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Chi sa fare fa…

Pubblicato: 16 febbraio 2015 in comunicazione
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conferenzaHo visto che ti sei messa a fare la conferenziera… ha commentato un’amica dopo che avevo postato un po’ di foto su facebook che mi ritraevano in una delle occasioni in cui ultimamente ho parlato in pubblico. Devo dire che per me si tratta sempre di esperienze piacevoli e spero sia così, almeno un po’, anche per chi mi ascolta. Ma i prossimi impegni mi mettono più di una preoccupazione.

Condizioni di salute permettendo, visto che mi devo operare a un ginocchio, nei prossimi mesi dovrei tenere alcuni incontri, sulla scrittura dei comunicati stampa, ai corsi di aggiornamento dell’Ordine dei giornalisti. La cosa mi mette un po’ a disagio, perché da quando ho lasciato l’ufficio stampa del Comune di Ancona per fare la responsabile di segreteria dell’assessorato ai Trasporti della Regione Marche, scrivo, sì, pure i comunicati stampa, ma svolgo anche un’attività diversa da quella giornalistica, quindi mi chiedo se alla fine sono proprio io la persona giusta per questo compito. Dunque, pur felice per la fiducia che mi è stata accordata, so che mi sentirò veramente in imbarazzo di fronte a tanti colleghi bravi come e più di me e spero veramente di trovare la formula con cui da questi incontri si possa imparare qualcosa a vicenda.

E’ una bella sfida insegnare agli altri, soprattutto quando si parla di strumenti dei mestieri. Perché, come dice l’adagio, “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Io me lo ripeto ogni giorno a mo’ di monito.

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serena mercantiLa prima cosa che mi ha colpito quando ho conosciuto Serena è stata che nel suo salone c’è una piccola biblioteca. Cioè: mentre ti fai i capelli puoi leggere un libro. Oppure puoi sfogliare gli album di foto dei suoi viaggi, o il catalogo di qualche mostra importante: arte, architettura, cinema… I libri li prendi, li cominci, poi se vuoi prosegui la lettura la volta successiva. Come ho fatto io con Eva Luna della Allende. Eva Luna, che poi è anche il nome (e cognome) della bimba di Serena. Per tutto questo ti viene voglia di farle un po’ di domande. E scopri una bella storia, quella di una ragazza che voleva fare la parrucchiera e che con questo mestiere è cresciuta, fino a coniugarlo con la moda, con l’arte, con lo spettacolo, con l’amore per la città dalla quale ha deciso di farsi adottare.

“La mia storia, Margherita, comincia dove ho passato la mia infanzia, in una casa sulle colline tra Jesi e Santa Maria Nuova. Cosa volevo fare da grande? La parrucchiera, nessun dubbio.  Avevo una buona manualità così iniziai a fare i primi esperimenti casalinghi con cugini e parenti. I primi risultati furono imbarazzanti e ancora dopo anni spesso ci ridiamo su. Capii presto che dovevo studiare la tecnica prima di fare pratica. Durante le vacanze estive e il sabato pomeriggio iniziai ad “andare a bottega” da un parrucchiere che aveva anche un’accademia interna. Finite le medie firmai il mio primo contratto da apprendista parrucchiera. All’epoca la mia professione non era compatibile con lo studio, quindi presi il diploma anni dopo con una scuola serale. A soli vent’anni arrivò l’opportunità di rilevare una piccola parrucchieria ad Ancona, davanti a quella che sarebbe diventata la nuova facoltà di Economia. Supportata dal mio titolare di allora, mi lanciai in quell’avventura. Il primo anno fu veramente difficile perché mi dovevo far conoscere e trovai un secondo lavoro come cameriera per pagare le spese dell’attività. Le clienti che entravano in salone, nonostante l’arredamento estroso e i miei capelli tinti di rosa, uscivano molto soddisfatte. Con il passaparola dopo tre anni avevo assunto quattro dipendenti e mi apprestavo ad inaugurare un nuovo salone, che oggi gestisco con l’aiuto di Azzurra, mia collaboratrice che da quasi due anni é diventata socia. L’attività oggi si snoda in vari settori: servizi nelle case di cura, trucco e capelli nella moda, nel teatro e nel cinema e per ultimo, ma non meno importante, l’innovazione, con l’invenzione di nuovi strumenti di lavoro che hanno portato a due brevetti e a una nuova spazzola commercializzata da Wella”.

