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selfie papaOrmai per me è quasi una tradizione l’appuntamento con i corsi di aggiornamento-preparazione all’esame di stato organizzati all’Ifg di Urbino dall’Ordine dei giornalisti delle Marche.

Come riflettevo ieri con i colleghi presenti alla lezione-chiacchierata, che ringrazio per l’interessante scambio di idee, il mio intervento ogni volta ha bisogno di essere ripensato quasi completamente. Se per esempio riproponessi all’uditorio le riflessioni sui social media di appena quattro o cinque anni fa, ci sarebbe tanto da sorridere.

La nuova lezione si intitola: “L’ufficio stampa ai tempi dei non-proprio-media” e quest’ultima espressione l’ho mutuata da un interessante post di Mario Tedeschini Lalli. In una nota del 2012 sul blog Giornalismo d’altri Tedeschini introduce il concetto di fungibilità, traducendo un contributo dell’architetto dell’informazione belga Stijn Debrouwere, che, a proposito del ruolo del giornalismo oggi, afferma: “Le cose non resteranno uguali per sempre e un settore economico non può sopravvivere solo sul proprio capitale simbolico come i grandi discorsi sulla democrazia e il Quarto potere. Se robe che non sono giornalismo intrattengono, informano e facilitano l’azione meglio delle robe che lo sono, non scommetterei sulla prosperità del giornalismo”.

Dunque nelle quattro (!!) ore a me assegnate, dopo un excursus normativo e storico, parto dalla foto che sta in testa al post per sviluppare questo tema, che, visto dalla parte degli uffici stampa, si traduce in una domanda: con chi parliamo adesso?

Ecco i link:

La comunicazione istituzionale lezione completa

La comunicazione istituzionale-1 LEGGI

La comunicazione istituzionale-2 STORIA

La comunicazione istituzionale-3 INTERLOCUTORI

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Josh Stearns

The five W’s of journalism remain a cornerstone of newsgathering today, but I have been increasingly thinking about five C’s as well: Context, Conversation, Curation, Community and Collaboration.

Below I try to define each, with particular attention to how they intersect, and I link to one good piece of writing on the topic.

Nothing about this is supposed to be comprehensive, nor is it particularly original, it’s just a list of the things I’m thinking about right now and an invitation for you to add your thoughts. 

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Guarda il video (La Stampa Tv)

Chi l’avrebbe mai pensato che il concetto di riuso sarebbe arrivato fino ai dati della Pubblica Amministrazione, per superare il principio della trasparenza,ormai più che ventennale e consolidato (almeno sulla carta)? Eppure succede.

Il cittadino-padrone di casa della Pa, che dagli anni ’90 vede garantito il suo diritto di accesso alle informazioni, ai documenti e allo stato dei procedimenti della pubblica amministrazione che lo riguardano, oggi vorrebbe diventare un proprietario ancora più “attivo”, che riusa e manipola le informazioni della stessa amministrazione, anche per scopi diversi da quelli strettamente privati, anche per interessi commerciali.

Alla base c’è proprio un diverso concetto di proprietà e, se vogliamo, possiamo dire di essere arrivati sin qui grazie al fatto che negli anni ‘Novanta abbiamo avuto la possibilità di accedere come proprietari nei luoghi della pubblica amministrazione. Un dato, il cui titolare è una Pa, dovrebbe essere rilasciato come dato aperto indifferentemente a tutti i cittadini in quanto l’Ente pubblico non è altro che una rappresentanza dei cittadini che svolge attività volta alla cura degli interessi della collettività*. E non si tratta, qui, della mera affermazione di un principio rivoluzionario, ma della presa d’atto di una tendenza della quale si può cominciare a tracciare un percorso storico: è la storia degli open data, cioè della liberazione dei dati pubblici.

