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asmaeQualche settimana fa ho accettato l’invito dei rappresentanti degli studenti del liceo scientifico Galilei di Ancona a palare della libertà d’espressione in assemblea di istituto. Erano da poco passati i fatti tragici di Charlie Hebdo e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le ragazze rapite in Siria, erano appena state liberate dalla loro prigionia. Sono arrivata in quella sala gremita di ragazzi, dunque, dopo una settimana di odio mediatico mai vissuta in precedenza: islamofobia mischiata a razzismo e ai peggiori insulti beceri e maschilisti contro le due ragazze. Potrei raccontare molte cose di quella mattinata passata con gli studenti e con la collega giornalista Asmae Dachan. Asmae è una giovane donna di origine siriana, la vedete nella foto accanto a me. E’ nata in Italia e parla e scrive l’italiano come molti di noi professionisti della scrittura vorrebbero fare. Ha un blog in cui quasi quotidianamente racconta del dramma siriano, una tragedia umanitaria le cui dimensioni immani per lo più sfuggono alla coscienza pubblica della nostra cultura e della nostra informazione. Un blog sul quale invito a soffermarsi, perché è uno di quelli che si strutturano per esprimere punti di vista significativi e documentati. Lo segnalo perché il web è il posto in cui le idee si nascondono con una facilità maggiore di quanto riescano ad evidenziarsi, travolte dalla mole di informazioni che circolano giustapposte. Non c’è prima pagina nel web, non c’è gerarchia delle notizie. E dunque, spesso, chi pubblica risponde all’imperativo della visibità offrendo la sensazione e l’emozione a tutti i costi, piuttosto che l’analisi pacata dei problemi e della ragione dei fatti. Non è così per Asmae.

La domenica precedente all’incontro del liceo ero andata alla Moschea della Fratellanza di Ancona, che aveva organizzato un’iniziativa a porte aperte, e in entrambe le occasioni il messaggio forte e chiaro che Asmae ha lanciato è stato che l’islam non c’entra niente con l’Isis. Anche per l’islam, come per il cristianesimo, chi uccide in nome della religione è un bestemmiatore. In moschea, poi, Asmae aveva espresso un concetto molto interessante: noi siamo cittadini e al tempo stesso ospiti.

Lo trovo importante, perché presuppone un concetto moderno e complesso di uguaglianza e di convivenza, che marca anche le differenze, quindi le distanze, e attribuisce loro un ruolo preciso. Credo che la platea giusta per prendere coscienza di ciò sia proprio quella dei più giovani, dove la differenza non è percepita in modo negativo, nonostante le spinte uniformanti dell’età, che rispondono al bisogno psicologico di sentirsi, per la prima volta  nella vita, parte di un tutto che va al di là del nucleo ristretto della famiglia. Ricordo, ad esempio, che quando aspettavo il secondo figlio la mia primogenita mi propose di chiamarlo con il nome albanese di un suo compagno della scuola materna, un nome che a me suonova singolare, ma che lei percepiva come normale perché faceva parte del suo quotidiano. E così, quando alla Moschea della Fratellanza di Ancona ha preso la parola una giovane di quindici o sedici anni, ho distolto per un attimo lo sguardo dalla sua figura e, dimenticando che indossava il velo, ho sentito le parole di una ragazza che avrebbe potuto tranquillamente essere mia figlia o una sua amica.

Poi, prima di cominciare l’incontro con i ragazzi del Galilei, Asmae mi ha detto una cosa che mi ha toccato il cuore: “Mia sorella è sepolta qui, al cimitero delle Tavernelle”. E che cos’è la terra alla quale senti di appartenere se non quella in cui, alla fine, seppellisci i tuoi cari? Sono la terra e il quotidiano i segni più profondi della nostra uguaglianza. Ma lo è anche la memoria. Quasi ognuno di noi, ad esempio, ha memoria di nonni e parenti emigrati in terre straniere, dove la gente del posto spesso non li voleva, o li considerava “minori”, perché diversi. Visti da qui, però, questi antenati sono i nostri eroi, quelli che hanno permesso alle nostre famiglie di essere oggi ciò che sono, di non estinguersi quando erano troppo povere, di trovare una speranza di rinascita dopo guerre che ci avevano decimato nei corpi e nello spirito.

Poi ci sono le diversità, che non sempre e non immediatamente portano ricchezza o valore aggiunto, perché a volte sono ingombranti, spesso incomprensibili le une alle altre. E c’è anche di più. Quando succedono fatti come l’attentato a Charlie Hebdo, o le decapitazioni dell’Isis, il cui portato simbolico arriva addirittura a superare la già immane tragicità dell’accaduto in sé, la logica del terrore prende il sopravvento sulla ragione ed è facile che il diverso sia identificato con il colpevole. Non è un caso se nelle ultime settimane sui social network, che sono lo specchio dei nostri umori collettivi, è esplosa la miccia di innumerevoli fobie e intolleranze, razziali, religiose, ideologiche. Mai nella storia come in queste settimane la parola scritta, che è, per sua natura, più pensata e moderata di quella parlata, si è sbilanciata verso l’eccesso con un impatto sociale così ampio. La strategia che ci ha vinto è stata quella del clamore, che ha suscitato terrore. Credo sia fisiologico, di fronte a eventi di tale portata. E’ stato come prendere una bastonata in faccia. Dopo c’è un momento in cui sei stordito. Poi però ti devi curare, contare i danni, rimediarli fin dove è possibile e riprendere a vivere. Uscendo dalla metafora, il rischio è che, se non riprendiamo a usare la ragione dopo l’emozione, siamo pronti per la dittatura, che non sarà necessariamente di un regime, ma che sicuramente, come è sua natura, avvantaggerà pochi a scapito dei più. E certamente ci toglierà la libertà, prima quella di esprimerci, poi anche quella di pensare e quindi di vivere come vorremmo.