Serena Mercanti è anche una viaggiatrice, una donna curiosa ed entusiasta. Che rapporto hai con Ancona?

Amo molto viaggiare e nei miei viaggi mi capita spesso di pensare alla città dove vivo e che mi ha adottata diciotto anni fa. Ancona è come una bella donna che non si cura di sé e che vive di quello che la natura le ha donato ma niente di  più. Possiede delle grandi potenzialità, che sono assopite ma anche pronte ad essere risvegliate. É circondata dal mare e certe mattine girando per il centro si sente l’odore. Lo senti ma non lo vedi, perché sono pochi i punti dove c’è  la vista o l’accesso al mare. In altri paesi, dove valorizzano al massimo anche ciò che non esiste, avrebbero sfruttato questa dote in ogni modo possibile. Le opportunità per cambiare città mi si sono presentate più volte. L’ultima due anni fa, quando mio marito Gian Marco vinse il tanto sospirato posto da ricercatore al CNR di Venezia. Eva, nostra figlia, aveva pochi mesi e abbiamo valutato per un po’  la possibilità di trasferirci. Per il mio lavoro nel settore spettacolo c’erano diverse possibilità. Ma è stato proprio lì che abbiamo capito. Lentamente, senza quasi accorgercene, ci eravamo innamorati di Ancona ed era decisamente il posto dove volevamo vivere. Abbiamo trovato la casa dei nostri sogni vicino al Passetto e Gian Marco fa il pendolare e torna il fine settimana.

Il tuo lavoro ti fa conoscere persone e idee. Secondo te in questa città le persone sono felici?

È la parte più affascinante e che amo di più. Le persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro sono una fonte inesauribile di informazioni e di stimoli. Felici? Chi viene da noi certo! Coccoliamo le nostre clienti e le facciamo più belle mentre ascoltano buona musica o leggono un libro dalla nostra libreria sorseggiando un buon caffè. Battute a parte, le persone qui sono felici perché nonostante le difficoltá dovute alla cattiva amministrazione della città negli ultimi anni, si vive ancora bene. Puoi fare cose che ti svoltano e spezzano una giornata stressante e quando lo racconto a chi vive fuori stenta a crederci. Le possibilità sono tante, soprattutto d’estate. Puoi fare il bagno e la colazione la mattina presto al Passetto, prima di andare al lavoro, la pausa pranzo al parco del Cardeto oppure al tramonto l’aperitivo con i moscioli a Portonovo.

E qui, ad Ancona, è nato anche un tuo particolare rapporto con l’arte, passando per il teatro delle Muse, fino ad arrivare allo Sferisterio di Macerata e, tra pochissimi giorni, molto, molto più lontano… 

Lavorare allo Sferisterio era nella mia scatola dei desideri. L’opportunità arrivò con una serie di combinazioni. Accettai un’offerta di lavoro con il team tecnico dello Sferisterio per uno spettacolo con la regia del maestro Pier Luigi Pizzi al teatro Arcimboldi di Milano. Il mio lavoro fu molto apprezzato e visto che anche il reparto delle Muse che io coordinavo era un’esempio virtuoso, come veniva definito dagli addetti ai lavori, dopo pochi mesi arrivò la proposta di gestire come vice responsabile il reparto parrucco di  Macerata. Quest’anno sono stata promossa da vice a responsabile e coordino il lavoro di cinque preziosi collaboratori. Come parrucchieri teatrali lavoriamo alla caratterizzazione dei personaggi, siamo esperti di acconciature d’epoca e trattiamo le parrucche in maniera quasi sartoriale. Ogni sera vanno in scena fino a cento persone, che devono essere preparate in poche ore. L’atmosfera del dietro le quinte è emozione pura e lo Sferisterio è un luogo speciale. Questa bellissima esperienza a ottobre mi porterà fino in Oman, dove andrà in scena, nel teatro di Muscat, la bellissima Traviata degli specchi.

