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sisters

Oggi è arrivato quel giorno, il giorno che teniamo fisso in mente ormai quasi da un anno. Quello che, quando per noi qui si concluderà, per una parte bella della nostra famiglia comincerà, dall’altra parte del mondo, con una nuova vita.
Per un fatto, anch’esso della vita, non ci siamo salutati “ufficialmente”. Non siamo lì, all’aeroporto, a dire arrivederci a Ilaria, Luigi, Antonio e Angelica, che vanno a vivere negli States. Però anche questo forse significa qualcosa, perché oggi, di fatto, non ci sono due strade che si dividono, ma una strada sola, grandissima, sulla quale proseguiamo a camminare insieme. E questo, lo dico, è soprattutto grazie a Ilaria, che, sempre alla ricerca caparbia di cose belle e positive, non ha rinunciato nemmeno per un attimo a costruire e a coltivare un legame bello e importante.
Ragazzi, già ci mancate sulla riva del mare, ma una parte del nostro cuore sta partendo con voi e, state sicuri, una parte del vostro resta qui con noi.
Giulia ha pensato a questa canzone per la zia. E come non essere d’accordo?
Ilaria, sono sicura che, ovunque tu andrai, troverai e continuerai a costruire cose belle.

‪#‎sisters‬(inlaw) ‪#‎sharethelove‬ ‪#‎buonviaggio‬

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asmaeQualche settimana fa ho accettato l’invito dei rappresentanti degli studenti del liceo scientifico Galilei di Ancona a palare della libertà d’espressione in assemblea di istituto. Erano da poco passati i fatti tragici di Charlie Hebdo e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le ragazze rapite in Siria, erano appena state liberate dalla loro prigionia. Sono arrivata in quella sala gremita di ragazzi, dunque, dopo una settimana di odio mediatico mai vissuta in precedenza: islamofobia mischiata a razzismo e ai peggiori insulti beceri e maschilisti contro le due ragazze. Potrei raccontare molte cose di quella mattinata passata con gli studenti e con la collega giornalista Asmae Dachan. Asmae è una giovane donna di origine siriana, la vedete nella foto accanto a me. E’ nata in Italia e parla e scrive l’italiano come molti di noi professionisti della scrittura vorrebbero fare. Ha un blog in cui quasi quotidianamente racconta del dramma siriano, una tragedia umanitaria le cui dimensioni immani per lo più sfuggono alla coscienza pubblica della nostra cultura e della nostra informazione. Un blog sul quale invito a soffermarsi, perché è uno di quelli che si strutturano per esprimere punti di vista significativi e documentati. Lo segnalo perché il web è il posto in cui le idee si nascondono con una facilità maggiore di quanto riescano ad evidenziarsi, travolte dalla mole di informazioni che circolano giustapposte. Non c’è prima pagina nel web, non c’è gerarchia delle notizie. E dunque, spesso, chi pubblica risponde all’imperativo della visibità offrendo la sensazione e l’emozione a tutti i costi, piuttosto che l’analisi pacata dei problemi e della ragione dei fatti. Non è così per Asmae.

La domenica precedente all’incontro del liceo ero andata alla Moschea della Fratellanza di Ancona, che aveva organizzato un’iniziativa a porte aperte, e in entrambe le occasioni il messaggio forte e chiaro che Asmae ha lanciato è stato che l’islam non c’entra niente con l’Isis. Anche per l’islam, come per il cristianesimo, chi uccide in nome della religione è un bestemmiatore. In moschea, poi, Asmae aveva espresso un concetto molto interessante: noi siamo cittadini e al tempo stesso ospiti.

Lo trovo importante, perché presuppone un concetto moderno e complesso di uguaglianza e di convivenza, che marca anche le differenze, quindi le distanze, e attribuisce loro un ruolo preciso. Credo che la platea giusta per prendere coscienza di ciò sia proprio quella dei più giovani, dove la differenza non è percepita in modo negativo, nonostante le spinte uniformanti dell’età, che rispondono al bisogno psicologico di sentirsi, per la prima volta  nella vita, parte di un tutto che va al di là del nucleo ristretto della famiglia. Ricordo, ad esempio, che quando aspettavo il secondo figlio la mia primogenita mi propose di chiamarlo con il nome albanese di un suo compagno della scuola materna, un nome che a me suonova singolare, ma che lei percepiva come normale perché faceva parte del suo quotidiano. E così, quando alla Moschea della Fratellanza di Ancona ha preso la parola una giovane di quindici o sedici anni, ho distolto per un attimo lo sguardo dalla sua figura e, dimenticando che indossava il velo, ho sentito le parole di una ragazza che avrebbe potuto tranquillamente essere mia figlia o una sua amica.