Nel vedere tanti ragazzi riuniti in assemblea, giovani abituati alla velocità del web, alla sintesi estrema, all’on-off del loro essere nativi digitali, all’applauso facile del “mi piace”-“non mi piace”- “condividi”, mi si è aperto il cuore quando ho capito che, tenendo alto il livello del dibattito, arrivavano domande e considerazioni sensate e di senso, che forse quando io avevo la loro età non avrei mai fatto. Li vedo un po’ persi, ogni giorno li scopro fragili, ma riconosco in loro competenze più profonde di quelle che avevamo noi e un senso civico che dovrebbe fare invidia agli adulti. Sono, ad esempio, ragazzi che amano, curano e promuovono la loro scuola, che gestiscono i loro spazi con serietà e passione, sia nei momenti impegnati, come l’incontro a cui ho partecipato io, sia in quelli più leggeri e giocosi.  In quell’assemblea mi è sembrato di vedere giovani che facevano esperimenti di “res publica”. Credo quindi di avere sulle spalle, insieme con i miei coetanei, una bella serie di responsabilità: preservare quanto è rimasto in termini di democrazia e di libertà, tornare a curare la cultura e smetterla di dire con i fatti, oltre che con le parole, che l’impegno e lo studio non sono importanti, praticare il rispetto e coltivare la bellezza, nel privato come nel pubblico, non abbandonare la memoria di ciò che siamo stati. Dovremo consegnare loro tutto questo. Pensiamo a salvare il salvabile, perché c’è qualcosa che mi dice che ne faranno un uso migliore del nostro.

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schermo2Ho scritto un libro su Ancona, usando le interviste che si trovano anche in questo blog, nel capitolo “Gente della città”, e alcuni altri post degli ultimi anni (storie sulla grande frana di Ancona, sul terremoto del ’72, sulla Mole Vanvitelliana…). Poi ne ho parlato con Corrado Maggi, un amico fotografo, che mi ha regalato alcune foto, che abbiamo abbinato a ciascun personaggio intervistato. Ora, questo libro ha anche vinto un premio e avrei la possibilità di pubblicarlo on line anche subito, però ci sto pensando un po’ su, per capire quale sia la soluzione migliore per darlo alle stampe, o al web. Nel frattempo, visto che il testo è nato da “segmenti” di vita, di racconti e di città, alcune foto io e Corrado le stiamo già diffondendo, in modo frammentario e spezzettato, in particolare sui social network.

Oggi, inoltre, Paola Ciccioli, una delle amiche che lo hanno rivisto prima della conclusione, con un post su facebook in ricordo di suo padre mi dà l’occasione di pubblicare un altro segmento del mio libro: una parte della postfazione, che è inedita, ed è scritta da lei.

“Cara Margherita, eccomi.
A mano a mano che leggevo le interviste, mi veniva in testa la parola “glocal” e alla fine è il buon Milzi che la pronuncia. Questa è, secondo me, la prima qualità del tuo lavoro: dà cioè il senso di una città geografica e umana, la prima con confini definiti, la seconda che si estende – seguendo il movimento del mondo – oltre ogni delimitazione amministrativa.
La storia che mi è piaciuta di più, Barbara a parte, è quella della parrucchiera libraia, che alla fine chiude un po’ frettolosamentesulle proprie osservazioni critiche.
La parte iniziale, quella della ricostruzione del carattere della città attraverso i resoconti molto dettagliati delle due grandi ferite di Ancona, ha provocato in me piccole (piccole?) scosse e qualche frana emotiva. E, come in un flashback, mi ha riportato all’interno della scuola elementare di Maestà di Urbisaglia dove – non so come, quando e con chi – mi aggiravo bambina tra le brandine che ospitavano gli sfollati.
La parola e l’evento frana, invece, più che ai processi relativi che ho lungamente seguito, mi ha fatto sedere di nuovo su una determinata sedia della Cronaca del Corriere Adriatico dalla quale, al di là del monumentale computer, fissavo notte e dì una finestra che dava sull’unico elemento di vita raggiungibile da quella postazione: “un grumo” di terra eternamente indeciso se rimanere lì sospeso, oltre quella finestra e i neon che la illuminavano. Ose invece staccarsi rovinosamente, seguita da grumi sempre più grossi, seppellendo me, la Cronaca, il Corriere Adriatico e quella specie di deposito polveroso da cui raccontavamo le sorti del capoluogo e della Regione Marche tutta. Sapessi quanto ho temuto quel “grumo”…
Poi. C’è un poi importante. Leggere un qualcosa di così “amorevole” nei confronti di un luogo, di una città, mi ha fatto venire non in testa ma nel cuore un ricordo legato a mio padre. Quando è iniziata la sua fine, l’ho portato a farlo visitare in un ambulatorio vicino all’ospedale di Torrette. Poi gli ho detto: «Dai, prima di tornare a casa, ti faccio vedere una cosa». Mi preparavo a separarmi da lui e volevo regalargli l’immagine di Ancona che è Ancona per me: i traghetti illuminati che sembrano voler abbandonare l’acqua per farsi una passeggiata in centro. Questi condomini viaggianti che, specie in un punto preciso – la strada di fianco alla sede Rai che è di accesso al porto – mettono il muso sulla piazzetta lì di fronte, in una confusione di stati, liquido e terreno, che mi ha sempre destato un moto di stupore e deliziata meraviglia. La stessa meraviglia che ha provato mio padre”.

Questo signore che sorride nella foto non l’ho conosciuto di persona, anzi, a dire il vero conosco anche Paola da poco tempo. Ma da qualche mese mi accompagna questa immagine di meraviglia. Mario per me è il papà delle navi del porto.