E che cos’è, per te, il teatro delle Muse?

Il teatro delle Muse  di Ancona é stato l’inizio, dove la mia passione é nata e cresciuta. Le opere che sono state allestite e che ho avuto la fortuna di vedere sono state una più bella dell’altra e hanno vinto premi e riconoscimenti importanti sia in Italia che all’estero. Il pubblico era internazionale e arrivava perfino dal Giappone. Dopo le rappresentazioni ricordo che, mentre sfilavo le ultime forcine, li potevo scorgere, in fila, fuori del camerino dei protagonisti per un’autografo. È stato stampato recentemente un libro fotografico molto bello per festeggiare i dieci anni delle Muse e con grande soddisfazione ho scoperto che tutte le acconciature fotografate erano state realizzate da me. Tutti i reparti alle Muse lavorano in maniera eccellente e chi ha cantato qui ci ha sempre riempito di complimenti. Il problema é che, ancora una volta, tutto viene offuscato e strumentalizzato. Spero con tutto il cuore che non sia un’altra ottima occasione persa.

IMG_5374[1]“L’esperienza del concerto non la puoi scaricare: è tutto quello che c’è prima, durante e dopo”. Esserci o non esserci fa la differenza ed è da questo che nasce il mestiere di Eric Bagnarelli.

Come lo chiameresti, questo mestiere?

“E’ un mestiere senza nome, ma un mestiere a tutti gli effetti. Promoter, organizzatore, agente di artisti… le definizioni possono essere molte, ma una cosa è certa: ci vogliono competenza e specializzazione”. La storia professionale di Eric si sviluppa proprio sulla base di questo bisogno. Si laurea nel 2004 in Scienze della comunicazione all’Università di Macerata, ma ancor prima di laurearsi è impegnato con i primi eventi: organizza concerti piccoli e contest tra band al Santa Monica del Palarossini di Ancona e poi lavora come tuttofare al Barfly. Nel 2004 si occupa di produzione e organizzazione con l’agenzia di spettacolo e di animazione Anno Zero, sempre con sede nel capoluogo marchigiano, e poi acquisisce un ruolo più importante al Barfly. Sempre in questo anno porta ad Ancona i Negramaro in piazza Roma, per la notte bianca. Poi si trasferisce in Inghilterra, per lavorare al Forum di Londra, “per entrare a contatto con una realtà immensa, per avere un’idea di come funziona a livelli importanti, per specializzarmi, perché in questo mestiere non si può essere tuttologi”.

L’esperienza si traduce subito in concreto, perché poi nel 2005 apri Comcerto

“Sì, con un’attività che all’inizio si sviluppa su due livelli: la rappresentanza di artisti stranieri in Italia da un lato e dall’altro, le collaborazioni locali. Il mio progetto però era più quello di strutturare un’agenzia, così gradualmente sono diminuite le produzioni locali. Ma non per snobismo. Solo perché quello dell’agenzia è un lavoro che ti assorbe più del cento per cento. Ogni tanto mi tolgo lo sfizio di fare qualcosa per Ancona, ma il mio lavoro oggi è diverso: vivo e vivrò del lavoro di agente, dove ho investito tempo e passione”.

Comcerto su Facebook in questo preciso momento piace a me e ad altre 5.551 persone. Nasce il 2 aprile 2005 e collabora negli anni con le più importanti agenzie di spettacolo in Italia e all’estero. Tra gli artisti internazionali rappresentati in Italia ci sono Mumford & Sons, The Lumineers, Pulp, Of Monsters and Men, Tame Impala, Local Natives, Noah and the Whale, Anna Calvi, Richard Ashcroft, Iggy and The Stooges, Badly Drawn Boy, The Divine Comedy, Mystery Jets, Patrick Wolf, Frank Turner, Angus & Julia Stone, The Charlatans, The Cribs, The Tallest Man On Earth, Billy Bragg, Echo and The Bunnymen e molti altri, che potete trovare qui.

C’è poi una parentesi, conclusa, che vede Bagnarelli a fianco di Morgan.

