gratuità del dato. La legge stabilisce inoltre l’apertura per default: “I dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, con qualsiasi modalità, senza l’espressa adozione di una licenza di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto ai sensi all’articolo 68, comma 3, del presente Codice”. Questa importante definizione inverte di fatto il principio in uso nel diritto d’autore italiano che afferma che, salvo diversa indicazione, tutti i diritti sono riservati. Alla legge 221/2012 si affiancano il D.L. 179/2012 e le norme in materia di trasparenza dell’azione amministrativa e di pubblicazione (D.L. 14 marzo 2013, n. 33, recante “riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”). La prescrizione per le PA è chiaramente orientata alla pubblicazione di dati in formati open e liberamente utilizzabili, salvo casi eccezionali da motivare. In questo senso si leggono anche due puntuali indicazioni dell’Agenda Digitale Europea: la action n. 3 (relativa all’indicazione di aprire i dati per il riuso tra le azioni tese a favorire il mercato unico digitale) e la action n. 85 (relativa all’accesso pubblico alla direttiva sulle informazioni ambientali).

A confermare la scelta italiana il 13 giugno 2013 il Parlamento Europeo ha approvato la revisione della direttiva 2003/98/CE del 17 novembre 2003, relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico (direttiva PSI – Public Sector Information). Con tali modifiche si aumenta notevolmente la possibilità di utilizzare i dati pubblici con una logica tipicamente Open Data.

Intanto negli Stati Uniti il 10 maggio 2013 il presidente Obama approva un ordine esecutivo, approvato dal presidente Obama, nel quale si dispone che tutte le agenzie governative dovranno adottare Open Data interoperabili, “machine readble”.

Anche il G8 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea) a giugno 2013 si è espresso a favore dell’Open Data. I membri hanno firmato la Carta Open Data che definisce l’impegno dei Paesi su cinque principi strategici. I membri del G8 hanno anche identificato 14 settori di alto valore per i quali rilasciare dati aperti.

I potenziali riutilizzatori dei Dati Aperti della Pubblica Amministrazione possono essere divisi in due macro-gruppi: coloro che dall’uso di questi dati traggono un beneficio di conoscenza e coloro che ne traggono un beneficio economico. Da un lato si pongono dunque il comune cittadino che attraverso di essi ottiene informazioni utili e controlla il corretto operato della Pubblica Amministrazione, i ricercatori e gli studenti che utilizzano ed elaborano i dati per motivi di studio, i giornalisti che li utilizzano a scopo informativo, le altre Amministrazioni che possono all’occorrenza integrare i propri dati con quelli provenienti da altre fonti pubbliche, senza la necessità di convenzioni ed accordi per il riuso come è successo fino ad oggi. Dall’altro lato si trova un gruppo di utenti che possono usare i dati come facilitazione economica e operativa per il proprio lavoro. Fanno parte di questo gruppo architetti, ingegneri, geometri, geologi, pianificatori, agronomi, e tutti coloro che devono reperire cartografia di base e tematica, di piani e vincoli, dei dati catastali, di sondaggi del sottosuolo), ma anche gli informatici e le aziende che sviluppano software. Quindi l’Open Data non è finalizzato solo alla trasparenza e disponibilità di dati che il cittadino ha contribuito a realizzare pagando le tasse, nonché alla semplificazione delle pratiche tecnico-amministrative, ma anche allo sviluppo economico del mercato, perché sollecita la Pubblica Amministrazione a rilasciare i dati con licenze che consentano il riuso commerciale dei medesimi

Gli Enti che in Italia hanno già reso disponibili Dati Aperti, hanno scelto diverse modalità: dichiarare che tutti i contenuti, compresi i dati e le banche dati, del sito istituzionale sono riutilizzabili con licenza aperta (es. Istat); aprire una sezione del sito istituzionale dedicata ai Dati Aperti (es. Ministero dell’Istruzione Università Ricerca). E’ importante, in ogni caso, che gli Enti stabiliscano un processo virtuoso che consenta di pubblicare dati sempre aggiornati, corretti, esaustivi e di buona qualità. Ciò che è necessario sottolineare, a questo proposito, è la sostanziale differenza fra “disponibilità” ed “apertura” dei dati, che dipende essenzialmente dalla licenza d’uso: per poter essere definita open, quest’ultima deve consentire il più ampio riuso possibile dei dati, anche per finalità commerciali.