Poi, prima di cominciare l’incontro con i ragazzi del Galilei, Asmae mi ha detto una cosa che mi ha toccato il cuore: “Mia sorella è sepolta qui, al cimitero delle Tavernelle”. E che cos’è la terra alla quale senti di appartenere se non quella in cui, alla fine, seppellisci i tuoi cari? Sono la terra e il quotidiano i segni più profondi della nostra uguaglianza. Ma lo è anche la memoria. Quasi ognuno di noi, ad esempio, ha memoria di nonni e parenti emigrati in terre straniere, dove la gente del posto spesso non li voleva, o li considerava “minori”, perché diversi. Visti da qui, però, questi antenati sono i nostri eroi, quelli che hanno permesso alle nostre famiglie di essere oggi ciò che sono, di non estinguersi quando erano troppo povere, di trovare una speranza di rinascita dopo guerre che ci avevano decimato nei corpi e nello spirito.

Poi ci sono le diversità, che non sempre e non immediatamente portano ricchezza o valore aggiunto, perché a volte sono ingombranti, spesso incomprensibili le une alle altre. E c’è anche di più. Quando succedono fatti come l’attentato a Charlie Hebdo, o le decapitazioni dell’Isis, il cui portato simbolico arriva addirittura a superare la già immane tragicità dell’accaduto in sé, la logica del terrore prende il sopravvento sulla ragione ed è facile che il diverso sia identificato con il colpevole. Non è un caso se nelle ultime settimane sui social network, che sono lo specchio dei nostri umori collettivi, è esplosa la miccia di innumerevoli fobie e intolleranze, razziali, religiose, ideologiche. Mai nella storia come in queste settimane la parola scritta, che è, per sua natura, più pensata e moderata di quella parlata, si è sbilanciata verso l’eccesso con un impatto sociale così ampio. La strategia che ci ha vinto è stata quella del clamore, che ha suscitato terrore. Credo sia fisiologico, di fronte a eventi di tale portata. E’ stato come prendere una bastonata in faccia. Dopo c’è un momento in cui sei stordito. Poi però ti devi curare, contare i danni, rimediarli fin dove è possibile e riprendere a vivere. Uscendo dalla metafora, il rischio è che, se non riprendiamo a usare la ragione dopo l’emozione, siamo pronti per la dittatura, che non sarà necessariamente di un regime, ma che sicuramente, come è sua natura, avvantaggerà pochi a scapito dei più. E certamente ci toglierà la libertà, prima quella di esprimerci, poi anche quella di pensare e quindi di vivere come vorremmo.

Nel vedere tanti ragazzi riuniti in assemblea, giovani abituati alla velocità del web, alla sintesi estrema, all’on-off del loro essere nativi digitali, all’applauso facile del “mi piace”-“non mi piace”- “condividi”, mi si è aperto il cuore quando ho capito che, tenendo alto il livello del dibattito, arrivavano domande e considerazioni sensate e di senso, che forse quando io avevo la loro età non avrei mai fatto. Li vedo un po’ persi, ogni giorno li scopro fragili, ma riconosco in loro competenze più profonde di quelle che avevamo noi e un senso civico che dovrebbe fare invidia agli adulti. Sono, ad esempio, ragazzi che amano, curano e promuovono la loro scuola, che gestiscono i loro spazi con serietà e passione, sia nei momenti impegnati, come l’incontro a cui ho partecipato io, sia in quelli più leggeri e giocosi.  In quell’assemblea mi è sembrato di vedere giovani che facevano esperimenti di “res publica”. Credo quindi di avere sulle spalle, insieme con i miei coetanei, una bella serie di responsabilità: preservare quanto è rimasto in termini di democrazia e di libertà, tornare a curare la cultura e smetterla di dire con i fatti, oltre che con le parole, che l’impegno e lo studio non sono importanti, praticare il rispetto e coltivare la bellezza, nel privato come nel pubblico, non abbandonare la memoria di ciò che siamo stati. Dovremo consegnare loro tutto questo. Pensiamo a salvare il salvabile, perché c’è qualcosa che mi dice che ne faranno un uso migliore del nostro.

