antonacciSanremo è tradizione e quindi agevola la nostalgia. L’altra sera l’amarcord ha vestito i panni di Albano e Romina, ieri si è materializzato con gli Spandau Ballet e sempre si sostanzia in quella formula fissa che in tutte le edizioni introduce le canzoni in gara: “Di questo, quell’altro e quell’altro ancora autore, dirige l’orchestra il maestro tal dei tali, canta il tal cantante“. Una specie di formula magica, alla quale attribuisco la responsabilità di quell’alone di emozione che aleggia incontrastato e porta molti dei protagonisti al limite del rincoglionimento, esaspera le gaffe, fa stonare i cantanti, rovina le esibizioni. A tal punto che uno si chiede se è veramente tutto preparato (come diceva mio nonno) o se ormai si tratta di una specie di riflesso pavloviano per cui il palco del festival (o festivàl, come ancora lo chiamano in molti) induce automaticamente alla goffaggine di vario tipo.

Sembra che questo ritorno al passato ci dia tranquillità e, visto che oggi ne abbiamo tanto bisogno, si potrebbe giustificare in questo modo il boom di ascolti che si è guadagnata questa specie di ancora gettata da Carlo Conti in un porto sicuro e riparato dalle intemperie del già molto burrascoso 2015. Tant’è che le edizioni più fresche e “scanzonate”, le più innovative, quelle che non sapevano per niente di San Remo, sono state quasi sempre considerate poco riuscite.

Sanremo 2015 sta senz’altro nel solco della tradizione più pura. L’altra sera pensavo, non volendo, a una serie di parallelismi: Carlo Conti con Pippo Baudo, Tiziano Ferro con Massimo Ranieri, Antonacci forse con nessuno, ma sicuramente con un bell’uomo d’altri tempi (pure se privo di calzini) che alla fine dell’esibizione accenna un nostalgico passo a due.

Anche il presunto eccesso di Conchita ha radici antiche. Lo fa notare Rudy Zerby nel suo blog: “A chi vorrebbe far apparire il popolo italiano così retrogrado da scandalizzarsi per un’esibizione di questo tipo, vorrei ricordare che milioni di adolescenti (io tra quelli) avevano trent’anni fa il poster di Boy George in cameretta”.

Foto da: http://www.lastampa.it/2015/02/12/spettacoli/festival-di-sanremo/2015/da-antonacci-a-zilli-il-festival-va-senza-stress-lacrime-e-sangue-LPidra2Nvs9aPVFM2j4XNK/pagina.html

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asmaeQualche settimana fa ho accettato l’invito dei rappresentanti degli studenti del liceo scientifico Galilei di Ancona a palare della libertà d’espressione in assemblea di istituto. Erano da poco passati i fatti tragici di Charlie Hebdo e Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, le ragazze rapite in Siria, erano appena state liberate dalla loro prigionia. Sono arrivata in quella sala gremita di ragazzi, dunque, dopo una settimana di odio mediatico mai vissuta in precedenza: islamofobia mischiata a razzismo e ai peggiori insulti beceri e maschilisti contro le due ragazze. Potrei raccontare molte cose di quella mattinata passata con gli studenti e con la collega giornalista Asmae Dachan. Asmae è una giovane donna di origine siriana, la vedete nella foto accanto a me. E’ nata in Italia e parla e scrive l’italiano come molti di noi professionisti della scrittura vorrebbero fare. Ha un blog in cui quasi quotidianamente racconta del dramma siriano, una tragedia umanitaria le cui dimensioni immani per lo più sfuggono alla coscienza pubblica della nostra cultura e della nostra informazione. Un blog sul quale invito a soffermarsi, perché è uno di quelli che si strutturano per esprimere punti di vista significativi e documentati. Lo segnalo perché il web è il posto in cui le idee si nascondono con una facilità maggiore di quanto riescano ad evidenziarsi, travolte dalla mole di informazioni che circolano giustapposte. Non c’è prima pagina nel web, non c’è gerarchia delle notizie. E dunque, spesso, chi pubblica risponde all’imperativo della visibità offrendo la sensazione e l’emozione a tutti i costi, piuttosto che l’analisi pacata dei problemi e della ragione dei fatti. Non è così per Asmae.