Dalla primavera del 2011, inoltre, la Comcerto cura i live del duo comico I Soliti Idioti. “E’ – spiega Eric –una parentesi parallela alla musica”, una scommessa, aggiungo io, non giocata a caso. “Da anni – racconta Bagnarelli – conosco Francesco Mandelli per la sua attività musicale come voce e chitarra degli Orange, poi ho conosciuto Fabrizio Biggio. Li ho spronati a passare dalla tv alle piazze perché secondo me il progetto poteva funzionare dal vivo. E’ una cosa che piace o non piace, ma era ed è un fenomeno sociale sulla rete. E l’esperienza è ancora in corso: abbiamo cominciato con quattro date prova alla Salumeria della musica a Milano, all’Estragon di Bologna, al Circolo degli Artisti di Roma, a Piazza del Papa in Ancona. Quattro date per dare loro l’idea del rapporto diretto con il pubblico. Quattro date che poi sono diventate quarantuno e che hanno toccato piazze importanti, come, per esempio, il teatro Arcimboldi di Milano. L’ultimo spettacolo è previsto l’8 agosto a Forte dei Marmi”.

E’ bello leggere come l’agenzia si presenta sul sito: “Il comune denominatore di ogni produzione targata Comcerto è lo STILE: dalle produzioni all’interno dei club più famosi d’Italia, alle piazze, ai teatri sino ad arrivare ai palasport e ai festival con le performance di artisti internazionali e non. Comcerto, con la sua professionalità e la passione che la contraddistinguono, si attiva per dare sempre di più; il suo lavoro è tutto quello che c’è dietro, ciò che il pubblico non si immagina, tutto ciò che permette ad un artista di esibirsi davanti ad un pubblico ed al pubblico di godere di un concerto”.

Di fatto come hai cominciato?

“Con gruppi da 50 paganti, fino a raggiungere l’apice a marzo nei palasport con i Mumford & Sons, che è stata una band fondamentale per la Comcerto. Abbiamo un rapporto bello, perché abbiamo avuto una crescita parallela: abbiamo cominciato insieme a Bologna in un locale da 280 posti. E’ significativa questa crescita dell’agenzia in parallelo con la crescita dell’artista. Il mio compito è quello di evidenziare il valore dell’artista nel mio stato. Ho un margine di potenziale, ma se il progetto di per sé non va, non posso svoltare la carriera di un altro”.

Mumford & Sons sono passati anche per Ancona, con Spilla 2012. Parliamo di Ancona e di Spilla?

“Spilla è un festival, una rassegna di concerti unici nel centro storico di Ancona, che dal 2007 in estate ospita i migliori artisti della scena internazionale. Il concerto dei Mumford & Sons ha più che mai dimostrato i limiti di questa città. A Venezia abbiano fatto il tutto esaurito in tre giorni. Ad Ancona abbiamo impiegato più tempo e solo il dieci per cento della gente che era a piazza del Papa per il concerto aveva acquistato i biglietti in città. Il novanta per cento veniva da fuori. Ci sono limiti geografici, di strutture e di continuità. La continuità è importante, altrimenti il pubblico si disaffeziona e si allontana. Ancona non è paragonabile con Milano, Bologna, Roma, Firenze o Torino, ma con le altre città sì. E ce ne sono moltissime più attente all’arte e alla cultura. E’ un dato di fatto, evidente per tutti. Ci sono lacune nella gestione amministrativa, non solo politica. Appena solo cinque anni fa non eravamo nella stessa condizione di adesso, in tutti i settori”.

Però Eric Bagnarelli non è un detrattore di Ancona e degli anconetani e lo dimostrano i fatti: “se Ancona fosse stata migliore – spiega – io comunque non sarei rimasto qui, perché le mie piazze sono altrove”, eppure, anche se la sua attività è di livello metropolitano, resta ad Ancona, anzi, precisa lui, a brecce Bianche, il quartier generale di Comcerto: uno staff di quattro persone, cui si aggiungono di volta in volta i free lance specializzati.

Non è una scelta logistica un po’ pericolosa quella di restare ad Ancona?