 

Serena Mercanti in Oman

Serena Mercanti in Oman

Per lavoro ho incontrato qualche settimana fa i giovani discendendenti degli emigrati marchigiani all’estero: un gruppo di una ventina di ragazzi, tra i quali, tra l’altro, ho trovato anche Fabio, venezuelano, mio lontano cugino, pronipote, credo, del fratello o della sorella di un mio bisnonno. Poi qualche giorno fa Fabio, che ora lavora in Messico, mi ha scritto una bella mail. Leggetela qui sotto (ne riporto alcune parti) e vedrete con che occhi e con che cuore ha guardato le Marche:

“E’ stato un viaggio che non dimenticherò mai. In realtà è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita: ritrovarmi con le mie radici é ciò a cui attribuisco più valore. Non riesco a smettere di pensare all’Italia, soprattutto alla possibilità di ritornare nelle Marche, questa volta con la mia ragazza. Per farla breve, e senza esagerare neanche un po’, sono tornato in Messico, ma il mio cuore è rimasto in Italia. Mi sono innamorato, soprattutto, della sua cultura e del suo carattere: castelli, paesaggi da sogno, prodotti locali deliziosi, arte della pittura in ogni chiesa e museo, calore e buonumore ovunque. E poi l´impegno con cui si adopera il marchigiano in tutto quello che fa, la voglia e il gusto per la qualitá… Mi ha colpito anche l’ultimo ristorante, che però serve pizza di alta qualità e ne sono (giustamente) orgogliosi, e la piu piccola fabbrica, che fa prodotti esclusivi e raffinati come raramente se ne possono vedere qui in Messico o nel Venezuela.
Questo é quello che ho visto in ogni museo, chiesa e trattoria, per quanto piccoli potessero essere. Tutto ciò che ho vissuto é stato sublime, magico. Soprattutto mi ha fatto ricollegare con le mie radici marchigiane… con l’eredità spirituale di mio Nonno, con un ritorno alla casa di famiglia.
La mia compagna ed io stiamo da quasi due anni in Messico e non ci piace per niente. Abbiamo voluto scappare da un paese comunista quasi dittatoriale, il Venezuela, dove c’è carenza di cibo e di prodotti per l’igiene (per non parlare del fatto che è uno dei cinque paesi più violenti del mondo),  per finire in un paese di abbondanza materiale, dove si sfruttano i lavoratori come in nessun altro posto al mondo (nel 2011 il Messico è diventato il paese con gli orari di lavoro più lunghi e meno pagati). Ci sembra che ci rubino il tempo, con un lavoro di dieci ore o più al giorno, ogni giorno, dove i fine settimana sono come un mercoledì. Tutti qui vivono per lavorare, e non molto altro. Faccio tre lavori, ma é sufficiente solo per vivere, il risparmio è un sogno. Siamo schiavi con una laurea universitaria. Il contrasto con le Marche è stato travolgente.
Le Marche mi sono piaciute e la frase che mi ha convinto è stata: “qui tutto è fatto a misura d’uomo”. Preferirei vivere una vita non segnata da eccessiva avidità, una vita a misura d’uomo, alla misura di quella italiana”.
Ovviamente Fabio vorrebbe tornare ed è difficile spiegare, di fronte a così tanto entusiasmo, che qui le cose vanno male, che l’economia è al tracollo. E’ come fermare una speranza, che noi non abbiamo più, ma che si riaccende dentro occhi lontani, non appena si avvicinano alla nostra terra.
Questa mail mi ha ricordato le riflessioni di un’amica lette qualche tempo fa su Facebook. Serena, la protagonista del post fino a oggi più letto di questo blog, di recente ha partecipato come responsabile del reparto trucco e parrucco all’allestimento della Traviata degli Specchi, portata in scena in Oman dallo Sferisterio di Macerata.
“Sono tornata da qualche giorno – scrive Serena – da quella che è stata un’esperienza incredibile sia dal punto di vista personale che professionale.
Personale, per aver conosciuto un paese molto diverso da quello che mi aspettavo di trovare. E sicuramente lavorare a stretto contatto con chi ci vive mi ha dato un punto di vista estremamente affascinante e privilegiato.
Sul piano professionale sono tornata con una forte consapevolezza del valore della nostra cultura Artigiana. Tutto quello che davo per scontato come arte acquisita, lì diventava una fonte preziosa di osservazione e di apprendimento, gesti per noi consueti di Parrucco, Trucco e Sartoria venivano ammirati come estremamente preziosi per chi dentro al teatro dell’Opera comincia a muovere i primi passi.
Torno in Italia e mi godo questa piacevole sensazione di orgoglio e mi sento parte del nostro infinito patrimonio culturale.
A volte basta allontanarsi, guardarsi da fuori e riflettere…”
E’ vero Serena. L’ho già scritto, ma lo ripeto: il panorama qui è meraviglioso. Bisogna che ce ne innamoriamo. Di nuovo.
Fabio Romanelli nelle Marche

Fabio Romanelli nelle Marche

Ludoteka 3La ragazza della foto avrà più o meno 18 anni. Sono i tempi della Ludoteka, al Cardeto di Ancona. E Alice Ricci, che, tra parentesi, anche dopo un po’ di anni (non moltissimi) è rimasta tale e quale a questa foto, è una di quegli studenti del liceo scientifico Savoia che hanno dato vita a una parte della storia recente della città, completamente underground, nata per gioco, ma immediatamente travolgente per moltissimi ragazzi.