serena mercantiLa prima cosa che mi ha colpito quando ho conosciuto Serena è stata che nel suo salone c’è una piccola biblioteca. Cioè: mentre ti fai i capelli puoi leggere un libro. Oppure puoi sfogliare gli album di foto dei suoi viaggi, o il catalogo di qualche mostra importante: arte, architettura, cinema… I libri li prendi, li cominci, poi se vuoi prosegui la lettura la volta successiva. Come ho fatto io con Eva Luna della Allende. Eva Luna, che poi è anche il nome (e cognome) della bimba di Serena. Per tutto questo ti viene voglia di farle un po’ di domande. E scopri una bella storia, quella di una ragazza che voleva fare la parrucchiera e che con questo mestiere è cresciuta, fino a coniugarlo con la moda, con l’arte, con lo spettacolo, con l’amore per la città dalla quale ha deciso di farsi adottare.

“La mia storia, Margherita, comincia dove ho passato la mia infanzia, in una casa sulle colline tra Jesi e Santa Maria Nuova. Cosa volevo fare da grande? La parrucchiera, nessun dubbio.  Avevo una buona manualità così iniziai a fare i primi esperimenti casalinghi con cugini e parenti. I primi risultati furono imbarazzanti e ancora dopo anni spesso ci ridiamo su. Capii presto che dovevo studiare la tecnica prima di fare pratica. Durante le vacanze estive e il sabato pomeriggio iniziai ad “andare a bottega” da un parrucchiere che aveva anche un’accademia interna. Finite le medie firmai il mio primo contratto da apprendista parrucchiera. All’epoca la mia professione non era compatibile con lo studio, quindi presi il diploma anni dopo con una scuola serale. A soli vent’anni arrivò l’opportunità di rilevare una piccola parrucchieria ad Ancona, davanti a quella che sarebbe diventata la nuova facoltà di Economia. Supportata dal mio titolare di allora, mi lanciai in quell’avventura. Il primo anno fu veramente difficile perché mi dovevo far conoscere e trovai un secondo lavoro come cameriera per pagare le spese dell’attività. Le clienti che entravano in salone, nonostante l’arredamento estroso e i miei capelli tinti di rosa, uscivano molto soddisfatte. Con il passaparola dopo tre anni avevo assunto quattro dipendenti e mi apprestavo ad inaugurare un nuovo salone, che oggi gestisco con l’aiuto di Azzurra, mia collaboratrice che da quasi due anni é diventata socia. L’attività oggi si snoda in vari settori: servizi nelle case di cura, trucco e capelli nella moda, nel teatro e nel cinema e per ultimo, ma non meno importante, l’innovazione, con l’invenzione di nuovi strumenti di lavoro che hanno portato a due brevetti e a una nuova spazzola commercializzata da Wella”.

Serena Mercanti è anche una viaggiatrice, una donna curiosa ed entusiasta. Che rapporto hai con Ancona?

Amo molto viaggiare e nei miei viaggi mi capita spesso di pensare alla città dove vivo e che mi ha adottata diciotto anni fa. Ancona è come una bella donna che non si cura di sé e che vive di quello che la natura le ha donato ma niente di  più. Possiede delle grandi potenzialità, che sono assopite ma anche pronte ad essere risvegliate. É circondata dal mare e certe mattine girando per il centro si sente l’odore. Lo senti ma non lo vedi, perché sono pochi i punti dove c’è  la vista o l’accesso al mare. In altri paesi, dove valorizzano al massimo anche ciò che non esiste, avrebbero sfruttato questa dote in ogni modo possibile. Le opportunità per cambiare città mi si sono presentate più volte. L’ultima due anni fa, quando mio marito Gian Marco vinse il tanto sospirato posto da ricercatore al CNR di Venezia. Eva, nostra figlia, aveva pochi mesi e abbiamo valutato per un po’  la possibilità di trasferirci. Per il mio lavoro nel settore spettacolo c’erano diverse possibilità. Ma è stato proprio lì che abbiamo capito. Lentamente, senza quasi accorgercene, ci eravamo innamorati di Ancona ed era decisamente il posto dove volevamo vivere. Abbiamo trovato la casa dei nostri sogni vicino al Passetto e Gian Marco fa il pendolare e torna il fine settimana.

Il tuo lavoro ti fa conoscere persone e idee. Secondo te in questa città le persone sono felici?