La domenica precedente all’incontro del liceo ero andata alla Moschea della Fratellanza di Ancona, che aveva organizzato un’iniziativa a porte aperte, e in entrambe le occasioni il messaggio forte e chiaro che Asmae ha lanciato è stato che l’islam non c’entra niente con l’Isis. Anche per l’islam, come per il cristianesimo, chi uccide in nome della religione è un bestemmiatore. In moschea, poi, Asmae aveva espresso un concetto molto interessante: noi siamo cittadini e al tempo stesso ospiti.

Lo trovo importante, perché presuppone un concetto moderno e complesso di uguaglianza e di convivenza, che marca anche le differenze, quindi le distanze, e attribuisce loro un ruolo preciso. Credo che la platea giusta per prendere coscienza di ciò sia proprio quella dei più giovani, dove la differenza non è percepita in modo negativo, nonostante le spinte uniformanti dell’età, che rispondono al bisogno psicologico di sentirsi, per la prima volta  nella vita, parte di un tutto che va al di là del nucleo ristretto della famiglia. Ricordo, ad esempio, che quando aspettavo il secondo figlio la mia primogenita mi propose di chiamarlo con il nome albanese di un suo compagno della scuola materna, un nome che a me suonova singolare, ma che lei percepiva come normale perché faceva parte del suo quotidiano. E così, quando alla Moschea della Fratellanza di Ancona ha preso la parola una giovane di quindici o sedici anni, ho distolto per un attimo lo sguardo dalla sua figura e, dimenticando che indossava il velo, ho sentito le parole di una ragazza che avrebbe potuto tranquillamente essere mia figlia o una sua amica.

Poi, prima di cominciare l’incontro con i ragazzi del Galilei, Asmae mi ha detto una cosa che mi ha toccato il cuore: “Mia sorella è sepolta qui, al cimitero delle Tavernelle”. E che cos’è la terra alla quale senti di appartenere se non quella in cui, alla fine, seppellisci i tuoi cari? Sono la terra e il quotidiano i segni più profondi della nostra uguaglianza. Ma lo è anche la memoria. Quasi ognuno di noi, ad esempio, ha memoria di nonni e parenti emigrati in terre straniere, dove la gente del posto spesso non li voleva, o li considerava “minori”, perché diversi. Visti da qui, però, questi antenati sono i nostri eroi, quelli che hanno permesso alle nostre famiglie di essere oggi ciò che sono, di non estinguersi quando erano troppo povere, di trovare una speranza di rinascita dopo guerre che ci avevano decimato nei corpi e nello spirito.

Poi ci sono le diversità, che non sempre e non immediatamente portano ricchezza o valore aggiunto, perché a volte sono ingombranti, spesso incomprensibili le une alle altre. E c’è anche di più. Quando succedono fatti come l’attentato a Charlie Hebdo, o le decapitazioni dell’Isis, il cui portato simbolico arriva addirittura a superare la già immane tragicità dell’accaduto in sé, la logica del terrore prende il sopravvento sulla ragione ed è facile che il diverso sia identificato con il colpevole. Non è un caso se nelle ultime settimane sui social network, che sono lo specchio dei nostri umori collettivi, è esplosa la miccia di innumerevoli fobie e intolleranze, razziali, religiose, ideologiche. Mai nella storia come in queste settimane la parola scritta, che è, per sua natura, più pensata e moderata di quella parlata, si è sbilanciata verso l’eccesso con un impatto sociale così ampio. La strategia che ci ha vinto è stata quella del clamore, che ha suscitato terrore. Credo sia fisiologico, di fronte a eventi di tale portata. E’ stato come prendere una bastonata in faccia. Dopo c’è un momento in cui sei stordito. Poi però ti devi curare, contare i danni, rimediarli fin dove è possibile e riprendere a vivere. Uscendo dalla metafora, il rischio è che, se non riprendiamo a usare la ragione dopo l’emozione, siamo pronti per la dittatura, che non sarà necessariamente di un regime, ma che sicuramente, come è sua natura, avvantaggerà pochi a scapito dei più. E certamente ci toglierà la libertà, prima quella di esprimerci, poi anche quella di pensare e quindi di vivere come vorremmo.