Andiamo per ordine. Alice nasce a Chiaravalle un po’ per caso, però è anconetana al cento per cento. Frequenta il Savoia negli anni ’90 e poi si diploma all’istituto Fermi. Completa gli studi a Bologna, dove frequenta il Dams, indirizzo cinema. Prova subito a  lavorare a Roma, ma senza fortuna: “Si faceva la fila per lavorare gratis – racconta – e quindi ho deciso di fare un passo indietro e di tornare ad Ancona. Ho ricominciato, sette-otto anni fa, con uno stage all’Inteatro di Polverigi, poi, grazie ai contatti nati lì, ho lavorato cinque anni per il Summer Jamoboree di Senigallia e, in seguito, all’Ufficio stampa del teatro Sferisterio di Macerata. Ma non solo: ho fatto il capogruppo (il coordinatore delle comparse n.d.r.) per la fiction Gomorra, l’assistente di produzione del film Alma e anche di alcuni spot pubblicitari a Bologna (la Wind con Aldo, Giovanni e Giacomo, per esempio), ho seguito i casting per L’ispettore Coliandro, sono impegnata da quattro anni con il Festival Adriatico Mediterraneo di Ancona, dove svolgo il ruolo di assistente di produzione e responsabile della promozione e che seguo in tutti i suoi progetti, facendo parte della relativa associazione”. Alice lo scorso anno ha lavorato anche al festival Gender Bender di Bologna e nei giorni in cui ci sentiamo per questa chiacchierata sta concludendo un contratto con l’Amat, dove si è occupata di organizzazione, produzione, ospitalità e anche di amministrazione.

Prima di tutto questo, prima ancora dell’università, c’è stata la Ludoteka, scritta con una k al posto della c, che ha il suo perché, e oggi, con il senno di poi, sembra il preludio di un trending topic degli adolescenti di oggi.

Cos’era? Un gruppo di giovani, un capannone occupato e autogestito al Cardeto, all’epoca parco totalmente abbandonato, un centro sociale “sicuramente diverso dagli altri”, come scriveva la stampa locale dell’inizio degli anni 2000. Le pagine dei giornali, alcune delle quali sono riportate qui sotto, raccontano di feste con centinaia di ragazzi, a ingresso gratuito o al prezzo politico di un paio di mila lire, del bar “pirata”, specializzato in Tequila Bum Bum, della non sempre facile convivenza con i residenti, dei problemi giuridico-amministrativi determinati dall’occupazione e delle inevitabili polemiche politiche nate in città su questa iniziativa.

(continua a leggere la storia sotto gli articoli)

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Alice la racconta così: “Avevamo diciassette anni e non trovavamo un posto dove divertirci, così abbiamo occupato il capannone accanto alla Polveriera al parco del Cardeto. Siamo entrati in questo posto che era abbandonato e sono stati i quattro anni più belli della mia vita. Il giorno che siamo entrati il mio amico Luca mi telefona e mi dice: prendi una scopa. E’ cominciata così. Eravamo in dieci, anche con quelli più grandi”. “Poi abbiamo finito le superiori – prosegue – e a ogni week end tornavamo dall’università per la Ludoteka”.

“Si facevano concerti punk e serate con i dj. Abbiamo organizzato anche un bar e tieni conto che questo posto non aveva elettricità, acqua, bagni. Andavamo avanti col generatore. Ma la cosa veramente bellissima era che era sempre pieno di gente. Venivano i ragazzi di tutte le tipologie. Era come se ad Ancona ce ne fosse bisogno. Ci vedevamo lì tutti i pomeriggi, finita la scuola, finiti i compiti. Durante la settimana eravamo circa  venti persone”. “Tutti i gruppi, che tra loro di solito si odiano, ad Ancona, alla Ludoteka, erano tutti insieme: rasta, punk, bykers e gente di piazza Diaz… gente colorata, di tutti i colori. Una cosa però ci tengo a dirla: non eravamo politicizzati, non ci fregava della politica”. Ecco perché era un centro sociale diverso da tutti gli altri.

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Ma come è venuta l’idea di andare al Cardeto? E’ stata una specie di passaggio del testimone, dai centri sociali della generazione precedente, da quelli dell’Asilo (che a loro tempo avevano occupato una ex scuola materna alla Baraccola, vicino alla vecchia Motorizzazione), “che già da un po’ avevano il pallino di quel posto”. “Veramente – prosegue Alice – l’idea di quella che poi sarebbe stata la Ludoteka mi era cominciata a balenare quando ero andata a una festa di quelli dell’Asilo: questa non è Ancona, avevo pensato!”.

E quando è finita? “Intorno al 2000, siamo andati via per una serie di motivi, tra cui la morte di uno dei ragazzi del nucleo storico. E’ stata la fine di un ciclo. Molti anni dopo il 2000, poi, circa cinque anni fa, sono tornata da Bologna con il mio ragazzo e, memore dell’esperienza precedente, ho fatto parte del gruppo delle cinque persone promotrici dell’occupazione di un locale in via Cupa, fondando di fatto l’omonimo centro sociale, che si trova vicino al Tambroni. Poi ho mollato, per visioni diverse con gli altri sulla cosa e, forse, per sopraggiunti limiti di età…”.

Ora Alice divide la sua vita, un po’ per lavoro e un po’ per scelta, tra Ancona e Bologna. “Se potessi scegliere, sceglierei Bologna, perché è più aperta mentalmente e questa è una differenza che si sente. Ancona però è migliore per qualità della vita. Salverei la città, ma non la gente. In ogni caso nel mio piccolo io ad Ancona ci ho provato: ci sono delle realtà che, comunque, sono esistite”.

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serena mercantiLa prima cosa che mi ha colpito quando ho conosciuto Serena è stata che nel suo salone c’è una piccola biblioteca. Cioè: mentre ti fai i capelli puoi leggere un libro. Oppure puoi sfogliare gli album di foto dei suoi viaggi, o il catalogo di qualche mostra importante: arte, architettura, cinema… I libri li prendi, li cominci, poi se vuoi prosegui la lettura la volta successiva. Come ho fatto io con Eva Luna della Allende. Eva Luna, che poi è anche il nome (e cognome) della bimba di Serena. Per tutto questo ti viene voglia di farle un po’ di domande. E scopri una bella storia, quella di una ragazza che voleva fare la parrucchiera e che con questo mestiere è cresciuta, fino a coniugarlo con la moda, con l’arte, con lo spettacolo, con l’amore per la città dalla quale ha deciso di farsi adottare.