No, oggi è l’on line che conta. Ogni dieci mesi sono a Londra per gli incontri fondamentali per la pianificazione dell’anno e questo va bene per il lavoro. Non vorrei vivere solo in funzione del mio lavoro e questo accadrebbe cambiando città. Serve lo stacco”. Ancona, dunque, serve a rimanere sé stessi, a “coltivare la propria riservatezza”, a ritrovarsi nei luoghi che le grandi città nemmeno sognano di avere. Questo lavoro senza nome ti fa girare, come in una giostra: “Ma io –conclude il nostro amico – sono attento a salire e poi a scendere, tra una data e l’altra”. Una regola da ricordare, secondo me.

milziCominciamo dai soprannomi: il più recente è Indiana Milzi. Il motivo lo trovate qui e se non avete quaranta minuti per guardare questo speciale di E’Tv Marche, trovateli, perché in questa intervista di Maurizio Socci a Giampaolo Milzi, direttore del mensile Urlo, del webzine Fatto & Diritto e collaboratore del Messaggero, c’è molto di Ancona. Anzi, di più. Giampaolo Milzi è un profondo conoscitore della città, soprattutto della città coperta: sotterranei, monumenti sepolti dagli sterpi, tracce storiche sommerse dall’erba. Ascolta, studia, scopre, ritrova, ricostruisce le storie e la storia. Sentirlo parlare di tutto questo è un piacere. Ma chi non lo conosce e legge fino a qui può farsi un’idea sbagliata, quindi è bene introdurre subito il suo soprannome storico: Giamburraska, che è anche la sua firma per gli editoriali di Urlo.

Urlo, appunto: quest’anno compie vent’anni. “Il numero zero – racconta Milzi – è del febbraio 1993 e da marzo ’93 a oggi sono usciti 202 numeri”. Così il giornale è diventato, a suo modo, un pezzo di città, direi il regalo di Milzi alla città, con una identità netta, sia nel vestito sia nei contenuti. E’ in controtendenza già per il formato: dodici o quattordici pagine “grandi” per dare spazio alle immagini e ai contenuti, per contenere le inchieste e gli approfondimenti, che sono la sua vocazione, in una sola pagina. E’ in bianco e nero, con la prima e l’ultima in bianco, nero e magenta: ha un suo carattere, si riconosce, ci mette la faccia. Infatti si caratterizza anche per la scelta precisa dei contenuti: “Non scriviamo le cose di cui già parlano gli altri, a meno che non siano da approfondire. Il taglio è glocal, il non locale collegato al locale, da sempre, da prima ancora che questo concetto diventasse di dominio comune”. In particolare colpiscono gli articoli, lunghi direi per scelta, di quelli che non offrono scorciatoie al lettore e che li leggi solo se ti interessa il contenuto: una storia mai sentita prima, una scoperta, una denuncia, una causa da sostenere. Si direbbe che, in quanto giornale di parte (perché sceglie i suoi argomenti e conduce le sue battaglie), corre il rischio di non essere imparziale, se non fosse poi che da questa palestra sono usciti finora alcuni tra i migliori giornalisti della città. Al momento ci sono almeno tre o quattro bravi colleghi impegnati nelle pagine politiche e culturali dei quotidiani locali. “Bisognerebbe chiedere a loro – butta là Milzi – un’opinione su Urlo”. Già, cosa direbbero?

Giamburraska, dunque, forse nasce ufficialmente nel 1993 e qui posso raccontare solo una piccola parte della sua storia. Per il resto ci vorrebbe più di un post, perché dovrei dire delle sue serate nei locali, nei circoli, al mare, come dj, con la musica, vintage come la sua Vespa TS del ’75 bianca e verde di nome Wispy. E anche di quando, tra l’85 e il ’90, metteva su il rock a Radio Marche Ancona e poi di Radio Studio 24 e Radio Punto 2, ma anche del suo continuo impegno a fianco dell’associazionismo e del volontariato della città, dell’incursione giornalistica al G8 di Genova, dove ha raccolto una delle primissime testimonianze (di un’infermiera volontaria) sulle cause della morte di Carlo Giuliani, “poi trasmessa la sera stessa da Bruno Vespa”, e anche delle sue numerosissime querele, la maggior parte per diffamazione a mezzo stampa, “quasi tutte risolte bene, altrimenti non starei qui a parlare con te”.