L’inizio è negli Stati Uniti: a dicembre del 2009 Barack Obama, al suo primo mandato alla Casa Bianca, emana la direttiva sull’Open Government che parla di dati aperti, di formati aperti, di servizi di download dal Web, di riuso. Il Governo inaugura anche il portale Data.gov dedicato all’Open Data, sul quale risulta subito evidente che i dati più richiesti e quindi più scaricati sono quelli geografici. In Italia la prima Regione ad adottare una licenza realmente open è il Piemonte: a maggio del 2010 offre una quantità di dati – geografici e non – sul nuovo portale www.dati.piemonte.it . Anche se con un paio d’anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti, il Governo Italiano si accorge delle potenzialità dell’Open Data e nell’autunno 2011 lancia il portale Dati.gov, anche se l’iniziativa non è ancora supportata da una legge nazionale. Nell’autunno dello stesso anno partono analoghe iniziative della Regione Emilia Romagna e dell’Istat. Da quel momento in poi alcune altre Regioni emanano leggi e delibere regionali sul tema. Non mancano Province e Comuni virtuosi e i primi a muoversi tra gli enti centrali sono il Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca ed il Ministero della Salute. La legge nazionale arriva in Italia a dicembre 2012 ed è la numero 221, che dedica il comma 9 dell’articolo 9 ai Dati Aperti, introducendo tutti gli elementi fondamentali per l’attuazione: formati, metadati, licenze d’uso, diffusione, riuso, gratuità del dato. La legge stabilisce inoltre l’apertura per default: “I dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, con qualsiasi modalità, senza l’espressa adozione di una licenza di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto ai sensi all’articolo 68, comma 3, del presente Codice”. Questa importante definizione inverte di fatto il principio in uso nel diritto d’autore italiano che afferma che, salvo diversa indicazione, tutti i diritti sono riservati. Alla legge 221/2012 si affiancano il D.L. 179/2012 e le norme in materia di trasparenza dell’azione amministrativa e di pubblicazione (D.L. 14 marzo 2013, n. 33, recante “riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”). La prescrizione per le PA è chiaramente orientata alla pubblicazione di dati in formati open e liberamente utilizzabili, salvo casi eccezionali da motivare. In questo senso si leggono anche due puntuali indicazioni dell’Agenda Digitale Europea: la action n. 3 (relativa all’indicazione di aprire i dati per il riuso tra le azioni tese a favorire il mercato unico digitale) e la action n. 85 (relativa all’accesso pubblico alla direttiva sulle informazioni ambientali).

A confermare la scelta italiana il 13 giugno 2013 il Parlamento Europeo ha approvato la revisione della direttiva 2003/98/CE del 17 novembre 2003, relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico (direttiva PSI – Public Sector Information). Con tali modifiche si aumenta notevolmente la possibilità di utilizzare i dati pubblici con una logica tipicamente Open Data.

Intanto negli Stati Uniti il 10 maggio 2013 il presidente Obama approva un ordine esecutivo, approvato dal presidente Obama, nel quale si dispone che tutte le agenzie governative dovranno adottare Open Data interoperabili, “machine readble”.

Anche il G8 (Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea) a giugno 2013 si è espresso a favore dell’Open Data. I membri hanno firmato la Carta Open Data che definisce l’impegno dei Paesi su cinque principi strategici. I membri del G8 hanno anche identificato 14 settori di alto valore per i quali rilasciare dati aperti.

I potenziali riutilizzatori dei Dati Aperti della Pubblica Amministrazione possono essere divisi in due macro-gruppi: coloro che dall’uso di questi dati traggono un beneficio di conoscenza e coloro che ne traggono un beneficio economico. Da un lato si pongono dunque il comune cittadino che attraverso di essi ottiene informazioni utili e controlla il corretto operato della Pubblica Amministrazione, i ricercatori e gli studenti che utilizzano ed elaborano i dati per motivi di studio, i giornalisti che li utilizzano a scopo informativo, le altre Amministrazioni che possono all’occorrenza integrare i propri dati con quelli provenienti da altre fonti pubbliche, senza la necessità di convenzioni ed accordi per il riuso come è successo fino ad oggi. Dall’altro lato si trova un gruppo di utenti che possono usare i dati come facilitazione economica e operativa per il proprio lavoro. Fanno parte di questo gruppo architetti, ingegneri, geometri, geologi, pianificatori, agronomi, e tutti coloro che devono reperire cartografia di base e tematica, di piani e vincoli, dei dati catastali, di sondaggi del sottosuolo), ma anche gli informatici e le aziende che sviluppano software. Quindi l’Open Data non è finalizzato solo alla trasparenza e disponibilità di dati che il cittadino ha contribuito a realizzare pagando le tasse, nonché alla semplificazione delle pratiche tecnico-amministrative, ma anche allo sviluppo economico del mercato, perché sollecita la Pubblica Amministrazione a rilasciare i dati con licenze che consentano il riuso commerciale dei medesimi

Gli Enti che in Italia hanno già reso disponibili Dati Aperti, hanno scelto diverse modalità: dichiarare che tutti i contenuti, compresi i dati e le banche dati, del sito istituzionale sono riutilizzabili con licenza aperta (es. Istat); aprire una sezione del sito istituzionale dedicata ai Dati Aperti (es. Ministero dell’Istruzione Università Ricerca). E’ importante, in ogni caso, che gli Enti stabiliscano un processo virtuoso che consenta di pubblicare dati sempre aggiornati, corretti, esaustivi e di buona qualità. Ciò che è necessario sottolineare, a questo proposito, è la sostanziale differenza fra “disponibilità” ed “apertura” dei dati, che dipende essenzialmente dalla licenza d’uso: per poter essere definita open, quest’ultima deve consentire il più ampio riuso possibile dei dati, anche per finalità commerciali.