È la parte più affascinante e che amo di più. Le persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro sono una fonte inesauribile di informazioni e di stimoli. Felici? Chi viene da noi certo! Coccoliamo le nostre clienti e le facciamo più belle mentre ascoltano buona musica o leggono un libro dalla nostra libreria sorseggiando un buon caffè. Battute a parte, le persone qui sono felici perché nonostante le difficoltá dovute alla cattiva amministrazione della città negli ultimi anni, si vive ancora bene. Puoi fare cose che ti svoltano e spezzano una giornata stressante e quando lo racconto a chi vive fuori stenta a crederci. Le possibilità sono tante, soprattutto d’estate. Puoi fare il bagno e la colazione la mattina presto al Passetto, prima di andare al lavoro, la pausa pranzo al parco del Cardeto oppure al tramonto l’aperitivo con i moscioli a Portonovo.

E qui, ad Ancona, è nato anche un tuo particolare rapporto con l’arte, passando per il teatro delle Muse, fino ad arrivare allo Sferisterio di Macerata e, tra pochissimi giorni, molto, molto più lontano… 

Lavorare allo Sferisterio era nella mia scatola dei desideri. L’opportunità arrivò con una serie di combinazioni. Accettai un’offerta di lavoro con il team tecnico dello Sferisterio per uno spettacolo con la regia del maestro Pier Luigi Pizzi al teatro Arcimboldi di Milano. Il mio lavoro fu molto apprezzato e visto che anche il reparto delle Muse che io coordinavo era un’esempio virtuoso, come veniva definito dagli addetti ai lavori, dopo pochi mesi arrivò la proposta di gestire come vice responsabile il reparto parrucco di  Macerata. Quest’anno sono stata promossa da vice a responsabile e coordino il lavoro di cinque preziosi collaboratori. Come parrucchieri teatrali lavoriamo alla caratterizzazione dei personaggi, siamo esperti di acconciature d’epoca e trattiamo le parrucche in maniera quasi sartoriale. Ogni sera vanno in scena fino a cento persone, che devono essere preparate in poche ore. L’atmosfera del dietro le quinte è emozione pura e lo Sferisterio è un luogo speciale. Questa bellissima esperienza a ottobre mi porterà fino in Oman, dove andrà in scena, nel teatro di Muscat, la bellissima Traviata degli specchi.

E che cos’è, per te, il teatro delle Muse?

Il teatro delle Muse  di Ancona é stato l’inizio, dove la mia passione é nata e cresciuta. Le opere che sono state allestite e che ho avuto la fortuna di vedere sono state una più bella dell’altra e hanno vinto premi e riconoscimenti importanti sia in Italia che all’estero. Il pubblico era internazionale e arrivava perfino dal Giappone. Dopo le rappresentazioni ricordo che, mentre sfilavo le ultime forcine, li potevo scorgere, in fila, fuori del camerino dei protagonisti per un’autografo. È stato stampato recentemente un libro fotografico molto bello per festeggiare i dieci anni delle Muse e con grande soddisfazione ho scoperto che tutte le acconciature fotografate erano state realizzate da me. Tutti i reparti alle Muse lavorano in maniera eccellente e chi ha cantato qui ci ha sempre riempito di complimenti. Il problema é che, ancora una volta, tutto viene offuscato e strumentalizzato. Spero con tutto il cuore che non sia un’altra ottima occasione persa.

Nata il 5 luglio

Pubblicato: 5 luglio 2013 in donne, personaggi
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rosaRosa Alessandrini, classe 1913. Era nata il 5 luglio, quindi oggi compirebbe cento anni. Era una donna colta, ma non aveva neanche la licenza elementare. Arguta, con una intelligenza sferzante, mi ha cucito e ricamato le lenzuola, tenendo a bada con ostinazione e pazienza l’ago e l’uncinetto tra le mani che tremavano, ma mi ha anche regalato la prima macchina fotografica: una Polaroid per la comunione.

E quando papà era poco più che un bambino lei è stata la prima a far entrare i libri in casa: madre di una famiglia contadina nata in un paese piccolissimo che forse oggi nemmeno esiste più, gli ha comprato un dizionario, il Mestica, pagato con il lavoro dei campi, che oggi io conservo ancora tra i miei volumi più cari.