Ma torniamo al 1993. “Il ’93 – dice Milzi – è l’anno che segna l’inizio della fine nella qualità dell’informazione. Finisce l’onda lunga degli anni ’80, in cui si ristrutturarono le Tv private e si aprirono nuovi quotidiani. Io ho cominciato come vittima collaterale della Tangentopoli locale: nel gennaio del ’93 ci fu il fallimento delle Edizioni locali di Edoardo Longarini, che portò, tra l’altro, alla chiusura della Gazzetta di Ancona, dove ero diventato professionista, e di Galassia Tv. Di lì la mia scelta di vita: continuare a vivere di questo lavoro facendo il freelance. Così a trent’anni fondai Urlo. Dopo il ’93, con l’era di Internet, al boom della quantità di notizie non ha corrisposto il boom della qualità. Internet, però, ha portato alla rivoluzione della realizzazione del prodotto mediatico di carta stampata, con due aspetti positivi: l’utente a poteva interagire e diventare attore dell’informazione e diventava concreta la possibilità di realizzare prodotti di informazione in autonomia. Nasce qui, infatti, la free press”.  E’ seguendo queste tendenze che Urlo afferma, negli anni, sul campo, la capacità di influenzare l’opinione pubblica: “I nostri temi sono la cultura, il disagio, le devianze, l’ambiente, la sostenibilità e le nuove fonti energetiche, le problematiche giovanili, ma anche la memoria storica e la riappropriazione degli spazi, la democrazia partecipata. Spesso le questioni che poniamo diventano oggetto di dibattito”. E sempre più di frequente l’ideatore di Urlo è interpellato come esperto sulle singole questioni, soprattutto per la conoscenza della città, che da vent’anni racconta nelle pagine del suo giornale.

Come racconteresti la classe politica di Ancona? “La classe politico-istituzionale è stata progressivamente sempre meno all’altezza della situazione. Non abbiamo avuto, fortunatamente, gravi questioni morali, ma inadeguatezza nella capacità amministrativa sì. La carenza di capacità politica è trasversale: l’opposizione non è virtuosa e non c’è la capacità di andare al governo. C’è una carenza di approccio rispetto alla gestione della città, c’è un pensiero chiuso rispetto a questo. Il dibattito sulla vocazione turistica di Ancona, per esempio, è diventato una barzelletta che fa piangere”.

Qui ci sta bene il twit per Ancona, che chiedo a tutti e che veramente non ho chiesto a Milzi, ma  la frase che ho scelto per Twitter è questa: “La bellissima addormentata, narcotizzata, sul golfo, aspetta il principe azzurro”. “Di Ancona ti innamori. Si corre il rischio di generalizzare, però l’anconetano medio è conservatore, poco curioso, tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto e per questo ha paura di mettersi in gioco”. Gli anconetani buoni però ci sono, e sono quelli che hanno creato “situazioni interessantissime, ma, secondo il principio base del nemo profeta in patria, rischiano l’isolamento”. E poi, c’è “molto piagnucolio, che deriva dalla disinformazione. L’anconetano spesso si dimentica della possibilità di riempire l’altra metà del bicchiere”.

Cosa c’è in quest’altra metà, quella buona? “C’è la vivacità dell’associazionismo, c’è uno dei rapporti più alti in Italia verde/abitante e, quindi, c’è il Cardeto, che l’ha fatto crescere e che ancora ha molto da valorizzare, c’è la Casa delle Culture, nata dal coordinamento di tante realtà dell’associazionismo locale all’interno di un ex Mattatoio, che però è anche il bicchiere mezzo vuoto, perché è una struttura abbandonata al 90%, c’è una Mole che è rinata ma per la quale ora occorre affrontare la problematica di un utilizzo adeguato, c’è Porta Pia, che ha un destino simile in quanto a destinazione d’uso. Ci sono buon senso dell’accoglienza e una buona qualità della vita, nonostante la carenza nel campo delle manutenzioni”.