La legge 221/2012 stabilisce anche il luogo fisico di pubblicazione: “Le pubbliche amministrazioni pubblicano nel proprio sito Web, all’interno della sezione <Trasparenza, valutazione e merito>, il catalogo dei dati, dei Metadati (descrittori dei dati), e delle relative banche dati in loro possesso ed i regolamenti che ne disciplinano l’esercizio della facoltà di accesso telematico e il riutilizzo”. Al fine di consentire un uso certo, oltre che diffuso e generalizzato e ache una interoperabilità tra i vari sistemi e le varie fonti,  il Metadati di un dataset, oltre a contenerne il titolo, la descrizione ed il formato, deve necessariamente contenere altre informazioni indispensabili al riuso, come ad esempio: il sistema di riferimento adottato, il significato degli attributi, la genealogia del dataset (cioè come e perché è stato generato), il grado di aggiornamento, l’accuratezza, l’esaustività e completezza, l’eventuale certificazione, i riferimenti del gestore, ecc. Sembra però che il concetto di Metadati non sia molto noto in quella parte della Pubblica Amministrazione che non si occupa principalmente di dati geografici. Nella rete sono infatti frequenti i casi di descrizioni insufficienti che rendono spesso inutilizzabili i dataset associati. Una criticità è attualmente rappresentata dalla terminologia utilizzata e dalla diversità fra modelli di dati denominati allo stesso modo. Come già precedentemente detto, è necessario un buon intervento normativo in merito, che consenta di definire vocabolari comuni e denominazioni stabili riferite a modelli standard di dati.

Per rendere riutilizzabile un dataset è necessario prevedere più tipologie di servizi di pubblicazione: servizi di consultazione e stampa dei dati con strumenti appropriati e licenza open; possibilità di scaricare il dato in formati non proprietari con licenza open; servizi di interoperabilità geografica con licenza open; servizi di Linked Open Data con licenza open. Alcuni Enti si stanno federando unificando i cataloghi dei dati. La ricerca sui portali federati avviene per mezzo di un indice comune tra i portali che usano la stessa piattaforma (es. Regione Piemonte, Regione Emilia Romagna, ARPA Piemonte) e non esclude la possibilità di accedere a cataloghi sviluppati su altre piattaforme.

Per la realtà italiana si segnalano i portali Dati.gov e DatiOpen.it.

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*Molte delle informazioni presenti in questo post sono tratte da BIALLO, G. (eds.) (2013) – Dati Geografici Aperti – Istruzioni per l’uso. Associazione OpenGeoData Italia, Roma. www.opengeodata.it

Novità dell’ultimo anno: i social media entrano definitivamente a far parte del panorama comunicativo degli enti pubblici. Se, con l’affermarsi di Facebook, cinque o sei anni fa si discuteva dell’opportunità o meno di vietarne l’uso ai dipendenti in orario di lavoro, oggi, vista anche la presenza massiccia e generalizzata del popolo del web (e non solo) sulle diverse piattaforme, il dibattito è stato ampiamente superato. A questo punto comincia a delinearsi in modo sempre più netto la riflessione sull’efficacia della comunicazione social nel rapporto con il cittadino e, di pari passo, si sviluppa in quantità e qualità l’uso strutturato dei social nella Pa.

Tra le prime raccolte e interpretazioni di dati italiani sul tema, risultano interessanti il rapporto #TwitterPA 2012 curato da Giovanni Arata, e lo studio sulle Aziende di Promozione Turistica regionali condotto da Vincenzo Cosenza, Social Media Strategist e responsabile della sede romana di BlogMeter, società di analisi delle conversazioni in rete e delle interazioni sui social media.  

L’analisi, come spiega lo stesso Cosenza su Agenda Digitale in un post datato 11 dicembre 2012, “ha preso in considerazione oltre 920.000 interazioni avvenute sulle pagine Facebook e sui profili Twitter delle APT, al fine di individuare le migliori pratiche e i ritardi nella comprensione delle nuove meccaniche di comunicazione. Tre le risultanze principali:

–       il turismo sembra essere un asset di comunicazione molto potente ed efficace per la costruzione della brand identity regionale. Mentre, mediamente, le pagine ufficiali delle regioni risultano poco appealing per il cittadino, quelle gestite dalle APT riescono a generare più coinvolgimento;

–       le APT che riescono a stabilire un legame continuativo con il cittadino/visitatore sono quelle che hanno capito che la gestione dei social media non s’improvvisa, ma necessita di un investimento in risorse umane e finanziarie (spesso hanno un team dedicato e una strategia di comunicazione integrata). Ciò che ancora manca, anche nelle realtà più evolute, è la cultura della misurazione dei risultati, del tracciamento delle attività di comunicazione social;

–       L’uso dei social media è ancora molto promozionale e poco attento al supporto dell’utente. Su Facebook il tasso di risposta ai fan che postano in bacheca è basso. Ciò indica che si stanno perdendo delle grosse opportunità in termini di “Social CRM” ossia di cura del cliente o del prospect nelle fasi pre e post esperienza turistica.  

