Archivio per la categoria ‘Senza categoria’

IMPARO A SCRIVERE… UN’INTERVISTA

Pubblicato: 29 gennaio 2015 in Senza categoria

E questa è la mia lezione! clicca qui per il power point: intervista

Annunci

Alessia non smette di correre

Pubblicato: 24 novembre 2014 in Senza categoria
Alessia Polita con l'assessore Luigi Viventi questa mattina in Regione

Alessia Polita con l’assessore Luigi Viventi questa mattina in Regione

“E’ il 15 giugno, mi trovo nel Circuito di casa, Misano Adriatico, devo effettuare il mio ultimo turno di qualifiche per poi gareggiare nel pomeriggio. La giornata è perfetta, il clima non troppo caldo, la moto non è assettata perfettamente, ma la voglia di migliorare è tanta, e la concentrazione sale sempre di più. Scattano le 9 e mi avvio dentro la pista, saluto Eddi e mio babbo che mi aspettano al muretto della pit-lane ed entro in quella che chiamo oggi “la mia trappola”. Percorro ogni curva con la solita concentrazione che impadronisce il mio corpo: Variante del Parco, Curva Rio, Variante Arena, Quercia, Tramonto, percorro il curvone un po’ più veloce per scaldare meglio le gomme, curva del Carro ed entro alla Misano 1 pronta per fare il tempo. Mi metto in carena per inserirmi alla Misano 2 o meglio curva 16, ma in quel tratto la mia moto non reagisce più ai miei comandi. In un attimo mi trovo per terra e poi più nulla. Da quel giorno la mia vita cambia. Cambia il mio modo di vedere le cose. La paralisi agli arti inferiori mi scaraventa in un mondo tutto nuovo per me. Non ho mai accettato la mia condizione attuale, non mi sono mai rassegnata a questa realtà e anche se molto probabilmente la mia vita sarà sopra ad una sedia a rotelle, ho deciso di “incamminarmi” in questa avventura”.

Non scrivo mai niente del mio lavoro nel blog, ma questa sì. E’ il racconto di Alessia Polita, la campionessa del motociclismo, che ha perso l’uso delle gambe in un incidente di gara  a Misano Adriatico il 15 giugno 2013 durante la seconda sessione di prove ufficiali del Campionato Italiano Velocità nella categoria Stock 600.

L’ho conosciuta questa mattina durante la conferenza stampa di presentazione di un evento sportivo organizzato da lei stessa per sostenere la ricerca per la cura della mielolesione. L’evento si chiama Lady Polita Day ed è una gara di kart in programma per domenica 30 novembre alle 9 alla Chiusa di Agugliano, con gli amici di Alessia, che si chiamano  Marco Melandri, Mattia Pasini, Claudio Corti, Franco Morbidelli, Dj Ringo e tanti altri, fino ad arrivare a quaranta grandi nomi, catalizzati attorno a questa ragazza che forse è ancora tanto arrabbiata per quello che le è capitato, ma che non si arrende di fronte alla sfortuna.

Alessia è come me la immaginavo, un po’ conoscendo il mondo del motociclismo, un po’ dai racconti di Luana Vescovi, che la segue da subito dopo l’incidente in questa avventura, con altri amici: poche parole, niente retorica, molta concretezza. E poi gli occhi, quelli dei piloti, che, prima di partire, sono l’unico lato umano che vedi, fuori dalla corazza del casco, della tuta, delle emozioni da dominare. E forse per questo sanno parlare così tanto, che tutto il resto non conta.

Erano passati pochissimi giorni da quel 15 giugno 2013 quando ho ricevuto in ufficio la prima mail di Luana (era il 21 giugno!), che già si era attivata, insieme con Alex, fratello di Alessia, “per aiutarla – scrivevano nel primo comunicato stampa – nel difficile percorso di vita che l’aspetta”, e non solo per sostenerla economicamente, ma anche con l’obiettivo di farla scendere di nuovo in campo, appena possibile, “per rendersi utile anche agli altri”.