Non si può facilmente separare in segmenti il ricordo della donna-nonna che ti ha cresciuto. Trascrivo, però, due istantanee che ancora oggi mi accompagnano: i suoi occhi intelligenti che ti dicevano ho capito tutto prima ancora che tu cominciassi a spiegare e io dopo cena sui libri di greco con lei poco distante di fronte al camino, in silenzio, a farmi compagnia mentre tutti erano già andati a dormire. Io sono anche lei.

cristinaUna città ha la forma delle persone che la vivono. Io ne cerco alcune in particolare: cerco la foresta che cresce, perché mi sono stancata del rumore degli alberi che cadono. Così ho pensato a Cristina. Mi ricordo di lei ai tempi di Buon Gusto Marche, la rivista culturale alla quale abbiamo collaborato entrambe per un breve periodo. Ci siamo frequentate poco, però la ricordo per il sorriso e per il suo silenzio competente, virtù di pochi. L’ho ritrovata in rete, su Facebook, impegnata con la petizione per la rimozione della statua Violata.

Cristina Babino non ha ancora quarant’anni, ma ha all’attivo viaggi, lavori ed esperienze culturali che molti non fanno in una vita intera. Se volete saperne di più, guardate qui, qui e qui.

“Sono nata ad Ancona – racconta – ho compiuto studi linguistici alle scuole superiori e mi sono laureata al DAMS di Bologna. Mi interessano le arti, in particolare l’arte visiva, la scrittura e la traduzione”. Dopo la laurea è andata all’estero, “per necessità – dice – e per scelta: necessità di fare un’esperienza di lavoro seria e stabile, cosa che nella mia città non mi era stata possibile, e scelta di conoscere e vivere culture diverse, di aprire la mente a nuove esperienze. Non ho abbandonato la speranza di poter tornare, un giorno, ma almeno per i prossimi anni non ne vedo i presupposti purtroppo”. Così nasce il suo twit per Ancona, quello che chiedo a tutte le persone con cui mi confronto sulla città: “#twitAncona la mia casa a cui spero un giorno di tornare”.

“Nel 2005 – prosegue – stanca delle condizioni sempre precarie del lavoro, ho deciso (non con leggerezza) di trasferirmi in Inghilterra, a Bristol, dove per alcuni anni sono stata impiegata di una multinazionale. Quindi nel 2008, vista una possibilità che si era aperta per mio marito, ci siamo trasferiti in Francia, ad Antibes. Dopo la nascita di mia figlia ho cominciato ad occuparmi più stabilmente di traduzione, dall’inglese e dal francese. Attualmente sto traducendo per l’editore Vydia una raccolta del poeta americano John Taggart, e sarà il primo suo volume mai apparso in Italia”.

E a questo punto cosa resta di Ancona?: “E’ la mia città e sempre lo resterà. Poche persone, credo, restano attaccate alle proprie radici come quelle che se ne vanno. Amo i suoi scorci, la sua bellezza dissimulata e sorprendente, amo profondamente il suo mare (e se mi guardo indietro mi accorgo di essere sempre vissuta vicino al mare, nonostante tanto girovagare. Un motivo ci sarà!). Ogni volta che ne ho la possibilità mi adopero per far conoscere ai miei amici che vengono da fuori le ricchezze che la città custodisce. E tutti restano, immancabilmente, sorpresi ed entusiasti. Ad Ancona ci sono la mia famiglia, i miei amici e i miei parenti. Tengo anche molto a che mia figlia, che è nata in Francia, conosca i luoghi da cui veniamo. E nonostante il suo già spiccato accento francese, è bello sentirla pronunciare delle parole in anconetano dopo aver passato qualche giorno in città. E’ musica per le mie orecchie!”

E quando torni noti che Ancona è cambiata? “Da qualche anno a questa parte, ogni volta che torno, la trovo cambiata, e non in meglio: più sporca, degradata, specie in alcuni quartieri che mi sembrano ormai al limite della vivibilità, lasciata a se stessa. In via Torresi,solo per fare un esempio, vicino alla mia casa materna, trovo da tempo immemorabile ormai un muro crollato a ridosso del marciapiede. Sta puntellato malamente da anni, ed era così ancora poche settimane fa, quando sono ritornata. Alcuni cittadini per protesta hanno attaccato un lenzuolo con scritto “rivogliamo i marciapiedi”. Ecco, credo che questa, per i cittadini, sia una grande umiliazione. Dover protestare per riavere un marciapiede agibile che non costringa a scendere sulla carreggiata rischiando di essere investiti per percorrere la propria via. E mi chiedo come possa un’amministrazione non fare di tutto per mettere mano a certi problemi urgenti ed evidenti in tempi accettabili. Questo è solo un piccolo esempio, ma significativo, della situazione di generale abbandono e incuria in cui versa la città. Una situazione che poi si ripercuote inevitabilmente anche sulla vita sociale e culturale”.