Nel dettaglio su Facebook, il social network più frequentato dagli italiani (vedi Osservatorio Social Media), è presente l’80% delle Regioni. Sei mesi di osservazione hanno permesso di cogliere lo stadio di evoluzione attuale, riassumibile attraverso una mappa di posizionamento, basata su tre elementi: numero di fan, engagement totale sviluppato (like, commenti, condivisioni, post degli utenti in bacheca), post scritti dal brand.

Il quadrante dei leader è occupato da VisitTrentino, che si contraddistingue per la capacità di coinvolgere i membri della sua community (290.323 interazioni generate sulla pagina dai suoi 61.266 fan), VisitSicily e Tuscany, che invece spiccano per una base di fan molto ampia e comunque piuttosto attiva (rispettivamente, 133.240 e 126.812 fan). Il Trentino ha anche il primato in termini di rapporto tra engagement e base di fan, vale a dire che per ogni mille fan ottiene una media di 52 interazioni sulla pagina.

Mentre la Toscana è quella che riesce a scrivere i post più coinvolgenti per la propria community, in pratica ognuno di essi mediamente riesce a generare 486 interazioni (siano essi semplici “mi piace”, commenti, condivisioni, post spontanei).

Tra gli “Engagers” (quelli che riescono a coinvolgere molto, pur avendo pochi fan) spuntano VisitSardinia (95.737 interazioni totali) e Liguria (59.597 interazioni), mentre al contrario, Südtirol e Puglia Events (dedicato, però, solo agli eventi) hanno un’ampio bacino di fan (rispettivamente 61.157 e 73.172), ma devono ancora capire come stimolarli costantemente (non raggiungono infatti le 30.000 interazioni in un periodo di 6 mesi).

Su Twitter siamo ad uno stadio embrionale. Le APT non hanno trovato la chiave giusta per relazionarsi al proprio pubblico di riferimento. I numeri sono molto più modesti. Turismo Emilia Romagna si segnala per il suo attivismo (851 tweet in un mese) e la capacità di usare bene le grammatiche del social network. In ciò ripagata in termini di menzioni (1.331) e di impression totali (oltre 9 milioni).

Nel quadrante principale troviamo anche VisitTrentino, al secondo posto per menzioni ricevute, e MarcheTurismo, che nell’ultimo mese ha visto aumentare i suoi follower del 22%.

Tra le strategie di content management vincenti si segnalano la pubblicazione di foto evocative, la copertura di eventi, le comunicazioni di servizio, il coinvolgimento degli utenti nella co-gestione della pagina (lo fa VisitTrentino che invita i fan a gestire i contenuti della pagina Facebook per una settimana, adottando la loro immagine come foto profilo ufficiale).

In definitiva le Regioni italiane hanno compreso che l’esperienza turistica passa dalla rete. Ora si tratta di dar seguito a queste attività, che spesso nascono come “campagne” one shot.

E’ necessario impegnare più risorse nella creazione di gruppi di lavoro dedicati in grado non solo di gestire con creatività e continuità una presenza sui social media, ma anche di creare le risorse digitali multilingua cui rimandare. Sembra incredibile, ma la realtà è che molto spesso mancano pagine web, video, audioguide pensate per i visitatori stranieri.

Infine una presenza in rete non può fermarsi alla mera promozione, ma deve essere in grado di rispondere alle richieste dei cittadini/turisti. Oggi invece chi gestisce i social media non è l’URP e quindi non riesce a rispondere compiutamente a causa dei rigidi steccati organizzativi e culturali presenti”.

Ivy Ledbetter Lee

Ivy Ledbetter Lee

The founder of the profession of Public Relations, Ivy lee, a Georgia gentleman who described himself as a “physician to corporate bodies”, believed that corporations should not conceal the truth from the press and that business leaders should not shun publicity. His principles helped to make American business more public-spirited and humanitarian (Historic Markers Across Georgia)

Le vere e proprie origini della comunicazione pubblica risalgono all’inizio del 1900, in America. Gli eccessi delle grandi aziende, delle compagnie ferroviarie ed elettriche, delle banche e degli altri componenti del mondo dell’industria e della finanza avevano fatto nascere movimenti di protesta e di riforma agli inizi del secolo. Dal 1903 al 1914 molti giornali e quasi tutte le riviste a grande tiratura pubblicarono articoli di denuncia contro i metodi usati dalle aziende per imbrogliare gli azionisti, scaricare perdite sul pubblico, corrompere i pubblici poteri. Diviene pertanto consuetudine, da parte delle grandi aziende, assumere publicity men. Si moltiplicano, così, le ditte di pubblicità.