Nel vedere tanti ragazzi riuniti in assemblea, giovani abituati alla velocità del web, alla sintesi estrema, all’on-off del loro essere nativi digitali, all’applauso facile del “mi piace”-“non mi piace”- “condividi”, mi si è aperto il cuore quando ho capito che, tenendo alto il livello del dibattito, arrivavano domande e considerazioni sensate e di senso, che forse quando io avevo la loro età non avrei mai fatto. Li vedo un po’ persi, ogni giorno li scopro fragili, ma riconosco in loro competenze più profonde di quelle che avevamo noi e un senso civico che dovrebbe fare invidia agli adulti. Sono, ad esempio, ragazzi che amano, curano e promuovono la loro scuola, che gestiscono i loro spazi con serietà e passione, sia nei momenti impegnati, come l’incontro a cui ho partecipato io, sia in quelli più leggeri e giocosi.  In quell’assemblea mi è sembrato di vedere giovani che facevano esperimenti di “res publica”. Credo quindi di avere sulle spalle, insieme con i miei coetanei, una bella serie di responsabilità: preservare quanto è rimasto in termini di democrazia e di libertà, tornare a curare la cultura e smetterla di dire con i fatti, oltre che con le parole, che l’impegno e lo studio non sono importanti, praticare il rispetto e coltivare la bellezza, nel privato come nel pubblico, non abbandonare la memoria di ciò che siamo stati. Dovremo consegnare loro tutto questo. Pensiamo a salvare il salvabile, perché c’è qualcosa che mi dice che ne faranno un uso migliore del nostro.

IMPARO A SCRIVERE… UN’INTERVISTA

Pubblicato: 29 gennaio 2015 in Senza categoria

E questa è la mia lezione! clicca qui per il power point: intervista

schermo2Ho scritto un libro su Ancona, usando le interviste che si trovano anche in questo blog, nel capitolo “Gente della città”, e alcuni altri post degli ultimi anni (storie sulla grande frana di Ancona, sul terremoto del ’72, sulla Mole Vanvitelliana…). Poi ne ho parlato con Corrado Maggi, un amico fotografo, che mi ha regalato alcune foto, che abbiamo abbinato a ciascun personaggio intervistato. Ora, questo libro ha anche vinto un premio e avrei la possibilità di pubblicarlo on line anche subito, però ci sto pensando un po’ su, per capire quale sia la soluzione migliore per darlo alle stampe, o al web. Nel frattempo, visto che il testo è nato da “segmenti” di vita, di racconti e di città, alcune foto io e Corrado le stiamo già diffondendo, in modo frammentario e spezzettato, in particolare sui social network.

Oggi, inoltre, Paola Ciccioli, una delle amiche che lo hanno rivisto prima della conclusione, con un post su facebook in ricordo di suo padre mi dà l’occasione di pubblicare un altro segmento del mio libro: una parte della postfazione, che è inedita, ed è scritta da lei.

“Cara Margherita, eccomi.
A mano a mano che leggevo le interviste, mi veniva in testa la parola “glocal” e alla fine è il buon Milzi che la pronuncia. Questa è, secondo me, la prima qualità del tuo lavoro: dà cioè il senso di una città geografica e umana, la prima con confini definiti, la seconda che si estende – seguendo il movimento del mondo – oltre ogni delimitazione amministrativa.
La storia che mi è piaciuta di più, Barbara a parte, è quella della parrucchiera libraia, che alla fine chiude un po’ frettolosamentesulle proprie osservazioni critiche.
La parte iniziale, quella della ricostruzione del carattere della città attraverso i resoconti molto dettagliati delle due grandi ferite di Ancona, ha provocato in me piccole (piccole?) scosse e qualche frana emotiva. E, come in un flashback, mi ha riportato all’interno della scuola elementare di Maestà di Urbisaglia dove – non so come, quando e con chi – mi aggiravo bambina tra le brandine che ospitavano gli sfollati.
La parola e l’evento frana, invece, più che ai processi relativi che ho lungamente seguito, mi ha fatto sedere di nuovo su una determinata sedia della Cronaca del Corriere Adriatico dalla quale, al di là del monumentale computer, fissavo notte e dì una finestra che dava sull’unico elemento di vita raggiungibile da quella postazione: “un grumo” di terra eternamente indeciso se rimanere lì sospeso, oltre quella finestra e i neon che la illuminavano. Ose invece staccarsi rovinosamente, seguita da grumi sempre più grossi, seppellendo me, la Cronaca, il Corriere Adriatico e quella specie di deposito polveroso da cui raccontavamo le sorti del capoluogo e della Regione Marche tutta. Sapessi quanto ho temuto quel “grumo”…
Poi. C’è un poi importante. Leggere un qualcosa di così “amorevole” nei confronti di un luogo, di una città, mi ha fatto venire non in testa ma nel cuore un ricordo legato a mio padre. Quando è iniziata la sua fine, l’ho portato a farlo visitare in un ambulatorio vicino all’ospedale di Torrette. Poi gli ho detto: «Dai, prima di tornare a casa, ti faccio vedere una cosa». Mi preparavo a separarmi da lui e volevo regalargli l’immagine di Ancona che è Ancona per me: i traghetti illuminati che sembrano voler abbandonare l’acqua per farsi una passeggiata in centro. Questi condomini viaggianti che, specie in un punto preciso – la strada di fianco alla sede Rai che è di accesso al porto – mettono il muso sulla piazzetta lì di fronte, in una confusione di stati, liquido e terreno, che mi ha sempre destato un moto di stupore e deliziata meraviglia. La stessa meraviglia che ha provato mio padre”.