E nel bicchiere mezzo vuoto? “Dopo il minimo storico del 1972 (con il terremoto e le sue conseguenze n.d.r.), la città è migliorata sempre, ma bisogna stigmatizzare e denunciare nel contempo la lentezza dei processi. I tempi si allungano in maniera incredibile per qualsiasi tipo di situazione. Ancona è sospesa nel tempo. Sembra che tutto sia immutabile. Per vedere il cambiamento bisogna avere un colpo d’occhio lungo almeno dieci anni. Manca lo spirito del cogliere le opportunità. Siamo all’anno zero per il turismo, per la valorizzazione dei beni culturali e architettonici, per gli incentivi alla ricerca, per le sinergie tra gli enti istituzionali. Ancona è la città degli spazi negati. Nonostante ci sia stata una progressiva riacquisizione, ci sono alcuni illustri caduti sul campo, tipo il parco della Cittadella, dove non si fa più nulla da anni. Ricordo Cittadella Live, con la musica nel parco a partire dal ’94: è sopravvissuta alcuni anni, poi nulla”.

Certo: la musica, Giamburraska e questa città. Che dire? “La musica continua a essere la colonna sonora della mia vita, nonostante il regolamento acustico ad Ancona sia da Medioevo. A Piazza del Papa si impedisce ai locali di fare musica percepita fuori, quando il rumore della gente che chiacchiera nello stesso luogo produce più decibel. E la gente comincia le feste sulla spiaggia di Palombina, per poi terminarle a Falconara, dove si può suonare più a lungo nella notte”.

Non solo, dunque, la Bella addormentata. Abbiamo anche la sindrome di Cenerentola.

Cos’è la tecnica del cibo cinese? Leggete il twit-racconto qui sotto e lo scoprirete 🙂

#scritturebrevi, non solo un hashtag, ideato e condotto da

Francesca Chiusaroli

napolitanoIl presidente Napolitano, con un discorso alle Camere riunite che Stefano Folli oggi sul Sole 24 Ore definisce come “uno dei più densi, potenti ed emozionanti mai ascoltati nell’aula di Montecitorio negli ultimi decenni”, ha rimproverato aspramente i partiti, definendoli inconcludenti e impotenti nei confronti di un Paese al quale da decenni non sanno più dare risposte. E gli esponenti di quegli stessi partiti lo hanno applaudito, alzandosi in piedi, con un distacco paradossale dalle parole gravi che egli stava pronunciando e per le quali sarebbe stato più appropriato un silenzio di comprensione e di riflessione. Come se non fossero loro i destinatari della sferzata del Presidente, l’unico infine possibile per l’Italia, anche se ormai quasi novantenne. 

Napolitano è ancora Presidente perché la politica non sa guardare avanti e, rivolgendosi a lui, ha ammesso apertamente di avere bisogno di un tutore. E’ una politica distaccata non solo dai cittadini, ma anche da sé stessa. E’ schizofrenica, è la politica degli impuniti, a cui ieri Napolitano si è rivolto con una ammonizione precisa: non autoassolvetevi.

E’, anche, una politica che  respinge aprioristicamente il rinnovamento, delle persone come degli stili (vedi, a suo tempo, Debora Serracchiani e oggi Matteo Renzi). A destra c’è un leader incontrastato, al quale la base e le forze di riferimento assicurano miope obbedienza. E’ la storia di sempre: in qualsiasi epoca c’è una parte dello Stato che vede nella politica lo strumento per mantenere o conseguire il proprio interesse privato, a vari livelli e con maggiore o minore successo finale. E’ il lato negativo del concetto di conservazione, ben presente e ottimamente individuabile in Italia in una buona parte di quel terzo del Paese che alle ultime elezioni ha espresso il proprio consenso nei confronti non di una idea, né di un progetto, ma di un uomo e delle sue promesse a breve termine. E’ la parte infantile, che esiste in ogni società, che forse è fisiologica, ma che, normalmente, trova il suo bilanciamento nella compensazione con altre forze più mature, che considerano lo Stato come il luogo della realizzazione dei principi fondamentali: libertà, democrazia, lavoro, sovranità popolare.