In questo contesto si afferma il giornalista economico Ivy Lee.

Ivy Ledbetter Lee (Cedartown, 16 luglio 1877 – 9 novembre 1934) è considerato, assieme a Edward Bernays, uno dei padri delle moderne pubbliche relazioni. Avviò la sua carriera come giornalista e stringer per conto di noti periodici quali New York Journal American, New York Times e New York World. Dopo cinque anni nel settore giornalistico, Lee ottenne il suo primo lavoro nel 1903 come direttore pubblicitario per il Citizens Union, organizzazione che appoggiava la candidatura del politico repubblicano Seth Low a sindaco di New York. Pubblicò il libro The Best Administration New York City Ever Had (La migliore amministrazione che New York abbia mai avuto). L’anno seguente accettò un incarico per conto del partito democratico Democratic National Committee. All’interno di questo comitato, strinse dei rapporti col giornalista George Parker, il quale aveva gestito una campagna pubblicitaria per Grover Cleveland durante la sua terza candidatura presidenziale. Nel tardo 1904, i due colleghi fondarono la terza società di pubbliche relazione degli Stati Uniti, la Parker & Lee. La nuova agenzia si vantava di “Precisione, autenticità, e interessi”. La ditta Parker e Lee non arrivò ai quattro anni di vita, ma in seguito Lee sarebbe diventato uno dei più influenti pionieri delle pubbliche relazioni. Egli elaborò ed affermò la sua filosofia nel 1906 nella Declaration of Principles (Dichiarazione dei principi), la prima espressione del concetto che vedeva i professionisti delle relazioni pubbliche come coloro che si assumevano una responsabilità pubblica che si estende oltre gli obblighi verso il cliente. Nello stesso anno, passò alla società ferroviaria Pennsylvania Railroad come assistente del presidente.

La sua filosofia della comunicazione si basava sul principio che per riconquistare la fiducia del pubblico le aziende avrebbero dovuto sciogliere i sigilli, mettere i loro libri contabili a disposizione di tutti e fare appello alla gente comune. La politica del silenzio e del segreto non pagava. Come press agent di una grande azienda produttrice di antracite, dichiarò:

“This is not a secret press bureau. All our work is done in the open. We aim to supply news. This is not an advertising agency. If you think any of our matter ought properly to go to your business office, do not use it. Our matter is accurate. Further details on any subject treated will be supplied promptly, and any editor will be assisted most carefully in verifying directly any statement of fact. … In brief, our plan is frankly, and openly, on behalf of business concerns and public institutions, to supply the press and public of the United States prompt and accurate information concerning subjects which it is of value and interest to the public to know about”.*

La dichiarazione fu fatta nel corso di uno sciopero e il lavoro dei cronisti fu molto semplificato. Sebbene infatti la stampa non fu ammessa nel locale dove si svolgevano le trattative fra aziende e scioperanti, Lee provvide a distribuire comunicati dopo ogni seduta.

Nel 1906, quando era press agent della Pennsylvania Railroad, accadde un incidente ferroviario e lui con un treno speciale, per la prima volta, portò i giornalisti sul luogo dell’incidente e fornì loro ogni tipo di assistenza. L’azienda non aveva mai goduto di un trattamento così favorevole da parte della stampa.

Ivy Lee teorizzò che il lavoro del comuniocatore era quello di far capire l’azienda al pubblico e il pubblico all’azienda e introdusse il termine di publicity, cioè relazioni pubbliche. Fu tra i primi a rendersi conto dell’inutilità della pubblicità, se questa non fosse preceduta e seguita da un comportamento corretto dell’impresa, e a capire che soltanto l’azione poteva costituire un plafond per influenzare la clientela. Vide anche l’importanza di umanizzare il mondo imprenditoriale e non si stancò mai di sottolineare l’importanza del fattore umano.

Uno dei suoi incarichi più importanti fu la collaborazione con il magnate John D. Rockefeller. Nel 1914 si impegnò per scaginarlo dall’accusa di omicidio. Rockefeller aveva assoldato alcuni agenti della Guardia del Colorado per sedare uno sciopero: durante l’assalto al campo degli scioperanti rimasero uccise 20 persone. Lee diffuse una versione modificata dei fatti per coprire Rockefeller. Nel 1919 fondò il suo Ufficio di pubbliche relazioni, Ivy Lee & Associates. Durante la Prima guerra mondiale, Lee lavorò come direttore pubblicitario, e poi come assistente del presidente della Croce Rossa americana.