Questo signore che sorride nella foto non l’ho conosciuto di persona, anzi, a dire il vero conosco anche Paola da poco tempo. Ma da qualche mese mi accompagna questa immagine di meraviglia. Mario per me è il papà delle navi del porto.

 

Alessia non smette di correre

Pubblicato: 24 novembre 2014 in Senza categoria
Alessia Polita con l'assessore Luigi Viventi questa mattina in Regione

Alessia Polita con l’assessore Luigi Viventi questa mattina in Regione

“E’ il 15 giugno, mi trovo nel Circuito di casa, Misano Adriatico, devo effettuare il mio ultimo turno di qualifiche per poi gareggiare nel pomeriggio. La giornata è perfetta, il clima non troppo caldo, la moto non è assettata perfettamente, ma la voglia di migliorare è tanta, e la concentrazione sale sempre di più. Scattano le 9 e mi avvio dentro la pista, saluto Eddi e mio babbo che mi aspettano al muretto della pit-lane ed entro in quella che chiamo oggi “la mia trappola”. Percorro ogni curva con la solita concentrazione che impadronisce il mio corpo: Variante del Parco, Curva Rio, Variante Arena, Quercia, Tramonto, percorro il curvone un po’ più veloce per scaldare meglio le gomme, curva del Carro ed entro alla Misano 1 pronta per fare il tempo. Mi metto in carena per inserirmi alla Misano 2 o meglio curva 16, ma in quel tratto la mia moto non reagisce più ai miei comandi. In un attimo mi trovo per terra e poi più nulla. Da quel giorno la mia vita cambia. Cambia il mio modo di vedere le cose. La paralisi agli arti inferiori mi scaraventa in un mondo tutto nuovo per me. Non ho mai accettato la mia condizione attuale, non mi sono mai rassegnata a questa realtà e anche se molto probabilmente la mia vita sarà sopra ad una sedia a rotelle, ho deciso di “incamminarmi” in questa avventura”.

Non scrivo mai niente del mio lavoro nel blog, ma questa sì. E’ il racconto di Alessia Polita, la campionessa del motociclismo, che ha perso l’uso delle gambe in un incidente di gara  a Misano Adriatico il 15 giugno 2013 durante la seconda sessione di prove ufficiali del Campionato Italiano Velocità nella categoria Stock 600.

L’ho conosciuta questa mattina durante la conferenza stampa di presentazione di un evento sportivo organizzato da lei stessa per sostenere la ricerca per la cura della mielolesione. L’evento si chiama Lady Polita Day ed è una gara di kart in programma per domenica 30 novembre alle 9 alla Chiusa di Agugliano, con gli amici di Alessia, che si chiamano  Marco Melandri, Mattia Pasini, Claudio Corti, Franco Morbidelli, Dj Ringo e tanti altri, fino ad arrivare a quaranta grandi nomi, catalizzati attorno a questa ragazza che forse è ancora tanto arrabbiata per quello che le è capitato, ma che non si arrende di fronte alla sfortuna.

Alessia è come me la immaginavo, un po’ conoscendo il mondo del motociclismo, un po’ dai racconti di Luana Vescovi, che la segue da subito dopo l’incidente in questa avventura, con altri amici: poche parole, niente retorica, molta concretezza. E poi gli occhi, quelli dei piloti, che, prima di partire, sono l’unico lato umano che vedi, fuori dalla corazza del casco, della tuta, delle emozioni da dominare. E forse per questo sanno parlare così tanto, che tutto il resto non conta.