Per questo motivo ti sei dedicata con così tanto impegno alla raccolta di firme nella petizione per la rimozione della statua Violata? “Quando ho saputo della notizia che ad Ancona si sarebbe eretto un monumento dedicato alle donne vittime di violenza sono rimasta positivamente colpita. Poi ho visto un video e delle immagini che ritraevano la statua e sono rimasta basita. Non potevo credere che quell’opera fosse stata scelta proprio come simbolo di un tema tanto drammatico, urgente e delicato. Al di là di qualsiasi giudizio estetico, che ciascuno può legittimamente formulare, penso che quella statua non faccia che riproporre l’immagine stereotipata della donna come semplice preda sessuale, resa ancor più accattivante dall’esibizione ad hoc delle sua nudità, riducendo la violenza di genere al solo stupro, quando le cronache ci indicano che il fenomeno è molto più complesso e articolato e si manifesta in una molteplicità di atti oppressivi della libertà e della dignità della donna, che quest’ opera, semplicemente, non riesce in alcun modo a cogliere e quindi a veicolare. La sua collocazione sulla rotatoria, oltretutto, non consente, neanche sforzandosi, la minima riflessione: sfrecciandoci davanti in mezzo al traffico cittadino dubito che qualcuno si senta chiamato in causa”.

“Il mio pensiero personale – prosegue Cristina – sarebbe rimasto tale se poi non mi fossi accorta che moltissime altre persone la pensavano come me. Quando sono arrivata sul gruppo facebook che chiedeva la rimozione della statua i partecipanti erano già quasi 900, cittadini anconetani e non. Poi mi sono confrontata con una donna che mi è molto cara, Francesca Baleani, una persona meravigliosa piena di forza e dignità che anni fa ha subito un atto di inaudita violenza da cui è riuscita miracolosamente a salvarsi, e ci siamo ritrovate a pensarla allo stesso modo, a provare le stesse sensazioni di rabbia e offesa per l’esito di questa iniziativa. Quindi ho deciso di avviare la petizione online per vedere quante persone effettivamente, oltre a commentare su facebook, erano disposte a mettere la firma per questa protesta, che non è assolutamente contro l’artista o la statua in sé (per la quale chiediamo un’altra sede, anche museale, quindi massimo del rispetto!), come abbiamo ripetuto fino allo sfinimento, ma contro questa statua come simbolo imposto sulla collettività e invece evidentemente non condiviso, neanche da tante donne vittime di violenza, che ci hanno personalmente ringraziato per aver avviato questa protesta”.

La risposta delle istituzioni? “Forse io vivo all’estero da troppi anni e mi stupisco per cose che in Italia vengono considerate “normali”, ma per l’esperienza che ho avuto all’estero non esiste che un cittadino, anche uno solo, si rivolga a un’istituzione o a un esponente politico senza ottenere alcuna risposta diretta, qualunque essa sia. E’ una questione di civiltà e spero che in Italia prima o poi le istituzioni e le classi dirigenti se ne accorgano. Quando ho avviato la petizione, non avrei mai pensato di mettere insieme più di qualche centinaio di firme. Non sono che una sconosciuta semplice cittadina del resto, per di più residente all’estero da anni. Senza dubbio le priorità per Ancona sono molte e vanno affrontate con urgenza, ma banalizzare un tema attuale e gravissimo come la violenza di genere e la sua rappresentazione simbolica, è una leggerezza fatale. In pochi giorni siamo arrivati a mille firme e oggi siamo a 2050: da Ancona, dalle Marche e da tutta Italia. Hanno firmato molti intellettuali,giornalisti, scrittori, artisti e soprattutto molte donne vittime di violenza, familiari di donne che sono decedute per mano violenta e una quindicina di associazioni e centri antiviolenza, professionisti che si battono quotidianamente contro questo terribile fenomeno e che sanno benissimo quali sono le priorità e gli interventi che esso richiede con urgenza”.