Ivy Lee morì a causa di un tumore al cervello, il 9 novembre 1934, all’età di 57 anni.

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* “Questo non è un ufficio stampa segreto. Tutto il nostro lavoro è fatto apertamente. Questa non è un’agenzia di pubblicità. Se pensate che qualuna delle nostre occupazioni starebbe meglio all’ufficio commerciale, abbandonatela. Il nostro compito è preciso. Tutti i nuovi dettagli e tutto ciò che trattiamo sarà prontamente comunicato e ogni giornalista sarà assistito con il massimo dell’impegno nella sua verifica personale dello stato delle cose. …Con tutta onestà e chiarezza il nostro piano consiste nel dare alla stampa e al pubblico degli Stati Uniti informazioni accurate e tempestive su quanto il pubblico vuole sapere, tenendo presenti gli interessi tanto delle aziende, quanto delle pubbliche istituzioni”.

Fonti:

Wikipedia

Historic Markers Across Georgia

 

In Italia le due guerre mondiali e il fascismo, nonostante la diffusione dei media di massa, non hanno affrontato in maniera strutturata le problematiche inerenti il diritto ad essere informati, mentre si è sviluppata in modo diverso nei vari momenti storici, la comunicazione per la promozione d’immagine.

Il boom economico degli anni Sessanta determina però cambiamenti sociali profondi: le città crescono e le campagne si svuotano, si sviluppa il consumo di massa, aumenta il benessere nazionale. Il numero degli addetti all’industria supera quelli dell’agricoltura e la classe operaia acquisisce una centralità di tipo politico. Nascono nuovi soggetti collettivi: giovani e donne acquistano una propria identità politica e culturale. Il contenuto dei messaggi comunicati muta. La natura religiosa, che aveva contraddistinto la comunicazione dalle due guerre alla nascita della Repubblica, è superata dal forte processo di laicizzazione della società del benessere e dei consumi. I principi democratici, fortemente minoritari nei primi anni della Repubblica, si diffondono tra la popolazione. La contrapposizione netta tra Dc e Pci si apre al dialogo e i socialisti sono coinvolti nel governo, al fianco dei democristiani. Il pubblico è assai meno influenzabile, è più istruito, esigente e comincia a dare segni di insofferenza nei confronti della gestione delle informazioni da parte dei partiti politici.

Il momento culminante è il 1968. La comunicazione vive allora il suo momento più innovativo. I media hanno carattere autonomo e sono reali motori di sviluppo e promozione dell’intera società. La televisione è il medium più innovativo, ma si aprono nuovi luoghi di dibattito e incontro: le comunità di base, le comuni giovanili, ecc. Il cinema è al culmine del successo, è il medium con maggiore audience . Le riviste si giovano di tecniche di riproduzione e di trasmissione all’avanguardia. I lettori sono cresciuti e la quantità di popolazione analfabeta è minore. Il ciclostile è lo strumento più economico a disposizione dei giovani contestatori. La piazza, infine, è il luogo di diffusione orale per eccellenza: studenti del 68 e del ’77, operai, divorzisti e radicali, sono i maggiori frequentatori.

A partire dagli anni ’70 si sviluppa nel mondo occidentale la Regional Analysis, nata da alcuni studi compiuti presso l’Università di Chicago, che individua nella regione l’unitàdi analisi centrale*.

E’ invece negli ali anni ’80 e ’90 che prende campo il concetto di marketing urbano specifico strumento per la gestione strategica di una città. Diversi sono i settori in cui può essere applicato: la progettazione di beni e servizi urbani; la creazione di incentivi per gli utenti dei servizi offerti; il miglioramento dell’accesso ai servizi urbani; la promozione dei valori e dell’immagine della città per farne conoscere i vantaggi ai potenziali utenti. Fondamentale per il successo di tale politica è la cooperazione dei vari soggetti che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nella gestione della città: l’amministrazione comunale, gli enti pubblici, le società e le imprese private, i cittadini. Ciascuno di tali soggetti deve lavorare congiuntamente agli altri per raggiungere l’obiettivo prestabilito perché una efficiente gestione urbana non può essere realizzata se non tenendo conto degli interessi, dei suggerimenti e degli orientamenti di tutti gli attori coinvolti.

E’ a questo punto che per la pubblica amministrazione diventa necessario utilizzare un linguaggio comprensibile dai vari attori coinvolti, soprattutto dagli eventuali investitori privati, la cui presenza è fondamentale all’interno dei programmi complessi. Di qui, la necessità di introdurre figure professionali specializzate per la promozione dell’ente pubblico, cui è demandato il compito di mobilitare risorse pubbliche di diversa provenienza (regionali, nazionali, europee) e di attrarre risorse e capitali privati **.