“La mia storia, Margherita, comincia dove ho passato la mia infanzia, in una casa sulle colline tra Jesi e Santa Maria Nuova. Cosa volevo fare da grande? La parrucchiera, nessun dubbio.  Avevo una buona manualità così iniziai a fare i primi esperimenti casalinghi con cugini e parenti. I primi risultati furono imbarazzanti e ancora dopo anni spesso ci ridiamo su. Capii presto che dovevo studiare la tecnica prima di fare pratica. Durante le vacanze estive e il sabato pomeriggio iniziai ad “andare a bottega” da un parrucchiere che aveva anche un’accademia interna. Finite le medie firmai il mio primo contratto da apprendista parrucchiera. All’epoca la mia professione non era compatibile con lo studio, quindi presi il diploma anni dopo con una scuola serale. A soli vent’anni arrivò l’opportunità di rilevare una piccola parrucchieria ad Ancona, davanti a quella che sarebbe diventata la nuova facoltà di Economia. Supportata dal mio titolare di allora, mi lanciai in quell’avventura. Il primo anno fu veramente difficile perché mi dovevo far conoscere e trovai un secondo lavoro come cameriera per pagare le spese dell’attività. Le clienti che entravano in salone, nonostante l’arredamento estroso e i miei capelli tinti di rosa, uscivano molto soddisfatte. Con il passaparola dopo tre anni avevo assunto quattro dipendenti e mi apprestavo ad inaugurare un nuovo salone, che oggi gestisco con l’aiuto di Azzurra, mia collaboratrice che da quasi due anni é diventata socia. L’attività oggi si snoda in vari settori: servizi nelle case di cura, trucco e capelli nella moda, nel teatro e nel cinema e per ultimo, ma non meno importante, l’innovazione, con l’invenzione di nuovi strumenti di lavoro che hanno portato a due brevetti e a una nuova spazzola commercializzata da Wella”.

Serena Mercanti è anche una viaggiatrice, una donna curiosa ed entusiasta. Che rapporto hai con Ancona?

Amo molto viaggiare e nei miei viaggi mi capita spesso di pensare alla città dove vivo e che mi ha adottata diciotto anni fa. Ancona è come una bella donna che non si cura di sé e che vive di quello che la natura le ha donato ma niente di  più. Possiede delle grandi potenzialità, che sono assopite ma anche pronte ad essere risvegliate. É circondata dal mare e certe mattine girando per il centro si sente l’odore. Lo senti ma non lo vedi, perché sono pochi i punti dove c’è  la vista o l’accesso al mare. In altri paesi, dove valorizzano al massimo anche ciò che non esiste, avrebbero sfruttato questa dote in ogni modo possibile. Le opportunità per cambiare città mi si sono presentate più volte. L’ultima due anni fa, quando mio marito Gian Marco vinse il tanto sospirato posto da ricercatore al CNR di Venezia. Eva, nostra figlia, aveva pochi mesi e abbiamo valutato per un po’  la possibilità di trasferirci. Per il mio lavoro nel settore spettacolo c’erano diverse possibilità. Ma è stato proprio lì che abbiamo capito. Lentamente, senza quasi accorgercene, ci eravamo innamorati di Ancona ed era decisamente il posto dove volevamo vivere. Abbiamo trovato la casa dei nostri sogni vicino al Passetto e Gian Marco fa il pendolare e torna il fine settimana.

Il tuo lavoro ti fa conoscere persone e idee. Secondo te in questa città le persone sono felici?

È la parte più affascinante e che amo di più. Le persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro sono una fonte inesauribile di informazioni e di stimoli. Felici? Chi viene da noi certo! Coccoliamo le nostre clienti e le facciamo più belle mentre ascoltano buona musica o leggono un libro dalla nostra libreria sorseggiando un buon caffè. Battute a parte, le persone qui sono felici perché nonostante le difficoltá dovute alla cattiva amministrazione della città negli ultimi anni, si vive ancora bene. Puoi fare cose che ti svoltano e spezzano una giornata stressante e quando lo racconto a chi vive fuori stenta a crederci. Le possibilità sono tante, soprattutto d’estate. Puoi fare il bagno e la colazione la mattina presto al Passetto, prima di andare al lavoro, la pausa pranzo al parco del Cardeto oppure al tramonto l’aperitivo con i moscioli a Portonovo.

E qui, ad Ancona, è nato anche un tuo particolare rapporto con l’arte, passando per il teatro delle Muse, fino ad arrivare allo Sferisterio di Macerata e, tra pochissimi giorni, molto, molto più lontano… 

Lavorare allo Sferisterio era nella mia scatola dei desideri. L’opportunità arrivò con una serie di combinazioni. Accettai un’offerta di lavoro con il team tecnico dello Sferisterio per uno spettacolo con la regia del maestro Pier Luigi Pizzi al teatro Arcimboldi di Milano. Il mio lavoro fu molto apprezzato e visto che anche il reparto delle Muse che io coordinavo era un’esempio virtuoso, come veniva definito dagli addetti ai lavori, dopo pochi mesi arrivò la proposta di gestire come vice responsabile il reparto parrucco di  Macerata. Quest’anno sono stata promossa da vice a responsabile e coordino il lavoro di cinque preziosi collaboratori. Come parrucchieri teatrali lavoriamo alla caratterizzazione dei personaggi, siamo esperti di acconciature d’epoca e trattiamo le parrucche in maniera quasi sartoriale. Ogni sera vanno in scena fino a cento persone, che devono essere preparate in poche ore. L’atmosfera del dietro le quinte è emozione pura e lo Sferisterio è un luogo speciale. Questa bellissima esperienza a ottobre mi porterà fino in Oman, dove andrà in scena, nel teatro di Muscat, la bellissima Traviata degli specchi.

E che cos’è, per te, il teatro delle Muse?