Insieme con “coraggio”, infatti, “amici” è la parola chiave di questa vicenda. Gli amici di Alessia ci sono stati subito, prima ancora, forse, di sapere quello che realmente stava succedendo o sarebbe successo. Da qui è nata l’associazione Lady Polita Onlus e, con il rientro a casa di Alessia dall’ospedale, ha preso forma il progetto che ha la sua prima tappa nella gara di domenica.

Io ci vado, perché questa ragazza fa parlare i fatti. E mi piace così.

 

Parole pesanti

Pubblicato: 27 ottobre 2014 in Senza categoria

Immagine su: http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/2013/04/le-parole-sono-capaci-di-ferire/

Ci ho pensato su e ho deciso che devo scrivere questa cosa. Ieri è successo a una persona che amo più della mia vita un fatto molto brutto su facebook. Qui non ci saranno nomi, perché la vittima (sì, la vittima) è già stata sovraesposta. E’ successo che una persona “amica”, abusando della fiducia concessa, è entrata nel profilo di un’altra scrivendo, a nome di quest’ultima, frasi volgarissime e infamanti. Per fortuna altri hanno segnalato quello che stava succedendo e queste frasi non sono rimaste sul profilo che per qualche minuto. Sembra che si sia trattato di uno scherzo. Ma che scherzo è quello che ferisce la dignità di una persona, così tanto per fare? E’ ora di smetterla con le angherie mascherate da scherzi. Gli scherzi fanno ridere, le cattiverie fanno male nel corpo e nello spirito. Facebook è il luogo delle parole e queste hanno sempre un peso, nel bene e nel male, quindi per favore pesatele. Facebook è anche il luogo dell’identità, che va difesa. Soprattutto ai più giovani dico: non svendetela e non regalatela a nessuno: i dispositivi da cui accedete sono vostri e solo vostri, e così pure la password. Cederli significa cedere ad altri la vostra faccia. Ragazzi, è una cosa seria! Da ultimo: Facebook è un luogo potenzialmente meraviglioso, dove condividere, conforntarsi e costruire. Può essere il luogo del bello. Per favore non sporcatelo e isolate chi lo fa.

(Immagine su: http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/2013/04/le-parole-sono-capaci-di-ferire/ )

Ho trovato in rete la lista delle trecento parole da usare in italiano, anziché in inglese. L’elenco nasce dal sito nuovoeutile.it di Annamaria Testa, pubblicitaria, consulente e docente. Una prima stesura, scritta da lei, è diventata virale, catalizzando molte condivisioni e oltre quattrocento commenti, così l’autrice l’ha rivista alla luce dei contributi ricevuti e ha raccolto trecento voci.

Interessante è la “conclusione provvisoria” che si trova qui: Testa scrive, tra l’altro, che “nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza”. Ogni parola, dunque, “è un universo mentale” e la sfida della traduzione è complessa, perché bisogna “passare di parola in parola, da una lingua all’altra, portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso”.

Questo ci dà della lingua una visione molto più modulata e, per me, affascinante. Quando penso all’invasione dell’inglese nell’italiano non sono spaventata e non sento l’impulso di proteggere né di salvare la mia lingua dallo straniero. La lingua, fin quando è parlata, e quindi anche ascoltata, si preserva da sé. Nessuno oggi ha il bisogno di sostituire la parola “film” con pellicola, o “mouse” con… con che cosa? Non esiste l’equivalente italiano di questa metafora inglese che identifica con un topolino il “dispositivo esterno per il controllo del cursore, costituito da una sorta di scatoletta variamente sagomata, libera di muoversi sul tavolo in ogni direzione, e dotata di sensori che ne percepiscono il movimento trasmettendone gli spostamenti al cursore visibile sul monitor” (Hoepli). Anzi, se si cerca la traduzione on line inglese-italiano, a parte il caso quasi isolato di cui sopra, si scopre che in prevalenza si spiega la parola con un esempio e a volte si usa solo una foto:

mouse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per non parlare poi dei prestiti inglesi presenti nell’italiano che nel tempo hanno assunto significati completamente diversi rispetto alla lingua d’origine. Molti sanno, ad esempio, che l’abito maschile che in Italia si chiama smoking in inglese è il “dinner jacket” e in inglese d’america il “tuxedo”. “Smoking” nella sua lingua d’origine mantiene il significato di “fumare” o “fumante” e arriva in Italia con un’altra valenza, probabilmente in seguito alla contrazione dell’espressione inglese “smoking jacket” e al colore, nero, dell’indumento che essa indicava, per inciso per nulla mondano, poiché si trattava di una veste da camera per fumatori. Nonostante i tentativi del purismo fascista di trasformarla in “giacchetta da sera”, e a dimostrazione del fatto che la lingua persevera sempre lungo la propria strada a prescindere da qualsiasi imperativo esterno, la giacca elegante italiana ha mantenuto negli anni il nome inglese di smoking, che oggi non è sicuramente percepito come un intruso dagli italofoni, alla stregua di stop, film, file, e-mail e di numerosi altri termini. Nell’uso degli acronimi, inoltre, c’è una ben più marcata e spesso inconsapevole perdita della memoria delle origini: quasi tutti sanno, ad esempio, cosa è il PIN e, poiché ne fanno un uso quotidiano, ne percepiscono il significato, ma ignorano forse che questa sigla indica l’espressione inglese Personal identity number.

Dunque il lungo elenco dei termini inglesi che potrebbero essere sostituiti dall’italiano non desta interesse in termini protezionistici, quanto, semmai, di opportunità ed efficacia comunicativa. Scorrendo le slide (o dovremmo dire “immagini di presentazione”?), da “abstract” a “workshop”, non si può fare a meno di notare che alcune parole sono necessariamente conosciute e usate in alcuni contesti globali: “waiting list” in un aeroporto internazionale è più efficace di lista d’attesa, “size” sull’etichetta di una maglietta prodotta per essere esportata in tutto il mondo evita che la stessa targhetta debba essere, per amore di traduzione, lunga come la maglia alla quale è attaccata.

Ma non si può, parimenti, fare a meno di sentire le stonature: vi sono termini che, non essendo entrati nell’uso comune, disturbano il flusso della comunicazione in quanto il loro significato non è immediatamente percepibile. Dopo aver premesso che al concetto di percezione va attribuita qui una valenza soggettiva (per me sono abbastanza marziani, ad esempio, termini come “body copy” e “cash flow”, che per altri, con esperienza differente dalla mia, potrebbero risultare chiarissimi), si nota che il gruppo di parole potenzialmente “aliene” può essere usato sia per esprimere il loro significato proprio, sia per trasmettere metasignificati, quali la competenza tecnica del soggetto che le usa o una determinata sua volontà di diversificarsi dalla pluralità dei parlanti.

Ognuna di queste parole, dunque, a modo suo, parla e comunica e quindi, come si dice, nessuno le può giudicare. Non si sa quali entreranno nel grande gruppo del linguaggio comune, ma la lista di Annamaria Testa è interessante perché, a ben vedere, è l’istantanea di una strada, lungo la quale corrono le parole, avvicinandosi o allontanandosi dal comune sentire della lingua.

SchermataSei d’Ancona se… “te metti la filandese e vai al bar a mangià la polacca”. Oppure, come ha scritto la mia amica Paola Ciccioli, sei di Urbisaglia  “se d’inverno javi all’asilo Giannelli. E d’estate in colonia all’asilo Giannelli”. Sei di Rovigo, sei di Mestre, sei di Ceccano, sei di Trento o di Teramo, sei di questa o di quella scuola, di un quartiere o dell’atro… . Facebook è pieno di gruppi del genere, all’interno dei quali le persone raccontano, per lo più in dialetto nel caso delle città e dei paesi, storia, storie, fatti, personaggi, modi di dire e di fare di un luogo condiviso. Il vestito che questi gruppi indossano è vario: si va dal gruppo chiuso a quello aperto, dalla comunità al personaggio pubblico, con il minimo comune denominatore del senso di appartenenza.