Un esempio: Piano di Marketing Urbano della città di La Spezia

La caduta del muro di Berlino segna, e non solo simbolicamente, un nuovo cambio di rotta anche per la comunicazione istituzionale. Il declino del sistema partitico è sicuramente uno degli effetti fondamentali. Cambia la classe politica, cambiano i partiti, ne nascono di nuovi.

Il mondo mediatico è governato dalla Tv. La liberalizzazione dell’etere mette a disposizione nuove infinite possibilità di comunicazione. La Tv stessa diventa protagonista del crollo dei partiti, con lo spettacolo mediatico di Tangentopoli. L’avvento del computer segna definitivamente la svolta nel mondo della comunicazione. Le forze politiche ora accettano il mercato dei voti e concorrono alla corsa mediatica per aggiudicarseli, facendo sempre più spesso uso delle nuove tecnologie. Pubblicità e spettacolo sono due elementi essenziali per comunicare e fare apprezzare il prodotto-partito. A cominciare da Bettino Craxi, sino a Silvio Berlusconi, i leader di partito sono fautori di una politica spettacolo e si circondano di professionisti della comunicazione.

In questo contesto si sviluppa negli anni Novanta il concetto di trasparenza delle amministrazioni pubbliche. Nel 1990 sono due le norme d’interesse in proposito: la legge 142/1990 sulle autonomie locali e la legge 241/1990 sull’innovazione in materia dei procedimenti amministrativi. La legge 142/1990 rappresenta il coronamento del processo di decentramento amministrativo avviato nella metà degli anni Settanta con l’istituzione delle Regioni. Gli argomenti contenuti nella norma, riguardano il diritto all’informazione dei cittadini e le forme di accesso e partecipazione ai procedimenti amministrativi. Le amministrazioni pubbliche assumono, per la prima volta, il ruolo d’impresa. Infatti, dal punto di vista formale, la norma sancisce la distinzione tra funzioni di indirizzo e controllo da quelli di carattere gestionale. Queste ultime in particolar modo, annunciano un’innovazione in merito alla mission istituzionale. È di questo periodo la nascita, per esempio, dell’ufficio per la Trasparenza del comune di Firenze. La legge è di particolare interesse anche per il contributo che dà alla definizione del concetto di territorialità. All’art. 7, commi 3 e 4, la legge affronta, rispettivamente, il concetto di trasparenza e il diritto di accesso agli atti amministrativi. Lo stesso articolo evidenzia come lo scambio di informazioni e il diritto all’informazione sono riconosciuti alla comunità degli individui come modalità di relazione efficace nei confronti dell’ente. Si ha inoltre, in questa legge, il primo contributo del diritto al processo che conduce ad un’interpretazione compiuta della comunicazione pubblica del territorio*.

Fonti:

* Storia e Futuro (Massimo Granchi)

** Wikipedia

ARTICOLO21Dopo la caduta del fascismo il governo Parri, nel 1945, sopprime il sottosegretariato per la Stampa, lo Spettacolo ed il Turismo, erede del ministero della Cultura popolare, il principale strumento istituzionale della propaganda del ventennio. Le funzioni e le competenze della comunicazione sono trasferite a un sottosegretariato alla presidenza del Consiglio. A questo punto ha inizio un periodo di transizione, reso complesso dal fatto che, nonostante l’esigenza di individuare un organismo che si occupi della materia, si teme di proporre strumenti riconducibili all’esperienza fascista, che limitino la libertà di espressione e favoriscano il controllo dell’opinione pubblica**.

I principi base della libertà di stampa sono contenuti nell’articolo 21 della Costituzione, che oggi, nel linguaggio comune, non indica solo uno degli articoli del dettato costituzionale, ma, per antonomasia, la libertà di espressione e di informazione:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’inciazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’Autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

Si noti a questo proposito l’accuratezza con cui la Costituzione garantisce la libertà di stampa in Italia. Si tratta di un articolo oggettivamente rivoluzionario, poiché reimposta completamente il concetto di informazione, che, come visto nel post precedente, in Italia nasce e si sviluppa prevalentemente nel senso della propaganda governativa, conferendo una importanza sempre marginale (o nessuna importanza) al cittadino e alla sua necessità di conoscenza del funzionamento dello Stato che lo governa. Si confronti questo articolo con il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che descrive e presuppone una storia e una società radicalmente diverse da quelle italiane: “Congress shall make no law respecting an establishmento of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peacebly to assemble, and to petition the Government for a redress of grievances”*.

Nel periodo repubblicano italiano ricompaiono anche i giornali di partito, mentre la radio rimane ente pubblico e quindi monopolio del governo. Radio e cinema arrivano solo in questa fase, con un certo ritardo, nelle zone periferiche della penisola. Ricompaiono i comizi, i discorsi di piazza, gli incontri pubblici con gli elettori, che facilitano la comunicazione rivolta alle masse, ma la maggior parte della popolazione è analfabeta.