Il teatro delle Muse  di Ancona é stato l’inizio, dove la mia passione é nata e cresciuta. Le opere che sono state allestite e che ho avuto la fortuna di vedere sono state una più bella dell’altra e hanno vinto premi e riconoscimenti importanti sia in Italia che all’estero. Il pubblico era internazionale e arrivava perfino dal Giappone. Dopo le rappresentazioni ricordo che, mentre sfilavo le ultime forcine, li potevo scorgere, in fila, fuori del camerino dei protagonisti per un’autografo. È stato stampato recentemente un libro fotografico molto bello per festeggiare i dieci anni delle Muse e con grande soddisfazione ho scoperto che tutte le acconciature fotografate erano state realizzate da me. Tutti i reparti alle Muse lavorano in maniera eccellente e chi ha cantato qui ci ha sempre riempito di complimenti. Il problema é che, ancora una volta, tutto viene offuscato e strumentalizzato. Spero con tutto il cuore che non sia un’altra ottima occasione persa.

IMG_5374[1]“L’esperienza del concerto non la puoi scaricare: è tutto quello che c’è prima, durante e dopo”. Esserci o non esserci fa la differenza ed è da questo che nasce il mestiere di Eric Bagnarelli.

Come lo chiameresti, questo mestiere?

“E’ un mestiere senza nome, ma un mestiere a tutti gli effetti. Promoter, organizzatore, agente di artisti… le definizioni possono essere molte, ma una cosa è certa: ci vogliono competenza e specializzazione”. La storia professionale di Eric si sviluppa proprio sulla base di questo bisogno. Si laurea nel 2004 in Scienze della comunicazione all’Università di Macerata, ma ancor prima di laurearsi è impegnato con i primi eventi: organizza concerti piccoli e contest tra band al Santa Monica del Palarossini di Ancona e poi lavora come tuttofare al Barfly. Nel 2004 si occupa di produzione e organizzazione con l’agenzia di spettacolo e di animazione Anno Zero, sempre con sede nel capoluogo marchigiano, e poi acquisisce un ruolo più importante al Barfly. Sempre in questo anno porta ad Ancona i Negramaro in piazza Roma, per la notte bianca. Poi si trasferisce in Inghilterra, per lavorare al Forum di Londra, “per entrare a contatto con una realtà immensa, per avere un’idea di come funziona a livelli importanti, per specializzarmi, perché in questo mestiere non si può essere tuttologi”.

L’esperienza si traduce subito in concreto, perché poi nel 2005 apri Comcerto

“Sì, con un’attività che all’inizio si sviluppa su due livelli: la rappresentanza di artisti stranieri in Italia da un lato e dall’altro, le collaborazioni locali. Il mio progetto però era più quello di strutturare un’agenzia, così gradualmente sono diminuite le produzioni locali. Ma non per snobismo. Solo perché quello dell’agenzia è un lavoro che ti assorbe più del cento per cento. Ogni tanto mi tolgo lo sfizio di fare qualcosa per Ancona, ma il mio lavoro oggi è diverso: vivo e vivrò del lavoro di agente, dove ho investito tempo e passione”.

Comcerto su Facebook in questo preciso momento piace a me e ad altre 5.551 persone. Nasce il 2 aprile 2005 e collabora negli anni con le più importanti agenzie di spettacolo in Italia e all’estero. Tra gli artisti internazionali rappresentati in Italia ci sono Mumford & Sons, The Lumineers, Pulp, Of Monsters and Men, Tame Impala, Local Natives, Noah and the Whale, Anna Calvi, Richard Ashcroft, Iggy and The Stooges, Badly Drawn Boy, The Divine Comedy, Mystery Jets, Patrick Wolf, Frank Turner, Angus & Julia Stone, The Charlatans, The Cribs, The Tallest Man On Earth, Billy Bragg, Echo and The Bunnymen e molti altri, che potete trovare qui.

C’è poi una parentesi, conclusa, che vede Bagnarelli a fianco di Morgan.

Dalla primavera del 2011, inoltre, la Comcerto cura i live del duo comico I Soliti Idioti. “E’ – spiega Eric –una parentesi parallela alla musica”, una scommessa, aggiungo io, non giocata a caso. “Da anni – racconta Bagnarelli – conosco Francesco Mandelli per la sua attività musicale come voce e chitarra degli Orange, poi ho conosciuto Fabrizio Biggio. Li ho spronati a passare dalla tv alle piazze perché secondo me il progetto poteva funzionare dal vivo. E’ una cosa che piace o non piace, ma era ed è un fenomeno sociale sulla rete. E l’esperienza è ancora in corso: abbiamo cominciato con quattro date prova alla Salumeria della musica a Milano, all’Estragon di Bologna, al Circolo degli Artisti di Roma, a Piazza del Papa in Ancona. Quattro date per dare loro l’idea del rapporto diretto con il pubblico. Quattro date che poi sono diventate quarantuno e che hanno toccato piazze importanti, come, per esempio, il teatro Arcimboldi di Milano. L’ultimo spettacolo è previsto l’8 agosto a Forte dei Marmi”.

E’ bello leggere come l’agenzia si presenta sul sito: “Il comune denominatore di ogni produzione targata Comcerto è lo STILE: dalle produzioni all’interno dei club più famosi d’Italia, alle piazze, ai teatri sino ad arrivare ai palasport e ai festival con le performance di artisti internazionali e non. Comcerto, con la sua professionalità e la passione che la contraddistinguono, si attiva per dare sempre di più; il suo lavoro è tutto quello che c’è dietro, ciò che il pubblico non si immagina, tutto ciò che permette ad un artista di esibirsi davanti ad un pubblico ed al pubblico di godere di un concerto”.

Di fatto come hai cominciato?

“Con gruppi da 50 paganti, fino a raggiungere l’apice a marzo nei palasport con i Mumford & Sons, che è stata una band fondamentale per la Comcerto. Abbiamo un rapporto bello, perché abbiamo avuto una crescita parallela: abbiamo cominciato insieme a Bologna in un locale da 280 posti. E’ significativa questa crescita dell’agenzia in parallelo con la crescita dell’artista. Il mio compito è quello di evidenziare il valore dell’artista nel mio stato. Ho un margine di potenziale, ma se il progetto di per sé non va, non posso svoltare la carriera di un altro”.