La legge 221/2012 stabilisce anche il luogo fisico di pubblicazione: “Le pubbliche amministrazioni pubblicano nel proprio sito Web, all’interno della sezione <Trasparenza, valutazione e merito>, il catalogo dei dati, dei Metadati (descrittori dei dati), e delle relative banche dati in loro possesso ed i regolamenti che ne disciplinano l’esercizio della facoltà di accesso telematico e il riutilizzo”. Al fine di consentire un uso certo, oltre che diffuso e generalizzato e ache una interoperabilità tra i vari sistemi e le varie fonti,  il Metadati di un dataset, oltre a contenerne il titolo, la descrizione ed il formato, deve necessariamente contenere altre informazioni indispensabili al riuso, come ad esempio: il sistema di riferimento adottato, il significato degli attributi, la genealogia del dataset (cioè come e perché è stato generato), il grado di aggiornamento, l’accuratezza, l’esaustività e completezza, l’eventuale certificazione, i riferimenti del gestore, ecc. Sembra però che il concetto di Metadati non sia molto noto in quella parte della Pubblica Amministrazione che non si occupa principalmente di dati geografici. Nella rete sono infatti frequenti i casi di descrizioni insufficienti che rendono spesso inutilizzabili i dataset associati. Una criticità è attualmente rappresentata dalla terminologia utilizzata e dalla diversità fra modelli di dati denominati allo stesso modo. Come già precedentemente detto, è necessario un buon intervento normativo in merito, che consenta di definire vocabolari comuni e denominazioni stabili riferite a modelli standard di dati.

Per rendere riutilizzabile un dataset è necessario prevedere più tipologie di servizi di pubblicazione: servizi di consultazione e stampa dei dati con strumenti appropriati e licenza open; possibilità di scaricare il dato in formati non proprietari con licenza open; servizi di interoperabilità geografica con licenza open; servizi di Linked Open Data con licenza open. Alcuni Enti si stanno federando unificando i cataloghi dei dati. La ricerca sui portali federati avviene per mezzo di un indice comune tra i portali che usano la stessa piattaforma (es. Regione Piemonte, Regione Emilia Romagna, ARPA Piemonte) e non esclude la possibilità di accedere a cataloghi sviluppati su altre piattaforme.

Per la realtà italiana si segnalano i portali Dati.gov e DatiOpen.it.

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*Molte delle informazioni presenti in questo post sono tratte da BIALLO, G. (eds.) (2013) – Dati Geografici Aperti – Istruzioni per l’uso. Associazione OpenGeoData Italia, Roma. www.opengeodata.it

Novità dell’ultimo anno: i social media entrano definitivamente a far parte del panorama comunicativo degli enti pubblici. Se, con l’affermarsi di Facebook, cinque o sei anni fa si discuteva dell’opportunità o meno di vietarne l’uso ai dipendenti in orario di lavoro, oggi, vista anche la presenza massiccia e generalizzata del popolo del web (e non solo) sulle diverse piattaforme, il dibattito è stato ampiamente superato. A questo punto comincia a delinearsi in modo sempre più netto la riflessione sull’efficacia della comunicazione social nel rapporto con il cittadino e, di pari passo, si sviluppa in quantità e qualità l’uso strutturato dei social nella Pa.

Tra le prime raccolte e interpretazioni di dati italiani sul tema, risultano interessanti il rapporto #TwitterPA 2012 curato da Giovanni Arata, e lo studio sulle Aziende di Promozione Turistica regionali condotto da Vincenzo Cosenza, Social Media Strategist e responsabile della sede romana di BlogMeter, società di analisi delle conversazioni in rete e delle interazioni sui social media.  

L’analisi, come spiega lo stesso Cosenza su Agenda Digitale in un post datato 11 dicembre 2012, “ha preso in considerazione oltre 920.000 interazioni avvenute sulle pagine Facebook e sui profili Twitter delle APT, al fine di individuare le migliori pratiche e i ritardi nella comprensione delle nuove meccaniche di comunicazione. Tre le risultanze principali:

–       il turismo sembra essere un asset di comunicazione molto potente ed efficace per la costruzione della brand identity regionale. Mentre, mediamente, le pagine ufficiali delle regioni risultano poco appealing per il cittadino, quelle gestite dalle APT riescono a generare più coinvolgimento;

–       le APT che riescono a stabilire un legame continuativo con il cittadino/visitatore sono quelle che hanno capito che la gestione dei social media non s’improvvisa, ma necessita di un investimento in risorse umane e finanziarie (spesso hanno un team dedicato e una strategia di comunicazione integrata). Ciò che ancora manca, anche nelle realtà più evolute, è la cultura della misurazione dei risultati, del tracciamento delle attività di comunicazione social;

–       L’uso dei social media è ancora molto promozionale e poco attento al supporto dell’utente. Su Facebook il tasso di risposta ai fan che postano in bacheca è basso. Ciò indica che si stanno perdendo delle grosse opportunità in termini di “Social CRM” ossia di cura del cliente o del prospect nelle fasi pre e post esperienza turistica.  