Nel 1948 Alcide de Gasperi, presidente del Consiglio, recupera gli organi del disciolto ministero della Cultura popolare e demanda a due organi preposti, appositamente costituiti (il servizio delle Informazioni e l’ufficio della Proprietà letteraria), le funzioni relative rispettivamente all’informazione pubblica e al diritto d’autore. Nonostante le polemiche che ne derivano (di fatto, nel nuovo ordinamento repubblicano sono inserite strutture e mezzi risalenti al periodo fascista), gli organismi si rivelano molto utili. In un ambiente, quello della presidenza del Consiglio, dove le funzioni esercitate sono principalmente quelle per il coordinamento dell’esecutivo, i due uffici lavorano per generare servizi e prodotti rivolti al cittadino attraverso riviste e libri.

La televisione: nei primi anni Cinquanta, quasi il 40% dei lavoratori è nel settore agricolo, più del 32% è nell’industria e più del 28% è nel terziario. Il reddito pro-capite è tornato ai livelli del 1938. Solo 1/5 della popolazione parla correntemente l’italiano (quasi il 13% continua ad essere analfabeta). In tale contesto socio-economico, il 3 gennaio 1954, con qualche anno di ritardo rispetto agli altri paesi europei, fa la sua comparsa in Italia la televisione . Inizialmente la Tv è vista solo in Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana, Umbria e Lazio. Già alla fine del ’54, la quota di popolazione servita supera il 48%. Nonostante la sua diffusione sia piuttosto rapida, il consumo di massa inizia solo negli anni ’60, quando i comunicatori, soprattutto politici, ricorrendo sempre maggiormente a tale medium , si accorgono delle sue potenzialità diffusive e persuasive. Sino al 1960 nessun leader politico è mai apparso in Tv. La Tv come servizio pubblico viene pensata non solo come occasione di intrattenimento, ma anche come strumento di educazione e informazione. Infatti si pensa che essa possa aiutare a combattere l’ignoranza derivante dal diffuso analfabetismo. In tal senso, essa contribuisce a creare una lingua nazionale molto più della scuola, in quanto istituzione preposta. Negli altri paesi europei, invece, la Tv può già contare su di un livello medio di scolarizzazione più elevato .

Nel ’57 viene introdotta la pubblicità con Carosello, la cui caratteristica è la prevalenza dello spettacolo sullo spot. In un anno vengono trasmessi 1312 spot (circa 4 ogni giorno), per una durata di 49 ore (in media 9 minuti ogni giorno).

Nel ’58, per la prima volta, si decide di organizzare un corso di avviamento professionale per studenti residenti in località prive di scuole: per combattere l’analfabetismo nasce, nel 1960, Non è mai troppo tardi.

Con legge 31 luglio 1959, n. 617, il legislatore lascia gli apparati informativi pubblici alla presidenza del Consiglio. All’art. 7 si legge che il Servizio delle informazioni e l’Ufficio della proprietà letteraria, artistica e scientifica restano, mantenendo le proprie attribuzioni, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. La legge 21 gennaio 1963 istituisce un unico direttore generale per le due strutture. L’informazione pubblica cresce e non si limita più alle rassegne stampa, oppure alla diramazione di comunicati ai media. I disposti normativi, anche se con una certa difficoltà per la mancanza di un definito testo normativo, hanno avallato, nella sostanza, l’autoregolamentazione amministrativa della presidenza del Consiglio (legge 29 gennaio 1975, n. 5 istituzione del ministero per i Beni culturali e ambientali; legge 6 giugno 1975, n. 172 istituzione di un registro nazionale per la stampa; legge 5 agosto 1981, n. 416 istituzione del servizio per l’Editoria nell’ambito della direzione generale, divenuta poi dell’informazione, dell’editoria e della proprietà letteraria, artistica e scientifica).

Il Dpcm 3 novembre 1981 ha adeguato le strutture alla legislazione sopravvenuta e ha istituito tre apposite divisioni, la prima per la tenuta del Registro nazionale della stampa, la seconda per le incombenze in materia di agevolazione per il credito, la terza per il calcolo delle provvidenze. I Dpcm 19 settembre 1986 e 22 dicembre 1986, hanno poi potenziato ulteriormente le strutture addette alla comunicazione istituzionale.  La legge 25 febbraio 1987, n. 67, ha disposto l’istituzione di un apposito capitolo di spesa della presidenza del Consiglio dal 1986 al 1988, dotandolo di un miliardo l’anno per potenziare la struttura, anche attraverso l’aumento del 10% del ruolo del personale**.

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* “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

Fonti:

** Storia e Futuro (Massimo Granchi)

Wikipedia