Erano passati pochissimi giorni da quel 15 giugno 2013 quando ho ricevuto in ufficio la prima mail di Luana (era il 21 giugno!), che già si era attivata, insieme con Alex, fratello di Alessia, “per aiutarla – scrivevano nel primo comunicato stampa – nel difficile percorso di vita che l’aspetta”, e non solo per sostenerla economicamente, ma anche con l’obiettivo di farla scendere di nuovo in campo, appena possibile, “per rendersi utile anche agli altri”.

Insieme con “coraggio”, infatti, “amici” è la parola chiave di questa vicenda. Gli amici di Alessia ci sono stati subito, prima ancora, forse, di sapere quello che realmente stava succedendo o sarebbe successo. Da qui è nata l’associazione Lady Polita Onlus e, con il rientro a casa di Alessia dall’ospedale, ha preso forma il progetto che ha la sua prima tappa nella gara di domenica.

Io ci vado, perché questa ragazza fa parlare i fatti. E mi piace così.

 

Parole pesanti

Pubblicato: 27 ottobre 2014 in Senza categoria

Immagine su: http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/2013/04/le-parole-sono-capaci-di-ferire/

Ci ho pensato su e ho deciso che devo scrivere questa cosa. Ieri è successo a una persona che amo più della mia vita un fatto molto brutto su facebook. Qui non ci saranno nomi, perché la vittima (sì, la vittima) è già stata sovraesposta. E’ successo che una persona “amica”, abusando della fiducia concessa, è entrata nel profilo di un’altra scrivendo, a nome di quest’ultima, frasi volgarissime e infamanti. Per fortuna altri hanno segnalato quello che stava succedendo e queste frasi non sono rimaste sul profilo che per qualche minuto. Sembra che si sia trattato di uno scherzo. Ma che scherzo è quello che ferisce la dignità di una persona, così tanto per fare? E’ ora di smetterla con le angherie mascherate da scherzi. Gli scherzi fanno ridere, le cattiverie fanno male nel corpo e nello spirito. Facebook è il luogo delle parole e queste hanno sempre un peso, nel bene e nel male, quindi per favore pesatele. Facebook è anche il luogo dell’identità, che va difesa. Soprattutto ai più giovani dico: non svendetela e non regalatela a nessuno: i dispositivi da cui accedete sono vostri e solo vostri, e così pure la password. Cederli significa cedere ad altri la vostra faccia. Ragazzi, è una cosa seria! Da ultimo: Facebook è un luogo potenzialmente meraviglioso, dove condividere, conforntarsi e costruire. Può essere il luogo del bello. Per favore non sporcatelo e isolate chi lo fa.

(Immagine su: http://ilquotidianoinclasse.corriere.it/2013/04/le-parole-sono-capaci-di-ferire/ )

selfie papaOrmai per me è quasi una tradizione l’appuntamento con i corsi di aggiornamento-preparazione all’esame di stato organizzati all’Ifg di Urbino dall’Ordine dei giornalisti delle Marche.

Come riflettevo ieri con i colleghi presenti alla lezione-chiacchierata, che ringrazio per l’interessante scambio di idee, il mio intervento ogni volta ha bisogno di essere ripensato quasi completamente. Se per esempio riproponessi all’uditorio le riflessioni sui social media di appena quattro o cinque anni fa, ci sarebbe tanto da sorridere.

La nuova lezione si intitola: “L’ufficio stampa ai tempi dei non-proprio-media” e quest’ultima espressione l’ho mutuata da un interessante post di Mario Tedeschini Lalli. In una nota del 2012 sul blog Giornalismo d’altri Tedeschini introduce il concetto di fungibilità, traducendo un contributo dell’architetto dell’informazione belga Stijn Debrouwere, che, a proposito del ruolo del giornalismo oggi, afferma: “Le cose non resteranno uguali per sempre e un settore economico non può sopravvivere solo sul proprio capitale simbolico come i grandi discorsi sulla democrazia e il Quarto potere. Se robe che non sono giornalismo intrattengono, informano e facilitano l’azione meglio delle robe che lo sono, non scommetterei sulla prosperità del giornalismo”.

Dunque nelle quattro (!!) ore a me assegnate, dopo un excursus normativo e storico, parto dalla foto che sta in testa al post per sviluppare questo tema, che, visto dalla parte degli uffici stampa, si traduce in una domanda: con chi parliamo adesso?

Ecco i link:

La comunicazione istituzionale lezione completa

La comunicazione istituzionale-1 LEGGI

La comunicazione istituzionale-2 STORIA

La comunicazione istituzionale-3 INTERLOCUTORI