Mi sono iscritta al gruppo anconetano per curiosità e anche per… senso d’appartenenza, viste le mie origini doriche. Scorrendo i numerossissimi post, ho notato prima di tutto l’entusiasmo delle persone e la grande quantità dei contributi, l’uso del dialetto, che fa di queste pagine veri e propri contenitori di indicazioni interessanti per gli addetti ai lavori (linguisti, glottologi, filologi…), e una altrettanto interessante stratificazione di “periodi storici”, che pone l’accento non solo sui fatti e sui linguaggi ormai consolidati perché molto lontani nel tempo, ma anche su quelli più recenti che, grazie all’accordo degli utenti (contributi al post, mi piace, condivisioni…), trovano in queste pagine il primo luogo del riconoscimento ufficiale come “fatto storico”. Faccio un esempio: la citazione del cà de Luzi, riconosciuto simbolo anconetano della malasorte, citato anche dagli studi più accreditati sul dialetto della città, si accompagna a quella relativa ai nomi di alcuni esercizi commerciali, esistenti ancora solo qualche anno fa e ormai cambiati, che però sono rimasti nella memoria degli anconetani con valore toponomastico: il Joyland per indicare l’ipermercato Auchan nel centro commerciale di via Scataglini e Il Sorrentino, vecchio ma mai dimenticato nome dell’attuale pizzeria Il Pincio.

Si tratta sicuramente di una moda social, ma secondo me c’è di più, perché è, di fatto, la ricerca strutturata dell’appartenenza, che fa parte dell’identità dei social network. E’, nei modi discorsivi e narrativi di Facebook, l’altra faccia dell’hashtag.

Gli scemi

Pubblicato: 12 febbraio 2014 in Senza categoria
Tag:

Mi devo ricordare di fare attenzione alle persone che frequento, perché poi ci rimango male se mi accorgo che sono sceme.

La violenza. Sta entrando pericolosamente nelle nostre abitudini quotidiane e c’è chi la giustifica con tranquillità, ritenendola una risposta come un’altra a una situazione difficile, a un dissidio, a una incomprensione.

Alcuni giorni fa mi sono trovata in un luogo frequentato da molti bambini, dove è entrata una persona che ne ha picchiata un’altra a causa, sembra, di un diverbio nato tempo prima. Una persona è stata picchiata e pesantemente minacciata di fronte ai ragazzi, anche piccoli. Ma c’è di più: chi doveva ristabilire l’ordine ha affermato con naturalezza che l’episodio ci poteva stare, perché la violenza nasceva da una provocazione (tutta da dimostrare, peraltro). Io non so a voi, ma questo episodio mi sembra quasi più grave del primo: è lo sdoganamento della violenza fisica, è la deriva della convivenza civile.

Spero che sia un episodio circoscritto, frutto di una crisi di nervi nata e cresciuta tra le strade troppo strette di una città troppo di provincia. Ma poi leggo del linciaggio social a Laura Boldrini , l’ennesimo da parte del M5S, e mi rendo conto che il problema non è isolato, che stiamo veramente andando alla deriva, che alla strada del confronto si preferisce la scorciatoia della cancellazione violenta dell’avversario. Vince chi è più forte, chi alza di più la voce, chi minaccia di più, chi è sostenuto dal gruppo più potente o più numeroso. La parola cede il passo alla parolaccia, e sempre più spesso al gesto che ferisce, nel corpo e nell’anima. Non ci frega niente di mostrare la parte cattiva di noi nemmeno ai ragazzi, che impassibili ci guardano e chissà cosa pensano, come elaborano, chi diventeranno dopo aver assistito a questa deriva.

Bisogna leggere, scrivere, parlare, raccontare e conversare, perché le parole devono continuare a occupare il loro spazio. Non possiamo permetterci di far cedere loro un millimetro in più.

“Sono uno di quelli che per capire le cose ha assolutamente bisogno di scriverle» dice Murakami a un certo punto in Norwegian Wood. Capita anche a me la stessa cosa ed è una consolazione che anche un grande la pensi così.