E ora cosa ti aspetti? “che la prossima amministrazione – se non le istituzioni che hanno promosso l’operazione Violata (cosa che sarebbe oltremodo auspicabile, visto il ruolo che sono chiamate a ricoprire) – si dimostri aperta al dialogo sulla questione e disponibile a trovare insieme una soluzione che sia il più possibile condivisa con la cittadinanza, e non più imposta. Se rapportarsi con le istituzioni locali è stato sin qui decisamente deludente, questa vicenda mi ha dato modo di conoscere, e in qualche caso riscoprire, molte persone di grande valore e sensibilità e che voglio ringraziare : Alessandra Carnaroli, che con me è promotrice della petizione e che conoscevo prima solo attraverso la sua scrittura, Luigi Socci, che si è dimostrato da subito molto attento alla questione, le creative Luna Margherita Cardilli e Ljudmilla Socci, e poi Emanuela Ghinaglia ed Elena Pascolini, che si sono adoperate molto per portare avanti la protesta. Cito qua solo le persone con cui ho avuto maggiore scambio, sapendo di fare torto (e me ne scuso!) a moltissime altre che ci hanno sostenuto a vario titolo. Ancona, nonostante sembri spesso una città sonnolenta e sconnessa, che si lascia vivere e negli ultimi anni quasi un po’ morire, ha delle grandi potenzialità e risorse da valorizzare (a livello culturale penso ad esempio alle belle rassegne organizzate alla Mole o il Festival La Punta della Lingua) e gran parte di queste passano anche per le tante persone capaci, competenti e impegnate, molte delle quali giovani, che vi risiedono. E’ un patrimonio da far fruttare e sono convinta che anche attraverso la possibilità di farle contribuire attivamente passi il futuro prossimo di Ancona.

dominoCa-ne ne-ve ve-la la-ma ma-re re-mo mo-to to-ro ro-sa sa-le le-va…

Chi non ha mai fatto questo gioco? Uno dice una parola e l’altro ne dice un’altra che comincia con la sillaba con cui termina la precedente. In pratica è un domino delle parole. Chi non produce una parola appropriata entro pochi secondi è eliminato e vince chi resta fino alla fine.

E’ un gioco da ragazzi, ma ha il suo perché: chi gioca deve considerare, simultaneamente, la lingua parlata e la lingua scritta: come si dice e come si scrive. La parte scritta, poi, ha un fascino tutto suo: la simmetria dei segni grafici di parole diverse ma vicine tra loro prende il sopravvento, il senso compiuto cede il passo alla magia della filastrocca. Tutto questo si vede subito nello scritto, ma si riflette anche sul parlato: se il ritmo del gioco è sostenuto (come, appunto, deve essere) il linguaggio torna indietro, verso la nenia, fin quasi alla lallazione. E’ lì, proprio in quel punto, che la parola diventa musica, ritmo, armonia. L’italiano è lingua di musica e, se dovessi associarla a uno strumento musicale, ci vedrei bene un pianoforte.

Un gioco così non si potrebbe fare in inglese. Non avrebbe senso: Fa-me me-dia dia-ry. Regge la parte scritta, ma quella parlata non funziona. I nostri ragazzi giocano così. I bambini anglofoni non possono. Loro giocano allo spelling. Tante volte, quando studiavo in Irlanda, nei miei viaggi in bus tra Maynooth e Dublino ho assistito divertita, cimentandomi anche io in silenzio, alle sfide lanciate dalle mamme per ammazzare il tempo prima di arrivare a destinazione: music? m-u-s-i-c thought? t-h-o-u-g-h-t  sunset? s-u-n-s-e-t. Sarebbe una sfida per un bambino italiano fare lo spelling di cane, casa, sale, maestra? Sarebbe un gioco noiosissimo, infatti non esiste.

Volendo poi fare lo stesso gioco di prima, lingua=strumento musicale, per l’inglese penserei a una batteria e poi, continuando con la metafora, concluderei che è sempre una questione di ritmo. Ogni lingua ha il proprio ritmo, ogni lingua ha il proprio colore. Il bello è che a noi piace la musica!

NUMEROLOGIA DEI PIEDI

Pubblicato: 17 aprile 2013 in donne, Senza categoria
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IMG_4908Come la capisco, Maria Grazia Sinibaldi*, così affezionata al suo numero 38. L’ho sempre pensato anche io: il 38 è il numero delle scarpe chic. E io di scarpe me ne intendo. Ho un’esperienza che viene da lonatano, e che mi sono conquistata sul campo.