Mumford & Sons sono passati anche per Ancona, con Spilla 2012. Parliamo di Ancona e di Spilla?

“Spilla è un festival, una rassegna di concerti unici nel centro storico di Ancona, che dal 2007 in estate ospita i migliori artisti della scena internazionale. Il concerto dei Mumford & Sons ha più che mai dimostrato i limiti di questa città. A Venezia abbiano fatto il tutto esaurito in tre giorni. Ad Ancona abbiamo impiegato più tempo e solo il dieci per cento della gente che era a piazza del Papa per il concerto aveva acquistato i biglietti in città. Il novanta per cento veniva da fuori. Ci sono limiti geografici, di strutture e di continuità. La continuità è importante, altrimenti il pubblico si disaffeziona e si allontana. Ancona non è paragonabile con Milano, Bologna, Roma, Firenze o Torino, ma con le altre città sì. E ce ne sono moltissime più attente all’arte e alla cultura. E’ un dato di fatto, evidente per tutti. Ci sono lacune nella gestione amministrativa, non solo politica. Appena solo cinque anni fa non eravamo nella stessa condizione di adesso, in tutti i settori”.

Però Eric Bagnarelli non è un detrattore di Ancona e degli anconetani e lo dimostrano i fatti: “se Ancona fosse stata migliore – spiega – io comunque non sarei rimasto qui, perché le mie piazze sono altrove”, eppure, anche se la sua attività è di livello metropolitano, resta ad Ancona, anzi, precisa lui, a brecce Bianche, il quartier generale di Comcerto: uno staff di quattro persone, cui si aggiungono di volta in volta i free lance specializzati.

Non è una scelta logistica un po’ pericolosa quella di restare ad Ancona?

No, oggi è l’on line che conta. Ogni dieci mesi sono a Londra per gli incontri fondamentali per la pianificazione dell’anno e questo va bene per il lavoro. Non vorrei vivere solo in funzione del mio lavoro e questo accadrebbe cambiando città. Serve lo stacco”. Ancona, dunque, serve a rimanere sé stessi, a “coltivare la propria riservatezza”, a ritrovarsi nei luoghi che le grandi città nemmeno sognano di avere. Questo lavoro senza nome ti fa girare, come in una giostra: “Ma io –conclude il nostro amico – sono attento a salire e poi a scendere, tra una data e l’altra”. Una regola da ricordare, secondo me.

milziCominciamo dai soprannomi: il più recente è Indiana Milzi. Il motivo lo trovate qui e se non avete quaranta minuti per guardare questo speciale di E’Tv Marche, trovateli, perché in questa intervista di Maurizio Socci a Giampaolo Milzi, direttore del mensile Urlo, del webzine Fatto & Diritto e collaboratore del Messaggero, c’è molto di Ancona. Anzi, di più. Giampaolo Milzi è un profondo conoscitore della città, soprattutto della città coperta: sotterranei, monumenti sepolti dagli sterpi, tracce storiche sommerse dall’erba. Ascolta, studia, scopre, ritrova, ricostruisce le storie e la storia. Sentirlo parlare di tutto questo è un piacere. Ma chi non lo conosce e legge fino a qui può farsi un’idea sbagliata, quindi è bene introdurre subito il suo soprannome storico: Giamburraska, che è anche la sua firma per gli editoriali di Urlo.

Urlo, appunto: quest’anno compie vent’anni. “Il numero zero – racconta Milzi – è del febbraio 1993 e da marzo ’93 a oggi sono usciti 202 numeri”. Così il giornale è diventato, a suo modo, un pezzo di città, direi il regalo di Milzi alla città, con una identità netta, sia nel vestito sia nei contenuti. E’ in controtendenza già per il formato: dodici o quattordici pagine “grandi” per dare spazio alle immagini e ai contenuti, per contenere le inchieste e gli approfondimenti, che sono la sua vocazione, in una sola pagina. E’ in bianco e nero, con la prima e l’ultima in bianco, nero e magenta: ha un suo carattere, si riconosce, ci mette la faccia. Infatti si caratterizza anche per la scelta precisa dei contenuti: “Non scriviamo le cose di cui già parlano gli altri, a meno che non siano da approfondire. Il taglio è glocal, il non locale collegato al locale, da sempre, da prima ancora che questo concetto diventasse di dominio comune”. In particolare colpiscono gli articoli, lunghi direi per scelta, di quelli che non offrono scorciatoie al lettore e che li leggi solo se ti interessa il contenuto: una storia mai sentita prima, una scoperta, una denuncia, una causa da sostenere. Si direbbe che, in quanto giornale di parte (perché sceglie i suoi argomenti e conduce le sue battaglie), corre il rischio di non essere imparziale, se non fosse poi che da questa palestra sono usciti finora alcuni tra i migliori giornalisti della città. Al momento ci sono almeno tre o quattro bravi colleghi impegnati nelle pagine politiche e culturali dei quotidiani locali. “Bisognerebbe chiedere a loro – butta là Milzi – un’opinione su Urlo”. Già, cosa direbbero?

Giamburraska, dunque, forse nasce ufficialmente nel 1993 e qui posso raccontare solo una piccola parte della sua storia. Per il resto ci vorrebbe più di un post, perché dovrei dire delle sue serate nei locali, nei circoli, al mare, come dj, con la musica, vintage come la sua Vespa TS del ’75 bianca e verde di nome Wispy. E anche di quando, tra l’85 e il ’90, metteva su il rock a Radio Marche Ancona e poi di Radio Studio 24 e Radio Punto 2, ma anche del suo continuo impegno a fianco dell’associazionismo e del volontariato della città, dell’incursione giornalistica al G8 di Genova, dove ha raccolto una delle primissime testimonianze (di un’infermiera volontaria) sulle cause della morte di Carlo Giuliani, “poi trasmessa la sera stessa da Bruno Vespa”, e anche delle sue numerosissime querele, la maggior parte per diffamazione a mezzo stampa, “quasi tutte risolte bene, altrimenti non starei qui a parlare con te”.