Bene, le Camere riunite per la elezione del Presidente della Repubblica hanno dimostrato che questa maturità oggi non c’è e l’epilogo sconcertante del ritorno al vecchio e generoso Giorgio Napolitano ne è la dimostrazione più chiara e inequivocabile. Se,  dunque, c’è da attribuire una responsabilità, questa è sicuramente di quelle forze politiche che della democrazia, della libertà e del progressismo hanno fatto da sempre la loro bandiera. E’ da loro che il Paese si sente deluso. Con loro sono arrabbiati. E’, in particolare, la loro deriva a non essere considerata accettabile.

Il paradosso, in tutto ciò, è che, tra le grida che invocano in modo scomposto il rinnovamento, emerge, forte e chiara, la pacatezza e la fermezza del vecchio nuovo presidente, del quale ieri abbiamo percepito anche lo sforzo di rimanere saldo sulle gambe nel momento in cui rientrava al Quirinale, per assolvere a un compito che una politica matura e responsabile avrebbe dovuto essere capace di affidare ad altri.

E le lacrime del vecchio presidente, asciugate con naturale compostezza dopo il riferimento al suo “senso antico e radicato di indentificazione con le sorti del paese”, sono il segnale più umano, più bello e più politico della novità alla quale potremmo, e dovremmo, aspirare.

podioSono saliti sul gradino più alto del podio i ragazzi della squadra A dell’Associazione giovanile Ancona, dominando sulle migliori squadre dell’Italia centrale nel campionato interregionale di serie C.

Sabato 13 aprile Lay Giannini, Mattia Nisi e Lorenzo Casali, allenati da Riccardo Pallotta e Fabrizio Marcotullio, si sono laureati campioni, regalando una grande soddisfazione alla ginnastica anconetana. Con 158,950 punti hanno superato la Ginnastica Civitavecchia e la Virtus Pasqualetti di Macerata, piazzate rispettivamente al secondo e al terzo posto con lo stesso punteggio: 158,550.

Il settore maschile dell’Associazione ginnastica giovanile Ancona è arrivato alla fase interregionale dopo aver condotto un ottimo campionato regionale, che ha visto la squadra A sempre sul podio, la squadra B ugualmente classificata per la gara di sabato, ben due altre squadre in competizione e anche una squadra in gara per la serie B, che ha conquistato il titolo regionale.

901814_10200307778231929_1691898033_oUn gruppo di piccoli campioni e di grandi promesse, dunque, visto che i vincitori del titolo interregionale hanno un’età compresa tra i 10 e i 12 anni. Ma anche un nutritissimo vivaio: complessivamente hanno gareggiato nel campionato regionale di serie C quattro squadre, per un totale di quindici ragazzi, di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, la maggior parte dei quali, tra l’altro, prende regolarmente parte agli allenamenti regionali organizzati periodicamente al Centro federale di Fermo.

Il 2013 si conferma un anno molto interessante per la Ginnastica giovanile Ancona, che, tra l’altro, oltre a riscuotere successi agonistici, è protagonista di due importanti appuntamenti nazionali. Il 9 febbraio la società ha registrato il tutto esaurito al Palarossini, con 4500 persone che hanno assistito alla prima prova dei campionati nazionali di serie A e in queste settimane si sta preparando ad accogliere atleti e pubblico per la prova dei campionati nazionali assoluti, in programma per il 25 maggio.

 

Nelle foto:

1. I campioni interregionali della giovanile Ancona squadra A (da sinistra: Lay Giannini, Mattia Nisi, Lorenzo Casali) e gli allenatori (da sinistra: Fabrizio Marcotullio, Riccardo Pallotta)

2. Alcuni atleti del vivaio della Giovanile Ancona (squadre A e B). Davanti, da sinistra: Lay Giannini, Lorenzo Rozzi, Nicolò Bontempi, Marco Gigli, Francesco Tortorelli. Dietro, da sinistra: allenatore Fabrizio Marcotullio, Luca Bontempi, Mattia Nisi, Tommaso Boriani, allenatore Riccardo Pallotta