Ho cominciato da piccola, con i racconti di mia nonna: “Avevamo – mi diceva spesso con un’espressione didascalica sul viso – un paio di scarpe che dovevano durare per tutte le stagioni. Te le facevano fare in crescenza, così che il primo anno c’era spazio per più di una calza di lana d’inverno e d’estate sembravano ciabattoni. Poi diventavano giuste. Nel frattempo si erano già sfondate più volte e si era provveduto a risuolarle alla bell’e meglio, per farle durare fino alla loro ultima stagione: l’ultima estate, quando, ormai troppo corte, venivano tagliate in punta e indossate con le dita di fuori”. Mi facevano tanto pena i bambini di quei racconti: che scarpe brutte avevano! Veramente, passando di racconto in racconto, non mi piacevano tanto neanche le scarpe famose delle favole. Cenerentola, per esempio: non ho mai capito come faceva a ballare col piede incastrato nel cristallo. E poi quel piedino così piccolo mi sembrava innaturale. Mi piaceva di più il gatto con gli stivali, perché nel libro che avevo io c’era disegnato un modello veramente interessante: sembravano morbidi, solidi, intonati col resto dell’abbigliamento. Mi affascinava, inoltre, l’idea che uno potesse ricevere degli stivali come regalo prezioso. Che dire, poi, dei scarp de tennis di Jannacci? Non capivo quasi niente di quella canzone in milanese, ma il ritornello sì, lo canticchiavo spesso: El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lu. Rincorreva già da tempo un bel sogno d’amore…

Quando io ero piccola a casa mia c’era ancora una forte memoria del tempo lontano in cui la gente aspirava, come maggiore fortuna, alla salute e “a un par de scarpe nove”. Così, pure se ci trovavamo in pieno boom economico, a scopo educativo per me erano previsti solo due paia di scarpe: uno per l’inverno e uno per l’estate. Inoltre andava molto di moda far mettere le scarpe ortopediche ai bambini. Il risultato fu che le mie scarpe, a parte la prima settimana dopo l’acquisto, erano sempre orrende: vecchie, rovinate, brutte (scarponi neri di cuoio col plantare!) e soprattutto, quasi sempre, della forma e del colore sbagliato rispetto ai vestiti che indossavo. Eh sì, perché io, che ho avuto sempre una passione per le scarpe, quando le andavo a comprare non tenevo conto del fatto che dovevano essere una specie di passe par tout. No, mi innamoravo dei modelli e dei colori più strani. In quinta elementare, per esempio, a primavera mi sono fatta comprare un paio di ballerine rosso corallo, con due cinturini da allacciare incrociati sul davanti, tenuti fermi da due fibbiette dorate. Meravigliose. Ma ve le immaginate con i pantaloni rosa? O gialli? O celesti? O con i jeans? 

Il primo paio di scarpe da ginnastica l’ho avuto in prima media: Adidas bianche con le strisce blu. Avevo svoltato. Era giugno, dovevo fare la cresima e per l’occasione ero riuscita a farmi comprare anche un paio di ballerine di camoscio color carta da zucchero con il cinturino alla caviglia. Dunque per la prima volta avevo tre paia di scarpe in una sola stagione: ballerine, sandali e scarpe da tennis. Mettevo i jeans apposta per vedere l’effetto che faceva e me ne andavo in giro compiaciuta. Da lì ho cominciato a insistere con mia madre per le scarpe. E mia madre ha cominciato a cedere. Così, piano piano, sono passata da un eccesso all’altro, fino a che, oggi, ho in casa quattro scarpiere. Tre sono le mie e l’altra se la dividono mio marito e i miei due figli. Ho scarpe di tutti i colori e di tutti gli stili, con tacchi da zero a dodici, ma alla fine indosso quasi sempre i modelli più sobri, forse ancora un po’ segnata dalla bizzarria delle mie scelte di bambina.

C’è stato, però, un altro passaggio importante. Quando il mio piede smise di crescere si fermò troppo presto: al numero 35. Niente di scandaloso rispetto alla mia piccola statura, ma non mi piaceva. Non c’erano sufficienti modelli da scegliere. Alcuni, poi, stavano veramente male su un piede così corto. E io odiavo, neanche tanto cordialmente, tutti quelli (e non erano pochi) che si stupivano di queste così piccole dimensioni. Stavo quasi per rassegnarmi quando il mio piede riprese a crescere. Sì, lo fece: immediatamente dopo la mia prima gravidanza il 35 non mi andava più, e a volte era stretto pure il 36. Così oggi, anche se non sono arrivata al 38, misura che io considero perfetta per un piede femminile, posso serenamente vantarmi, tra me e me, del mio bravo 37.

Ironia della sorte, poi, ho una figlia che porta il 40, e che farebbe di tutto per tornare indietro, almeno di un paio di numeri. Una figlia alla quale, ovviamente, non ho mai fatto mancare le scarpe, di tutti i tipi e di tutti i colori, né in inverno, né in estate. E sapete cosa indossa lei? Sempre, e solo, scarpe da tennis.

*che ho avuto il piacere di leggere sul blog Donne della Realtà