Ma torniamo al 1993. “Il ’93 – dice Milzi – è l’anno che segna l’inizio della fine nella qualità dell’informazione. Finisce l’onda lunga degli anni ’80, in cui si ristrutturarono le Tv private e si aprirono nuovi quotidiani. Io ho cominciato come vittima collaterale della Tangentopoli locale: nel gennaio del ’93 ci fu il fallimento delle Edizioni locali di Edoardo Longarini, che portò, tra l’altro, alla chiusura della Gazzetta di Ancona, dove ero diventato professionista, e di Galassia Tv. Di lì la mia scelta di vita: continuare a vivere di questo lavoro facendo il freelance. Così a trent’anni fondai Urlo. Dopo il ’93, con l’era di Internet, al boom della quantità di notizie non ha corrisposto il boom della qualità. Internet, però, ha portato alla rivoluzione della realizzazione del prodotto mediatico di carta stampata, con due aspetti positivi: l’utente a poteva interagire e diventare attore dell’informazione e diventava concreta la possibilità di realizzare prodotti di informazione in autonomia. Nasce qui, infatti, la free press”.  E’ seguendo queste tendenze che Urlo afferma, negli anni, sul campo, la capacità di influenzare l’opinione pubblica: “I nostri temi sono la cultura, il disagio, le devianze, l’ambiente, la sostenibilità e le nuove fonti energetiche, le problematiche giovanili, ma anche la memoria storica e la riappropriazione degli spazi, la democrazia partecipata. Spesso le questioni che poniamo diventano oggetto di dibattito”. E sempre più di frequente l’ideatore di Urlo è interpellato come esperto sulle singole questioni, soprattutto per la conoscenza della città, che da vent’anni racconta nelle pagine del suo giornale.

Come racconteresti la classe politica di Ancona? “La classe politico-istituzionale è stata progressivamente sempre meno all’altezza della situazione. Non abbiamo avuto, fortunatamente, gravi questioni morali, ma inadeguatezza nella capacità amministrativa sì. La carenza di capacità politica è trasversale: l’opposizione non è virtuosa e non c’è la capacità di andare al governo. C’è una carenza di approccio rispetto alla gestione della città, c’è un pensiero chiuso rispetto a questo. Il dibattito sulla vocazione turistica di Ancona, per esempio, è diventato una barzelletta che fa piangere”.

Qui ci sta bene il twit per Ancona, che chiedo a tutti e che veramente non ho chiesto a Milzi, ma  la frase che ho scelto per Twitter è questa: “La bellissima addormentata, narcotizzata, sul golfo, aspetta il principe azzurro”. “Di Ancona ti innamori. Si corre il rischio di generalizzare, però l’anconetano medio è conservatore, poco curioso, tende a vedere il bicchiere mezzo vuoto e per questo ha paura di mettersi in gioco”. Gli anconetani buoni però ci sono, e sono quelli che hanno creato “situazioni interessantissime, ma, secondo il principio base del nemo profeta in patria, rischiano l’isolamento”. E poi, c’è “molto piagnucolio, che deriva dalla disinformazione. L’anconetano spesso si dimentica della possibilità di riempire l’altra metà del bicchiere”.

Cosa c’è in quest’altra metà, quella buona? “C’è la vivacità dell’associazionismo, c’è uno dei rapporti più alti in Italia verde/abitante e, quindi, c’è il Cardeto, che l’ha fatto crescere e che ancora ha molto da valorizzare, c’è la Casa delle Culture, nata dal coordinamento di tante realtà dell’associazionismo locale all’interno di un ex Mattatoio, che però è anche il bicchiere mezzo vuoto, perché è una struttura abbandonata al 90%, c’è una Mole che è rinata ma per la quale ora occorre affrontare la problematica di un utilizzo adeguato, c’è Porta Pia, che ha un destino simile in quanto a destinazione d’uso. Ci sono buon senso dell’accoglienza e una buona qualità della vita, nonostante la carenza nel campo delle manutenzioni”.

E nel bicchiere mezzo vuoto? “Dopo il minimo storico del 1972 (con il terremoto e le sue conseguenze n.d.r.), la città è migliorata sempre, ma bisogna stigmatizzare e denunciare nel contempo la lentezza dei processi. I tempi si allungano in maniera incredibile per qualsiasi tipo di situazione. Ancona è sospesa nel tempo. Sembra che tutto sia immutabile. Per vedere il cambiamento bisogna avere un colpo d’occhio lungo almeno dieci anni. Manca lo spirito del cogliere le opportunità. Siamo all’anno zero per il turismo, per la valorizzazione dei beni culturali e architettonici, per gli incentivi alla ricerca, per le sinergie tra gli enti istituzionali. Ancona è la città degli spazi negati. Nonostante ci sia stata una progressiva riacquisizione, ci sono alcuni illustri caduti sul campo, tipo il parco della Cittadella, dove non si fa più nulla da anni. Ricordo Cittadella Live, con la musica nel parco a partire dal ’94: è sopravvissuta alcuni anni, poi nulla”.

Certo: la musica, Giamburraska e questa città. Che dire? “La musica continua a essere la colonna sonora della mia vita, nonostante il regolamento acustico ad Ancona sia da Medioevo. A Piazza del Papa si impedisce ai locali di fare musica percepita fuori, quando il rumore della gente che chiacchiera nello stesso luogo produce più decibel. E la gente comincia le feste sulla spiaggia di Palombina, per poi terminarle a Falconara, dove si può suonare più a lungo nella notte”.

Non solo, dunque, la Bella addormentata. Abbiamo anche la sindrome di Cenerentola.