Nel dettaglio su Facebook, il social network più frequentato dagli italiani (vedi Osservatorio Social Media), è presente l’80% delle Regioni. Sei mesi di osservazione hanno permesso di cogliere lo stadio di evoluzione attuale, riassumibile attraverso una mappa di posizionamento, basata su tre elementi: numero di fan, engagement totale sviluppato (like, commenti, condivisioni, post degli utenti in bacheca), post scritti dal brand.

Il quadrante dei leader è occupato da VisitTrentino, che si contraddistingue per la capacità di coinvolgere i membri della sua community (290.323 interazioni generate sulla pagina dai suoi 61.266 fan), VisitSicily e Tuscany, che invece spiccano per una base di fan molto ampia e comunque piuttosto attiva (rispettivamente, 133.240 e 126.812 fan). Il Trentino ha anche il primato in termini di rapporto tra engagement e base di fan, vale a dire che per ogni mille fan ottiene una media di 52 interazioni sulla pagina.

Mentre la Toscana è quella che riesce a scrivere i post più coinvolgenti per la propria community, in pratica ognuno di essi mediamente riesce a generare 486 interazioni (siano essi semplici “mi piace”, commenti, condivisioni, post spontanei).

Tra gli “Engagers” (quelli che riescono a coinvolgere molto, pur avendo pochi fan) spuntano VisitSardinia (95.737 interazioni totali) e Liguria (59.597 interazioni), mentre al contrario, Südtirol e Puglia Events (dedicato, però, solo agli eventi) hanno un’ampio bacino di fan (rispettivamente 61.157 e 73.172), ma devono ancora capire come stimolarli costantemente (non raggiungono infatti le 30.000 interazioni in un periodo di 6 mesi).

Su Twitter siamo ad uno stadio embrionale. Le APT non hanno trovato la chiave giusta per relazionarsi al proprio pubblico di riferimento. I numeri sono molto più modesti. Turismo Emilia Romagna si segnala per il suo attivismo (851 tweet in un mese) e la capacità di usare bene le grammatiche del social network. In ciò ripagata in termini di menzioni (1.331) e di impression totali (oltre 9 milioni).

Nel quadrante principale troviamo anche VisitTrentino, al secondo posto per menzioni ricevute, e MarcheTurismo, che nell’ultimo mese ha visto aumentare i suoi follower del 22%.

Tra le strategie di content management vincenti si segnalano la pubblicazione di foto evocative, la copertura di eventi, le comunicazioni di servizio, il coinvolgimento degli utenti nella co-gestione della pagina (lo fa VisitTrentino che invita i fan a gestire i contenuti della pagina Facebook per una settimana, adottando la loro immagine come foto profilo ufficiale).

In definitiva le Regioni italiane hanno compreso che l’esperienza turistica passa dalla rete. Ora si tratta di dar seguito a queste attività, che spesso nascono come “campagne” one shot.

E’ necessario impegnare più risorse nella creazione di gruppi di lavoro dedicati in grado non solo di gestire con creatività e continuità una presenza sui social media, ma anche di creare le risorse digitali multilingua cui rimandare. Sembra incredibile, ma la realtà è che molto spesso mancano pagine web, video, audioguide pensate per i visitatori stranieri.

Infine una presenza in rete non può fermarsi alla mera promozione, ma deve essere in grado di rispondere alle richieste dei cittadini/turisti. Oggi invece chi gestisce i social media non è l’URP e quindi non riesce a rispondere compiutamente a causa dei rigidi steccati organizzativi e culturali presenti”.

 

#AndreMartinet #Martinet

English: a miniature Danish-Norwegian-French d...

Conversazione con André Martinet

What role do you think linguistics has today and what do you think its role will be in the future?

There was a period in which it was necessary to describe a number of languages which had been so far been spoken, but never written and which were unknown. That was the Twentieth Century. But it became more striking about 1940. I have been directing descriptions of languages throughout these last decades. That was very important at a certain period, to give good descriptions of the languages, without being influenced by translations into French, Italia, english, etc., just considering the language itself. So, that was something very important. Now, the needs are not so pressing in that direction and what would be the interest of linguistics? Well, I would say sciences… it is always important to know more about things, in general, and after all language is an important feature of mankind, therefore the more we know about languages, the more, I think, we know about the world, about men. Therefore it should be very important for educated people to have some smattering of linguistics and of course they don’t have it. Of course there is also more than that.

People have to learn languages. Take the case of Europe: at present there is a pressure exerted by people. Take for example the French. They resent, of course, the weakening of the position of France in the international market. In the old days, for example, when I first visited Italy, when I came across people, they spoke French and everybody understood French, with no problem. Gradually it has been replaced by English. As far as I am concerned, it doesn’t make any difference, but the French generally resent. They have, all of a sudden, to reconsider the problem, particularly within European frame, the frame of new Europe. It would be a pity, let’s say, if ten languages out of twelve would disappear. Therefore it is necessary to preserve the present regulation, according to which each of the languages of every one of the twelve European countries is good, whether it is a small country or a large one: Danish or modern Greek are just as good as English, french or German. That means, of course, that people will have to learn languages. I’m the president of a Society of that sort and I’m supposed to act in favor of that, to stress the necessity of learning languages, of having in kindergartens a representative of some other language, any other language… say, for example, you could have a Dane coming to an Italian school and speaking Danish to the children, just in order to make them understand that the words are not the things. The advantage of the knowledge of more than one language is that you become conscious that this is not un lit or a bed, un let to, but this is an object, which can receive different names. It is very important. So, just one language to start with is good. Just any language would be fine. Of course you couldn’t have many Danes running around Europe, because there are fewer Danes than Italians, but you would have a number of Danes and it would be very good for a child to know Danish, because if you know it in a country like Italy or French, etc., you get jobs. Now, I don’t believe myself that learning a language that way is sufficient. My formula is: you forget a language in just the time which was necessary for you to learn it. We’d been invited to Romania with my wife and we were invited to live in a castle and we had the room of queen Mary. We were not supposed to do anything, just to live there. It was very boring, so we decided to attend classes to learn Romanian. So, we learnt it. We had just two weeks there. We had to go away because we had to go to America to the Congress, a linguistics congress (it was on the 6th of June). Finally, we could say things in Romanian. We’d had a good teacher and we finally could mange to say a few words, we were able to enter a shop and talk with people. But the, two weeks later, everything had been wiped out, nothing was left of that. In other words, if children just learn some elements of the language at school, little will remain of the language permanently. They will have to reconsider and re-learn, carry on the learning of the language and that should go together with the teaching, in all of the schools of Europe, some disciplines in a language other than the national one. in all Italian schools you’d have people teaching history, mathematics, etc. in Italian, but there could be a man who would teach one discipline in English, or French, or German, or, maybe, Danish etc.: just another language, to carry on with that contact with the foreign language. The result would be that, towards the age of eleven, people would more or less know a language, have impressions of a given language. And later on they would, from the age of eleven, learn the third language. Well, understandably the position of English being what it is, English would quite normally be included in the three languages, but not necessarily. For example, there was something once: people in France, somewhere in the South-West, quite close to the spanish border, were told that children at school would get instruction in another language. What should that language be? Now, the proportions were 40-41% for Spanish, and 39% for English. Just about the same, but not quite. A significant fact is that, even today, English would not be automatically chosen on that level. In French schools now English carries the day for about 85%.

It would be a very unpleasant situation if all the cultural variety of Europe disappeared with its variety of languages. Just imagine a Europe were everybody would speak English… and what sort of English! I’m all in favor of maintaining the linguistic variety of Europe. And, it is quite true, that for the world in general these days English is a must. But within Europe you can very well imagine a situation where English can be a choice among others.

Leggi gli altri post dell’intervista:

André Martinet/1 Communication is our basic relevancy

André Martinet/2 Language articulates what we feel into a succession of items

André Martinet/3 Pregiudizi linguistici

André Martinet/4 Cosa c’è dietro le parole

André Martinet/5 La lingua non è simmetrica

André Martinet/6 A volte le parole non bastano

André Martinet/7 Armonia è economia

André Martinet/8 La Societé Internationale de Linguistique fonctionnelle

André Martinet/9 We don’t care about deep structures

André Martinet/10 L’importanza del punto di vista

André Martinet/11 Naturaliter Sauxurianus

André Martinet/12 Word vs Language

André Martinet/13 Reconstruction is dynamic

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